A Roma andai, a voi ripensai – Sesta parte

(sorpresa! Sono tornato con un giorno d’anticipo. Ma, giuro!, questo episodio è l’ultimo)

Gaberricci Planet – Roma – Quarto giorno – La fine del giorno più lungo

Lasciata la dimenticabile Santa Maria all’Orto, dove ci eravamo salutati tre giorni fa, attraverso un paio di vicoletti di cui purtroppo non riesco a ricordare il nome, rispunto di nuovo a viale Trastevere, poco più sopra di piazza Mastai. Torno indietro di pochi metri e mi immetto in via Manara che, attraverso una sua traversa (di cui abbiamo forse già parlato: via di San Francesco a Ripa), porta alla piazza di Santa Maria in Trastevere.

Se, come me, siete turisti fai da te (ribadisco, i miei turisti preferiti), fate attenzione: prima di giungere a questa piazza, ne troverete un’altra; qui, sorge una chiesa. Sulle prime, l’ho scambiata per la famosa chiesa nazionale dei trasteverini (comprenderete poi come questo termine non sia usato a sproposito), e trovarla chiusa mi ha deluso meno di quanto mi sarei aspettato dopo il lungo giro che avevo fatto per raggiungerla: la chiesa in questione (San Callisto), infatti, è sicuramente più antica, ma non meno brutta di quella in cui mio fratello si è fatto la prima comunione. Che è stata costruita negli anni Sessanta, probabilmente in un locale che era stato progettato per essere un magazzino.

roma_trastevere_chiesa_di_san_callisto

Però la chiesa era chiusa, magari dentro cela tesori nascosti (come ogni posto di Roma, a ben vedere) che a me purtroppo sono sfuggiti; e, d’altronde, come avrete capito, Roma è una città splendida, ma una persona può essere splendida, anche se ha il naso un po’ aquilino o un prognatismo evidente. Insomma: qualcosa può essere splendido, anche se non tutte le sue parti lo sono.

Fortunatamente, mi accorgo dell’errore. Percorro gli ultimi cento metri ed arrivo di fronte alla basilica di Trastevere. Molte parole sono state spese su questa chiesa, e lasciate che vi dica una cosa: hanno sbagliato tutte. Perché non si può dire nulla, su Santa Maria in Trastevere, che possa anche solo dare una pallida immagine della sua magnificenza. Anche questa basilica, come la maggior parte delle altre di cui vi ho parlato, è frutto di continue apposizioni ed aggiunte; nel suo caso, tuttavia, si nota più che nelle altre l’impianto medievale, fin dalla facciata, su cui è presente una bella “fascia” a mosaico dorato. La famosa icona della Madonna, che rapparesenta la Salus populi romani (la Salvezza del popolo romano), presente sul campanile, dalla piazza non si vede bene. Ma ciò non toglie nulla all’impianto generale della costruzione.

p-za-santa-maria-in-trastevere-a

Avrei voluto dare un’occhiata più approfondita all’interno ma, purtroppo, proprio quando sono entrato si stava tenendo un funerale. Questo, lungi dall’irritarmi, mi ha piuttosto colpito: certo, in molte delle altre chiese che ho visitato si indicava che le funzioni si svolgevano a determinati orari, ma in quasi tutte (l’aggiunta del quasi è probabilmente un eccesso di prudenza) ho avuto l’impressione che in qualche modo non fossero legate al quartiere in cui si trovano ed alle persone che quel quartiere lo abitano. Ecco, invece in Santa Maria in Trastevere sembra davvero di stare in una chiesa parrocchiale, solo molto più imponente. La chiesa appartiene al quartiere, e viceversa: nella navata di sinistra, è presente la tomba di Innocenzo II, il papa che si adoperò perché la basilica, come la vediamo oggi, vedesse la luce. Bene, sotto la consueta statua del pontefice dormiente, è presente un’iscrizione che ricorda le sue opere e le sue virtù. In essa, Innocenzo non è indicato come romano, ma come trasteverino. Vedete che non esageravo, quando dicevo che Santa Maria in Trastevere è una chiesa nazionale quanto San Luigi dei Francesi o Trinità dei Monti (che, benché sorga a piazza di Spagna, è anch’essa una chiesa francese).

Potrei sbagliarmi, ma quello che nella foto vedete a sinistra della basilica dovrebbe essere il palazzo delle Congregazioni, dei primi del Novecento. Non è disprezzabile, ma non tanto da meritare una guardia armata come quella che gli stazionava davanti.Ma, ormai, a Roma è eccezionale  vedere un luogo non presidiato da militari, ed alla cosa, purtroppo, iniziamo a fare l’abitudine: quando ormai ci sembrerà del tutto normale, prenderemo forse con maggior filosofia la proposta del governo Renzi IX di mettere una pattuglia di militari in ogni casa della Penisola. “Per la nostra sicurezza”.

Più interessante, poco più indietro, la lapide che ricorda i trasteverini caduti durante la guerra di Liberazione. In giro per Roma ne ho viste molte, di targhe così: la maggior parte di loro, tuttavia, abbraccia senza esitazione la narrazione della Resistenza “come secondo Risorgimento”, quella che vuole che i partigiani combattessero “contro lo straniero”, piuttosto che “contro il nazismo”. Questa lapide mi è sembrata diversa.

A fatica, lascio Santa Maria in Trastevere e ridiscendo per via di San Francesco a Ripa e quindi di nuovo a via Luciano Manara. La percorro fino in fondo ed eccomi su via Goffredo Mameli. Mi inerpico salendo verso il Gianicolo, e con la coda dell’occhio vedo quel che sono venuto a cercare: la chiesa di San Pietro a Montorio.

Sulla chiesa in se, posso dirvi molto poco: quando ci sono entrato, infatti, era in corso un servizio fotografico ed ho preferito non disturbare. Temo sia stata una cattiva scelta: la chiesa, ho scoperto infatti, contiene numerose opere d’arte, alcune delle quali prodotte da alcuni tra i più noti artisti del Manierismo (Sebastiano del Piombo ed il Pomarancio, ad esempio).

Sotto l’altare della chiesa, finché la tomba non fu profanata, erano tumulate le spoglie di Beatrice Cenci: vissuta nel Cinquecento e membro di una famiglia decaduta della nobiltà romana, Beatrice subì le angherie (e probabilmente anche le violenze) del padre finché, d’accordo con i fratelli, decise di ribellarsi ed ucciderlo. L’omicidio, malamente travestito da incidente, venne scoperto e Beatrice processata coi suoi parenti; benché fosse difesa da un principe del foro, fu riconosciuta colpevole e condannata a morte. La condanna, per decapitazione, venne eseguita di fronte a Castel Sant’Angelo l’11 setttembre del 1599; la tradizione vuole che tra coloro che vi assistevano ci fosse anche Caravaggio. Beatrice assurse al rango di eroina popolare, per aver avuto il coraggio di ribellarsi al potere patriarcale e per la dignità che mantenne di fronte alla morte. Trovo che l’omicidio non sia mai giustificabile, ci sono tuttavia dei casi in cui diviene comprensibile; provo un velo di tristezza a pensare che gli uomini di oggi sarebbero, con Beatrice, probabilmente meno comprensivi, appunto, dei popolani romani di allora.

beatrice-cenci-una-storia-maledetta

Il complesso di san Pietro a Montorio, tuttavia, è famoso, più che per la chiesa in se, per l’opera architettonica che ospita nel suo chiostro: il tempietto di San Pietro a Montorio. Opera di Bramante, esso può essere considerata a buon diritto l’epitome dell’architettura rinascimentale.

sanpietroinmontorio

Se dovessi scegliere una sola parola con cui descrivere quest’edificio, penso che sceglierei elegante: la pianta centrale (forma architettonica che Bramante doveva apprezzare particolarmente) e le complesse proporzioni reciproche tra le sue varie parti (e, almeno nell’idea di Bramante, tra l’edificio e la struttura che lo ospita: ma il progetto di Bramante per la sistemazione dell’area non fu mai portato a termine), infatti, danno, prima ancora che un’idea di bellezza, un’idea di giustezza e di razionalità, che poi sono due delle chiavi del pensiero rinascimentale. In quest’opera, ho visto realizzarsi perfettamente quella definizione di bellezza che dava il professore che mi ha insegnato chirurgia plastica (uno che se ne intende, insomma): la bellezza è la quintessenza della normalità.

Non per nulla, quest’opera è stata presa nei secoli a modello: molti sono stati i disegnatori che l’hanno riprodotta, anche perché la sua struttura e la sua allocazione si prestano particolarmente agli studi sulla prospettiva (non penso che questo sia un caso: Bramante è stato anche uno dei padri di questo “trucco” pittorico), ed esso è stato ricostruito in vari luoghi del mondo (la cupola della cattedrale di Saint Paul, a Londra, lo copia in maniera quasi pedissequa); al contrario di molti modelli, tuttavia, il tempietto non presenta la freddezza dell’opera puramente intellettuale, ma piuttosto la tensione dell’uomo che voleva produrre una forte emozione attraverso una tecnica perfetta. Questa compenetrazione tra arte e tecnica mi ha quasi commosso, e forse è per questo che ritengo il tempietto l’opera più bella che abbia visto durante questa gita a Roma; Dio solo sa quanto ci sarebbe bisogno, in tempi in cui il cardine dell’arte viene considerato “l’ispirazione”, di riscoprire l’opera di Bramante, anche per la sua umiltà: sì, Bramante ha progettato la basilica di San Pietro, che è splendida, ma io trovo che abbia dato il meglio di se in queste opere, per così dire, “raccolte”, piccole, intime. Per rendervene conto, vi consiglio di visitare anche il chiostro di Santa Maria della Pace, vicino piazza Navona.

Bramante, tra l’altro, è un’artista meno conosciuto di quanto meriti, almeno tra i non addetti ai lavori che, forse, lo ricordano più per aver “lanciato” Raffaello (di cui era un lontano zio) che per ciò che fece “in proprio”. Davanti al tempietto, per dire, tre ragazzi si dicevano convinti che esso fosse opera di Leonardo da Vinci.

Gli stessi ragazzi professavano senza tema di smentite che all’interno dell’opera fosse conservata la tomba di Pietro (che invece è nel “piano interrato” della basilica vaticana), ma per questo errore possono forse essere perdonati: il tempietto e la chiesa che lo ospita sorgono, infatti, nel luogo dove, secondo la tradizione, il primo papa venne crocifisso. La tradizione è probabilmente sbagliata: il Gianicolo, all’epoca in cui visse Pietro, era un’area residenziale “d’elite”, ed è improbabile che vi venissero svolte le condanne a morte, specialmente quelle per crocifissione, considerate particolarmente infamanti.

Il complesso di San Pietro a Montorio è un’altra delle chiese nazionali di Roma di cui abbiamo parlato sopra; in particolare, è una chiesa spagnola ed ospita i locali della Reale Accademia di Spagna. Nei giorni in cui ero a Roma, vi si svolgeva la “mostra finale” degli artisti residenti nell’Accademia. Spinto da una gentile ragazza, l’ho visitata anch’io.

Confesso di avere molti pregiudizi, rispetto all’arte contemporanea: e, anche se alcune delle opere esposte mi hanno confermato nella mia idea, che essa sia soprattutto un continuo esercizio di onanismo intellettuale (fine perifrasi per non dire “pippe mentali”), altre sono riuscite a colpirmi ed a farmi parzialmente ricredere. Tra le altre, mi piace ricordare in particolare la bella visione “fumettistica” di Roma offerta da Martin Lopez Lam (che credo, durante il suo soggiorno italiano, abbia avuto modo di conoscere Ranxerox) ed il progetto di Iñaki Gracenea, fondato sul concetto di Panopticon e sulla sua applicazione nella progettazione carceraria.

mlopez5

Una delle opere di Martin Lopez Lam. Trovate qui l’elenco completo di tutti gli artisti dell’Accademia Reale di Spagna e delle opere in esposizione.

Il concetto di Panopticon (“tutto visibile”) è stato elaborato dal filosofo Jeremy Bentham: egli immaginò un’ipotetica prigione, costituita da un enorme spazio aperto di forma poligonale (in cui si trovavano i reclusi) con al centro una grande torre da cui i carcerieri potevano controllarli tutti, senza essere visti a loro volta. Bentham partorì questa terrificante visione forse riflettendo sul famoso dubbio di Giovenale, “chi controlla il controllore?”; nel tempo, il Panopticon è diventato sinonimo della moderna società repressiva e, se non sbaglio, qualche commentatore particolarmente colto lo tirò fuori anche ai tempi dello scandalo NSA. L’opera di Gracenea mette a confronto le piante di vari edifici carcerari (anche quello della vicina Regina Coeli) con l’idea originale di Bentham, ed è innegabile che i loro progettisti sembrino aver eletto il filosofo inglese a loro lume tutelare. Pur nella sua essenzialità, l’opera colpisce nel momento in cui si riflette sul fatto che la repressione si è sempre “allenata” nelle carceri (e non erano pochi gli agenti carcerari a Genova, quindici anni fa, durante il G8): a quando una città-Panopticon?

Lascio San Pietro a Montorio ampiamente soddisfatto (tra l’altro, la visita alla struttura è completamente gratuita) e, attraverso via Goffredo Mameli, scendo verso via della Lungara; mentre lo faccio, penso che probabilmente è qui, da qualche parte, che a soli 21 anni, l’autore dell’inno nazionale del nostro stato ricevette (probabilmente da un compagno d’armi) la ferita che lo avrebbe portato alla morte, difendendo la Repubblica Romana dalle forze francesi che cercavano di riconquistarla al papato. Alla luce delle circostanze della sua morte, mi dico, la figura di Mameli andrebbe forse studiata a tutto tondo, e non solo come il “santino” che ha scritto le brutte parole del Canto degli italiani.

Su via della Lungara si trovano, l’uno di fronte all’altro, palazzo Corsini e la Farnesina; nel primo hanno sede l’Accademia dei Lincei (di cui fece parte anche Galileo Galilei) ed un museo che conserva, duole dirlo, solo brutte opere (tra cui probabilmente la peggiore di uno dei miei artisti preferiti, Andrea del Sarto). La seconda è un’opera di Raffaello, che mi costringe ancora una volta a dover ammettere che l’Urbinate, quantunque “si limitasse” ad operare una sintesi tra quanto i due giganti che lo avevano preceduto (Leonardo e Michelangelo) avevano prodotto, era comunque uno che sapeva fare il suo mestiere. D’altronde, come dicevo da qualche parte parlando d’altro, anche per scegliere da chi copiare ci vuole un certo buongusto, che decisamente è una delle cose di cui il Padreterno è stato più avaro.

fh050013

Da via della Lungara devo recarmi ad Ottaviano, per prendere la metro che mi riporterà fino a Piramide; per farlo, decido di procedere su quello che mi piace definire il Lungotevere “vero”: ossia, lungo quella striscia di cemento che corre a livello del fiume, passando sotto i molti ponti che conducono verso San Pietro. Se vi capitasse di trovarvi da quelle parti, è un’esperienza che consiglio anche a voi; tra l’altro, da lì si ha una visione davvero mozzafiato di Castel Sant’Angelo.

Nel pomeriggio, dopo aver trasbordato le mie cose nella nuova struttura dove trascorrerò la mia ultima notte romana, intraprendo un pellegrinaggio da lungo tempo rimandato: quello al Cimitero Acattolico di Roma, più noto come Cimitero degli inglesi. Nel cimitero, infatti, trovano sepoltura tutti coloro che, non essendo cattolici (oppure, non essendo proprio credenti), fino almeno alla metà del Novecento, non potevano essere inumati in terra consacrata negli altri luoghi di Roma. Il cimitero, di per se, non presenta alcuna caratteristica degna di rilievo: è un cimitero normale, come se ne vedono tanti altri in giro per la penisola. Può essere curioso che esso sia, appunto, “all’inglese”, cioè senza loculi e con tutte le tombe scavate nella terra; ma ciò che lo rende davvero memorabile sono i personaggi che vi sono sepolti: Percy Shelley, intanto, che sulla sua lapide non è indicato neppure per nome (“qui è sepolto uno il cui nome è scritto sull’acqua”, dice il suo epitaffio), ma anche Antonio Labriola, Carlo Emilio Gadda e, soprattutto, Antonio Gramsci. Di fronte al suo cenotaffio, una lapide ed un semplice cubo di pietra su cui sta scritto “Cinera Antonii Gramscii” (le ceneri di Antonio Gramsci, in latino), una sepoltura che fa un contrasto, forse intenzionale, con la stucchevole grandeur di tante opere volute a Roma dal fascismo, cui Gramsci sempre si oppose, ho sentito davvero salirmi le lacrime agli occhi. Tra l’altro, avevo un doppio motivo, per venire qui a rendere omaggio: intanto, a quello che, comunque la si voglia pensare, è stato uno dei più grandi intellettuali italiani dell’ultimo secolo; e, in secondo luogo, ad uno di quelli che rivaleggia con lui per questo titolo e che è una delle mie guide ispiratrici: Pier Paolo Pasolini (di cui abbiamo già parlato: ma è impossibile parlare di Roma, senza parlare di Pasolini), che intitolò “Le ceneri di Gramsci” la sua prima raccolta di poesie.

MOSTRE: A ROMA TRE MOSTRE DEDICATE A PASOLINI

Quando gli ho dtto che ero andato a vedere la tomba di Gramsci, il mio amico Tiziano mi ha mandato questa foto. Che è diventata lo sfondo del mio telefonino.

Il resto del pomeriggio si trascina piuttosto indolente (per vostra fortuna). Volevo andare a vedere la Biblioteca Nazionale Centrale, a Castro Pretorio, ma, d’estate, è chiusa di pomeriggio. Mi stupisce che la biblioteca della facoltà di medicina dell’università dell’Aquila abbia orari di apertura più ampi della Biblioteca Nazionale Centrale, ma non dico nulla e mi incammino verso piazzale dei Cinquecento (che, parlando sempre di Pasolini, è il luogo in cui la notte in cui morì, il grande intellettuale caricò sulla sua macchina Pino Pelosi). La strada da percorrere (via San Martino della Battaglia) passa per piazza Indipendenza, probabilmente uno dei luoghi più brutti di Roma e che, forse per questo, è stata scelta per ospitare alcuni rifugiati. Questi, esasperati dal razzismo che, come ho detto, a Roma è probabilmente più diffuso e radicato che altrove (si sentono ancora gli effetti di cinque anni di giunta Alemanno, forse), hanno esposto sul muro di un palazzo uno striscione che recita così: “Siamo rifugiati, non terroristi”. Poco lontano da questa piazza si trova l’ambasciata di Germania; il giorno dopo questa mia puntata da quelle parti, proprio in Germania un ragazzo (accecato più dai propri demoni che dall’odio religioso) farà una strage in un centro commerciale, e molti miei compatrioti dimenticheranno, di nuovo, che quei rifugiati hanno ragione.

Dopo una breve esplorazione alle Terme di Diocleziano, che mi fanno lo stesso effetto di quelle di Caracalla (“un luogo così grande per farsi il bagno?”), scendo verso piazza Navona e decido di andare a buttare un occhio all’opera più importante di Francesco Borromini, la chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza. Entro nel cortile, vedo le impalcature per il suo restauro, capisco che questo non sarà un pomeriggio fortunato, decido di tornare alla mia stanza.

Mentre percorro via dei Fori Imperiali, tuttavia, qualcosa colpisce la mia attenzione: faccio finta che siano state le scritte “enorme mosaico” e “presepe napoletano del Settecento”, ad attirarmi verso la chiesa dei santi Cosma e Damiano (se volete saperlo, il mosaico è molto bello ed il presepe… be’, è un presepe); ma lo so, che non è così. San Cosma e san Damiano sono i protettori dei medici: e questa era per me una tappa praticamente obbligata. Perché, anche se in questo anno potrei aver detto qualcosa che vi ha portato a dubitarne, io amo il mio lavoro. L’ho riscoperto a Roma, nella pace di una chiesa che isola da uno dei posti più affollati al mondo: e qualcuno dice pure che Roma non è una città magica.

(lo so, il finale è stato un poco deludente, forse: ma non si può scrivere qualcosa di conclusivo, parlando di Roma. Se la chiamano la Città Eterna, ci sarà pure un motivo.

Le foto, in tutto questo tempo, non sono ancora diventate mie ed anche queste, come le altre, appartengono ai rispettivi proprietari)

Advertisements

2 thoughts on “A Roma andai, a voi ripensai – Sesta parte

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

w

Connecting to %s