A Roma andai, a voi ripensai – Quarta parte

Gaberricci Planet – Roma – Secondo giorno – Quel che non sono riuscito a dire con quattromila parole negli episodi precedenti

(Sì, mi duole dirlo ma aveva ragione Albini: non possiedo il dono della sintesi)

Roma ha un’ampia periferia, molto più ampia di quello che i suoi confini municipali facciano intendere; il centro città, tuttavia, ha proporzioni che sono adatte ad una cittadina medio-grande, più che ad una metropoli rispettabile.

L’anno scorso, quando sono stato a Roma, dormivo dalle parti di San Pietro, e quindi era anche sensato (o, almeno, mi sembrava sensato) che da tutti i posti in cui andassi potevo tornare indietro a piedi. Ma la zona della Stazione Ostiense viene considerata già una zona “decentrata”, rispetto alla “Roma turistica”: si capisce perché, facendo attenzione alle lingue che le persone parlano; prevalgono di gran lunga il dialetto romano e gli idiomi dell’Asia e dell’Africa. Eppure, mi sono reso conto, da via dei Fori Imperiali a dove stavo io (poco lontano dalla stazione) non è necessario percorrere più di due chilometri a piedi; con una mezz’oretta, dal Colosseo, ero di nuovo nella mia stanza. Per altro, seguendo una strada in linea retta che rendeva impossibile perdersi.

Tutto questo, per spiegarvi perché la mia prima giornata di esplorazione, dopo essere iniziata lì, si è anche conclusa davanti al Colosseo o, più precisamente, davanti all’Arco di Costantino.

L’arco in questione sorge a brevissima distanza dall’Anfiteatro Flavio, e venne costruito per celebrare un evento importante: la vittoria di Costantino su Massenzio, nella battaglia di Ponte Milvio; la battaglia, per capirci, che Costantino avrebbe vinto grazie all’aiuto del Dio dei cristiani.

piero_della_francesca_038

La battaglia di Ponte Milvio in un affresco (purtroppo piuttosto malconservato) di Piero Della Francesca. Dal ciclo pittorico Storie della Vera Croce, Basilica di San Francesco, Arezzo.

Racconta la leggenda, infatti, che la notte prima della battaglia Costantino sognò una croce, sopra la quale era scritto “In hoc signo vinces” (vincerai con questo segno). Se sia andata veramente così, non è noto; quel che è certo è che, conquistata con questa battaglia il potere, l’anno successivo Costantino emanerà l’Editto di Milano, con cui concederà libertà di culto ai cristiani. Più in generale, l’atteggiamento di Costantino nei confronti del cristianesimo fu sempre di collaborazione, più che di tolleranza: pur non convertendosi mai ufficialmente (anche se una tradizione tarda parla di una conversione in punto di morte), Costantino appoggiò sempre la “nuova” religione (che allora, comunque, aveva già quasi trecento anni), che per altro era quella della madre, Elena, venerata dalla Chiesa come santa (sarebbe stata Elena a portare a Roma le reliquie della croce di Cristo, che avrebbe poi conservato in casa sua: sulle rovine di questa casa sorge oggi la basilica di Santa Croce in Gerusalemme, luogo che vi consiglio di visitare se, come me, siete affascinati da quella religiosità un po’ creepy che è legata al culto di certe reliquie).

reliquiefotodito

Una delle reliquie più “appetitose” conservate in Santa Croce: il dito di San Tommaso.

Nei primi secoli dell’era volgare, in seno al cristianesimo nacque una frattura, dovuta all’emergere dell’arianesimo, eresia che negava la duplice natura, umana e divina, di Cristo: per sanare questa frattura, venne convocato un famoso concilio, quello di Nicea, che alla fine vedrà il trionfo del cattolicesimo e la sconfitta dell’arianesimo, e che scriverà il primo testo del Credo, non troppo diverso da quello che i cattolici recitano ancora oggi. Bene: questo concilio si svolse sotto la protezione di Costantino, e sulla vittoria del cattolicesimo, di certo, pesò in maniera significativa il suo appoggio. Ci si potrebbe chiedere cosa ottenne Costantino, in cambio di questa “simpatia”. La risposta è: un potentissimo instrumentum regni, che rafforzava ulteriormente la sua autorità col ricorso all’appoggio del divino. Costantino fu il primo a comprendere che il cristianesimo poteva servire da “frusta” con cui tenere a bada il popolo “bue” quando rischiava di diventare troppo “pericoloso”: si può dire, dunque, che se la battaglia di Ponte Milvio, quella che l’Arco di Costantino celebra, fosse andata diversamente, tutta la storia del mondo sarebbe stata diversa. Roma, forse, neppure esisterebbe più; di sicuro, molte delle opere che la impreziosiscono sarebbero altrove, sarebbero diverse, o non sarebbero affatto.

L’Arco di Costantino è il terzo arco di trionfo sopravvissuto a Roma: gli altri due sono l’Arco di Tito (che si trova sul colle Palatino e dalla zona del Colosseo è ben visibile) e quello di Settimio Severo (che si trova nel Foro, e può essere ammirato dalla zona retrostante piazza del Camidoglio). Il più antico dei tre (quello di Tito) risale al primo secolo; quello “di mezzo” (di Settimio Severo) a circa cent’anni dopo; l’ultimo, quello di Costantino, appunto, ad una data compresa tra il 315 ed il 325. A parte alcune differenze eclatanti (l’Arco di Tito ha un solo fornice, ossia una sola apertura), almeno ai miei occhi, i tre archi appaiono piuttosto omogenei, tanto che credo che avrei difficoltà a distinguerli l’uno dall’altro, non fosse, appunto, per quelle differenze. Penso che questo sia un punto su cui riflettere: sono i romani che hanno conservato immutata la loro arte celebrativa per trecento anni, o siamo noi (o almeno io) che manchiamo di prospettiva storica? Il fatto che gli archi di trionfo si assomiglino tutti tanto, deve forse suggerire che la propaganda attinge sempre agli stessi stilemi? La propaganda, sotto il fascismo e, prima ancora, sotto il neonato regno d’Italia, ricorreva a piene mani al mito dell’impero romano: questo mi porta a rispondere sì.

arco20di20costantino20-20romano

La giornata volge alla conclusione: torno a casa percorrendo la via di San Gregorio e, poi, il viale della Piramide Cestia. Passo tra il Circo Massimo (che non mi sembra più meraviglioso di un qualunque ippodromo contemporaneo, forse solo un po’ più polveroso) e la sede della FAO (che è un enorme parallelepipedo di cemento e vetro: la FAO si occupa di cibo e non di opere d’arte, d’accordo, ma rivolgersi ad un architetto con un minimo di rispetto per le preesistenze non sarebbe stato male); se capitate da quelle parti, vi consiglio di attraversare la strada proprio di fronte al Circo Massimo e di andarvene, lungo il viale omonimo, verso le Terme di Caracalla, strabilianti nella loro imponenza. Ed era solo un posto dove andare a farsi un bagno, tenete conto.

Cammina che ti cammina, giungo a piazza Albania, che segna il termine di via di San Gregorio e l’inizio di viale della Piramide Cestia. Qui ci sono un parco ed una statua dedicata a Giorgio Castriota Scanderbeg, qualificato con vari epiteti tra i quali, mi pare di ricordare, difensore della civiltà. Ignoravo chi fosse lo Scanderbeg; Wikipedia mi dice che si tratta dell’eroe nazionale albanese, che difese il paese dall’avanzata dei turchi, ed io preferisco non indagare oltre.

La statua, se può interessarvi, è brutta come tutte le statue celebrative.

Gaberricci Planet – Roma – Terzo giorno

Trascorro la mattinata nel solito modo; le domande non sono più sensate di quelle del giorno precedente, ma me la cavo un pochettino meglio.

Il pomeriggio, prendo la metro e scendo a Numidio Quadrato, dove mi aspetta il mio amico Francesco. Francesco è un’autorità, per quel che riguarda i luoghi “poco turistici” da vedere a Roma: l’anno scorso, mi portò a vedere l’eccezionale museo a cielo aperto che si trova al Quadraro, e che comprende le opere di alcuni degli street artist più importanti del mondo; quest’anno, invece, mi conduce (su mia richiesta, lo ammetto) al Parco degli acquedotti, che sta vivendo forse un ritorno di notorietà dopo la sua “comparsata” ne “La grande bellezza”, ma che è comunque ignorato da molti itinerari turistici. Un peccato mortale, se volete sentire me.

Il parco ha una sua austera bellezza ed ispira una sensazione di calma nonostante (come tutti i parchi cittadini) sia “infestato” da adolescenti, che per altro hanno appena scoperto Pokemon Go e sono quindi particolarmente rumorosi (avete idea del casino che può fare un sedicenne che casca sopra un Doduo a due passi da un antico acquedotto romano?). Durante la mia visita (durata oltre mezz’ora: il parco è davvero immenso, e Francesco mi dice che ancora più grandi sono quelli, a questo connessi, dell’Appia Antica e dei Prati Fiscali), mi sembra di aver intravisto anche alcune persone che meditavano (Marco, se mi stai leggendo, segna). Un canale artificiale, costruito nel 1200 e recentemente rimesso in sesto, alimenta un piccolo laghetto in cui sguazzano alcuni cani, e che contribuisce a rendere l’afa romana un poco più sopportabile.

Francesco è una guida eccezionale; mi illustra la storia degli acquedotti (uno dei quali, credo, porta l’Acqua Marcia di cui abbiamo parlato nell’episodio precedente) e quella del parco. Negli anni Settanta, mi dice, il luogo era pieno di baracche ed era un centro di spaccio, e solo la sollevazione dei cittadini delle aree vicine aveva permesso di “ripulirlo” e di renderlo quello che è oggi. Francesco (che ha idee politiche vicine alle mie) ritiene la cosa lodevole; io faccio presente che, tutto sommato, si sta sempre parlando di una lotta al “degrado”, non troppo diversa da quelle che oggigiorno offrono un vestito di rispettabilità a parecchi personaggi inguardabili. D’altronde, mi rendo conto che il mio è un giudizio ingeneroso: per quanto, forse, venata di un piccolo borghesismo nascente, quella battaglia mirava comunque a restituire ai cittadini un ampia zona di verde pubblico e, forse, ai suoi poveri abitanti un’esistenza più dignitosa. Oggi come oggi, una battaglia del genere si concluderebbe con l’edificazione di un enorme centro commerciale.

giulia8

Tra le baracche che si trovavano qui, continua Francesco, negli anni Sessanta si aggirava anche Pier Paolo Pasolini, alla ricerca di location per un suo film (il Vangelo secondo Matteo); durante queste incursioni, Pasolini si portava sempre dietro la telecamera e, non di rado, si fermava ad intervistare le persone che incontrava. Le sue domande vertevano su un argomento particolarmente scottante, soprattutto nell’Italia di quegli anni: il sesso; le risposte degli intervistati, alcune delle quali sorprendenti nella loro modernità, costituiranno il film del 1964 “Comizi d’amore”, che vi consiglio di recuperare per comprendere da dove è venuto il movimento di liberazione sessuale, e cosa avrebbe potuto diventare se non fosse stato “normalizzato” dalla pornocrazia.

Nel parco si trova una piccola colonia di pappagalli (“sicuramente più gradevoli degli altri ospiti, i gabbiani”, afferma Francesco) ed una buona quantità di alberi da frutto; il parco è tuttavia sulla rotta d’atterraggio degli aerei che vanno a Ciampino (nella mezz’ora che ci sono stato dentro, ne è passato quasi uno al minuto), per cui raccogliere la frutta è sconsigliabile. Una delle molte contraddizioni di questo parco, che è tagliato dalla linea ferroviaria Roma – Napoli e circondato da alcune delle vie più trafficate della Capitale. Io e Francesco lasciamo il parco discutendo di questo, e di un dilemma: offrire alla fruizione del pubblico reperti di così grande importanza, significa liberalizzarli o banalizzarli? Siamo invece d’accordo sul fatto che gli antichi romani certo molto si stupirebbero, sapendo che nei nostri programmi scolastici i loro acquedotti sono trattati nei libri di arte, e non in quelli di ingegneria.

Saliamo sulla metro e partiamo in direzione del centro. Scendiamo a piazza del Popolo ed imbocchiamo via di Ripetta, in direzione dell’Ara Pacis. Via di Ripetta sarebbe caratteristica, se le sue botteghe non puzzassero di trappola per turisti.

Scendiamo verso il Lungotevere e giungiamo in piazza Augusto Imperatore dove, abbracciato dalla “gabbia di vetro” che le ha costruito intorno l’architetto contemporaneo Richard Meier (per cui Francesco ha parole di fuoco, che non condivido), si trova il museo dell’Ara Pacis. Al museo sono stato l’anno scorso: il biglietto d’ingresso è un po’ caro (11 euro), ma fidatevi se vi dico che ne vale la pena. Certo, essendo il suo “recinto” principalmente costruito in vetro, l’opera che da il nome al complesso può essere ammirata anche dall’esterno, e gratis; ma entrare dentro all’altare che Augusto volle far costruire per la Pace, respirare i duemila anni di storia che gli si sono depositati addosso, fa tutto un altro effetto.

ara_pacis_roma

La piazza merita inoltre senza dubbio una visita per l’Augusteo (la tomba dell’imperatore Augusto) e la chiesa barocca di San Rocco. Inoltre, se siete accaldati, allo sbocco del ponte Cavour, che si affaccia su questa piazza, si trova il Tempio della Grattachecca, che fa le granite migliori che abbia mai assaggiato.

Percorrendo via Tomacelli, arriviamo a largo Goldoni e, quindi, ci buttiamo nel marasma di via del Corso. La mia antipatia per questa via di Roma è nota, e cerco quindi di starci il meno possibile. Svoltiamo dunque quasi subito in una via laterale, che ci conduce a piazza San Silvestro; la piazza (che si allarga tra via della Mercede e via del Tritone) ha una sua dignità, e personalmente l’ho apprezzata più di piazza di Spagna. Ci sediamo ed ascoltiamo una musicista di strada che suona il flauto traverso. Francesco mi dice una cosa che non sapevo: San Silvestro è il patrono, oltre che dei vigili urbani, anche degli omosessuali, perché nelle sue rappresentazioni è sempre parecchio effeminato e, quindi, i gay hanno voluto eleggerlo a loro protettore. Qualche volta, mi sembra di aver parlato del fatto che trovo questa strategia (tu mi ti raffiguri in un modo, ed io cerco di uniformarmici) sì pirandelliana, ma anche demenziale.

spagnoletto

Decidiamo di tornare su via del Corso ed entriamo nella chiesa di San Marcello, poco oltre la Galleria Alberto Sordi. La chiesa ha poco per cui vale la pena ricordarla: è la classica chiesa barocca, che ha però abbandonato i contrasti e vive solo di sfarzo ed esagerazione. Se la cito qui, è solo perché è la prima chiesa tra quelle che ho visitato (e, benché non sia credente, ne ho visitate molte) in cui abbia visto in vendita bottigliette di acqua santa. Tra l’altro, con ogni probabilità costeranno meno di certe bottigliette d’acqua che ti propongono certi venditori ambulanti; bottigliette d’acqua che, per altro, non possono vantare le medesime proprietà slavifiche (questo è un consiglio generale per Roma: non comprate da bere. Ci sono fontanelle ovunque e l’acqua è ottima).

 

Proprio di fronte alla chiesa di San Marcello, imbocchiamo via Lata, che ci conduce alla piazza del Collegio Romano; qui si trova, appunto, il Palazzo del Collegio Romano. Attualmente, la costruzione ospita il liceo classico Ennio Quirino Visconti, ma venne costruito alla fine del Cinquecento come istituto di formazione per gli aspiranti gesuiti. Questo palazzo è un esempio dei molti gioielli che si possono trovare a Roma, se si abbandonano le vie più affollate e si esplorano i vicoletti e le piazze “laterali”: la sua austerità e magnificenza sono innegabili, ed anche Francesco riconosce che “dev’essere bellissimo venire a scuola qui”. Anche se, aggiunge subito dopo, “secondo me qua è parecchio difficile fare un’occupazione”. Cosa con la quale non posso che concordare.

In questo edificio, nel Seicento, visse ed operò Athanasius Kircher, curiosa figura di frate che ha praticamente inventato il concetto moderno di museo. Kircher, infatti, allestì all’interno dei locali del Collegio quella che, in pratica, può essere considerata una wunderkammer all’ennesima potenza. Wunderkammer, letteralmente, significa “stanza delle meraviglie”, e designa quegli ambienti in cui, nel Seicento e nel Settecento, gli appassionati raccoglievano le cose che suscitavano meraviglia: coralli, frammenti di antichità, oggetti d’arte, ma anche pezzi anatomici, feti, animali impagliati. Kircher, nei locali del Colleggio Romano, raccolse una gran quantità di questa chincaglieria; nei secoli, la sua wunderkammer venne smembrata, ed i pezzi più importanti vennero “smistati” tra vari musei romani (Kircher, per altro, può essere considerato uno dei padri dell’etruscologia). Attualmente, al Visconti restano solo le curiosità che, pure, dovrebbero ben valere una visita. Il museo, però, era chiuso quando ci sono passato io (e questa è stata una costante di questa visita).

pigna_-_collegio_romano_1080166

Il tempo stringe: Francesco deve tornare a casa, voi, senza dubbio, sarete esausti. Vi lascio, dunque, con una domanda: uscendo da piazza del Collegio Romano, ci siamo voltati a sinistra e, dopo aver percorso un breve tratto di corso Vittorio Emanuele, siamo finiti a piazzza Venezia. Di fronte a noi, in quella che dovrebbe essere piazza Santi Apostoli, abbiamo avuto modo di vedere un ENORME porticato, che non sono riuscito ad identificare. C’è qualche amico romano in ascolto che può aiutarmi? Giovol, fatti viva!

(continua. E, vi avverto fin d’ora, il prossimo sarà un episodio monstre, più di quelli che vi ho dato in pasto finora. Solita storia sulle foto: non mi appartengono eccetera eccetera)

Advertisements

7 thoughts on “A Roma andai, a voi ripensai – Quarta parte

  1. Due considerazioni…
    – Ormai la meditazione la fanno ovunque. Se la fanno nel giardinetto sotto casa mia che è un buco con tre arbusti e un’altalena, vuol dire che la fanno dappertutto. In compenso il giardinetto, dimenticato da Dio per 25 anni, quest’anno è stato ristrutturato e inaugurato da Nardella ben tre volte (…quando si dice il calo nei sondaggi!)
    – Non sottovalutare la frutta urbana… Proprio a Roma c’è un gruppo che la raccoglie, ne fa marmellate, in parte la regala e in parte la vende per opere sociali (http://www.fruttaurbana.org). Hanno fatto analizzare la frutta: ha meno pesticidi e residui chimici di quella convenzionale del supermercato… Perfino le prugne del papa, raccolte sugli alberi accanto a Sala Nervi, delle quali sul sito c’è il pdf delle analisi!

  2. a ruota libera:
    1. albini non solo aveva ragione, di più. 😛 ma questo non dovrebbe certo farti sottovalutare le tue potenzialità narrative (ma dubito che lo faccia) e ridimensionare il programma iniziale di una guida. in merito a ciò, quindi, ti chiedo questo: una volta che hai finito, se mi compatti tutto in un file tipo “gaberguideofrome.pdf” e me lo mandi lo caricherei (e pubblicizzerei) volentieri sul mio blog
    2. fondamentale e assolutaemtne condivisa la lettura del “che je veniva a lui” di costantino. trovo delle cuoriose similarità con il nostro secolo (o, semplicemente, delle ovvie conseguenze)
    3. gli archi di trionfo fanno, a prescindere, “imho”, architettonicamente cacare (“cacare e non cagare, siamo a roma, non a milano!”, cit. 😀 ). come gli obelischi, d’altronde. il punto è che sono irrimediabilmente vicini all’homo sapiens dal punto di vista psiologico, non artistico, e ciò li rende “monumenti”, “opere d’arte”
    4. ma non è, per l’appunto, il porticato della chiesa dei santi apostoli tutti quanti? https://goo.gl/TvKsM7
    5. mi sono messo in pari! yeeeeah! 😎

    • 1. Sarei falso se dicessi di non averci già pensato :-);
      2. Infatti. Paghiamo ancora le conseguenze di quella scelta. Se Costantino avesse scelto di appoggiare il mito del dio Mitra di cui parlava Marco più sotto, probabilmente, oggi saremmo tutti mitriacisti (certo, se senti i cristiani ti direbbero che allora Costantino non avrebbe vinto, a Ponte Milvio…);
      3. Ci sta;
      4. Non so, dovrei vederne una foto dal punto in cui l’ho vista io… ma non la trovo!;
      5. Eh, ma tanto adesso ti arriva un episodio da tremila parole nei denti, dammi solo tempo xD.

  3. Pingback: Le prugne del papa e le more di Sant’Ambrogio. – Un po' di mondo

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

w

Connecting to %s