Narrativa ed evidenza

Ho finito da poco (poco in termini di ore, proprio) di leggere la prima parte di “Mesmer. Lezioni di mentalismo. Dall’età della pietra all’età dell’anima”, libro autoprodotto di Mariano Tomatis (qui il sito internet del progetto, dove è possibile acquistare il libro ed iscriversi alla newsletter), primo di una (si spera lunga) serie di volumi che, nelle intenzioni dell’autore, dovrebbe costituire una sorta di “manuale universale di mentalismo”, analizzando nel contempo la sua storia ed il contesto in cui si è sviluppato ed è cresciuto.

Chiariamo un concetto, prima di iniziare: “mentalismo”, a causa della (troppa e cattiva) pubblicità che ha avuto in questi anni, è un termine intorno al quale esistono molti fraintendimenti. Chiariamo dunque innanzitutto che non mi sto interessando (e nemmeno Mariano) di “lettura dei segnali del corpo”, di “microespressioni facciali” o della nefasta “programmazione neurolinguistica”; il mentalismo, di fatti, non ha nulla a che vedere con queste cialtronate, buone al più a vendere un corso online che non vi insegnerà nulla. No: il mentalismo è un’arte teatrale che, attraverso le tecniche dell’illusionismo, mette in scena fenomeni apparentemente paranormali o, forse, sarebbe meglio dire metanormali (ossia, che trascendono la normalità); nel contempo, tuttavia, i suoi praticanti negano di far uso di tecniche illusionistiche (e questo è probabilmente alla radice dei molti fraintendimenti di cui sopra). Mi scuso per i numerosi corsivi usati in questa frase, ma questo era un disclaimer importante ed era giusto sottolinearlo. Ora, torniamo a Mesmer.

Nel primo volume della serie, Mariano si occupa delle origini di questa particolare branca dell’arte magica. Le individua nella Parigi della fine del Settecento, nell’immediato periodo pre-rivoluzionario, in particolare nell’opera di un curioso individuo che operò nella capitale francese tra gli anni Settanta ed Ottanta del Settecento: l’uomo che da il nome a tutta la collana, Franz Anton Mesmer.

Mesmer, dottore in medicina e filosofia, aveva fatto la tesi di laurea sugli effetti dei corpi celesti sulle patologie dell’organismo; argomento che ci sembra ridicolo (o al più buono per qualche astrologo) se non consideriamo che nel Settecento si era da poco scoperta l’influenza degli astri sulle maree; inoltre, all’epoca andava ancora forte la teoria aristotelica secondo cui il corpo era fatto per la maggior parte da “umori”, ossia da liquidi, il cui squilibrio provocava la malattia. Mesmer, probabilmente, doveva aver semplicemente messo insieme le due idee.

Negli anni, egli ebbe modo di espandere queste sue prime intuizioni. L’azione della Luna sulle maree veniva considerata “magnetica”, ossia della stessa natura di quella esercitata da una calamita sul ferro; inoltre, risaliva a poco prima la scoperta della presenza di ferro nel sangue. Alcuni medici parigini, dunque, avevano già preso a curare le persone con delle calamite, facendosi così precursori della magnetoterapia (loro malgrado, ovviamente); Mesmer spinse questo pensiero ancora più in là, ipotizzando che, oltre al cosiddetto “magnetismo minerale”, che aveva bisogno “delle pietre” per funzionare, ne esistesse uno di altra natura, che legava gli uomini tra loro e con le specie viventi che lo circondavano, e che non aveva bisogno di alcuna pietra per essere manipolato: chiamò questo magnetismo “magnetismo animale”, e prese a cercare di “controllarlo” semplicemente coi movimenti delle mani, per curare alcune malattie del sistema nervoso (quelle che oggi chiameremmo malattie psicosomatiche). Alcuni illusionisti della Parigi dell’epoca presero “in prestito” la terminologia e la mimica di Mesmer (e dei suoi seguaci: Mesmer mise su una società per la diffusione della “scienza” che aveva preso il suo nome, il mesmerismo), riproducendo quanto lui faceva servendosi di trucchi: ed è qui, che giungiamo al legame tra Mesmer ed il moderno mentalismo. Ma non è questo, al momento, che mi preme esplorare.

Nelle pagine di “Mesmer”, Mariano riconosce che già gli scienziati del Settecento avevano riconosciuto che il magnetismo animale era un concetto privo di ogni fondamento: il “misterioso fluido” descritto dal medico tedesco non esisteva. Pure, però, quando Mesmer lo “manipolava”, i pazienti che si rivolgevano a lui andavano incontro a violente crisi delle patologie da cui erano affetti o, al contrario, ne guarivano, completamente anche se momentaneamente; in un caso, addirittura, uno dei pazienti precipitò in uno stato molto simile al sonno, in cui però era ancora in grado di rispondere alle domande del magnetizzatore e, addirittura, mostrava spiccate doti di chiaroveggenza (la cosiddetta “sonnambulia magnetica”, che è uno dei temi cardine del capolavoro “L’armata dei sonnambuli” di Wu Ming, che è il libro grazie al quale ho conosciuto Mariano). Per questi motivi, Mesmer è considerato l’ispiratore della psicoanalisi e dell’ipnosi.

La domanda che ci poniamo di fronte al mesmerismo è la stessa che ci poniamo di fronte alle molte pseudoscienze che ci nascono intorno come funghi ancora oggi (a dimostrazione del fatto che non siamo molto più evoluti degli uomini di quei tempi): posto che la “terapia” non può funzionare, allora perché funziona (o meglio: perché sembra funzionare, almeno a sentire i resoconti dei pazienti)? Mariano, nel caso del mesmerismo, presenta quattro ipotesi:

  1. ci siamo sbagliati. Il magnetismo animale esiste;
  2. è tutto un imbroglio. Il magnetizzatore è d’accordo col “paziente”, che finge le crisi a comando;
  3. il magnetismo animale effettivamente funziona, ma non per i motivi che crede il magnetizzatore: è che l’immaginazione (oggi diremmo la suggestione) del malato lo porta a pensare di stare meglio;
  4. il magnetismo animale non funziona, ma al magnetizzatore sembra di sì perché mette in soggezione il paziente che, sapendo che ci si aspetta che lui si senta meglio, afferma di sentirsi effettivamente meglio.

Queste spiegazioni, ovviamente, possono essere estese per spiegare il “funzionamento” di molte pseudoscienze.

Se la spiegazione 1 è vera, la pseudoscienza smette di essere pseudo ed entra nel campo delle scienze a tutti gli effetti (la scoperta dei microrganismi da parte di Pasteur è un esempio di questo caso). Se è vera la 2, c’è la riprovazione del mondo scientifico ed un bel processo per truffa… ma, spesso, il “pubblico generalista” è molto meno severo (caso dell’autismo provocato dai vaccini). La 3 spiega egregiamente l’effetto placebo, mentre la 4 spiega… gran parte delle cose che ho visto accadere negli ospedali. Ad esempio, persone che non accusavano alcun sintomo alla gamba destra quando le visitavo io, e che invece erano quasi paralitici, da quella stessa gamba, quando a visitarle era un medico più anziano o un primario. Specialmente se quel medico o quel primario si presentavano facendo domande assertive, come “Questa gamba non riesce a muoverla, vero?”.

Da alcuni anni, va per la maggiore nel mondo della medicina la cosiddetta “medicina basata sulle evidenze”; quella, cioè, che si propone di trasformare la medicina in una “scienza esatta”, attraverso i metodi della statistica. A questa, si contrappone la medicina “narrativa”, quella cioè che mette in primo piano l’esperienza soggettiva del paziente, rifiutandosi di credere che questa possa essere in tutto e per tutto oggettivizzata e ricondotta a delle categorie che possono essere misurate e numerate.

Io non sono un romantico, e non trovo affatto che i numeri siano “freddi” e “insensibili”; credo, anzi, che faccia parte dell’etica del nostro lavoro somministrare al paziente farmaci che sappiamo (grazie ai numeri) essere efficaci e sottoporli ad operazioni che hanno dimostrato (numeri alla mano) di essere risolutive per la loro patologia. Se così non fosse, ricadremmo nell’ipotesi 2 esposta sopra. D’altronde, è pur vero che le stesse sperimentazioni scientifiche (che sono il campo d’applicazione privilegiato della medicina basata sull’evidenza) possono essere inficiate dalle ipotesi 3 e 4: per questo motivo, è sempre previsto che il farmaco in sperimentazione sia confrontato con un placebo. Il paziente, ovviamente, non sa se gli si sta somministrando il farmaco di cui si sta testando l’efficacia oppure quello che su di lui non dovrebbe avere nessun effetto; allo stesso modo, però, non deve saperlo neppure chi glielo somministra, perché altrimenti potrebbe, appunto, metterlo in soggezione. Questo è il cardine della sperimentazione in doppio cieco.

Intendiamoci: la medicina basata sulle evidenze ha permesso alla medicina di fare enormi passi avanti, anche se attualmente sta vivendo, almeno secondo il mio parere, una fase di “reazionarietà”, venendo usata più come “scusa” per tagliare cure che come stimolo per cercarne di nuove; il vero problema è che, al letto del paziente, non si è nelle condizioni cliniche controllate. Il medico (e spesso anche il paziente) sanno se il farmaco che è stato messo nella flebo farà o no effetto; entrambi hanno delle aspettative e tengono conto di quelle dell’altro. Spesso, la semplice domanda “Si sente meglio?” porta il paziente a sentire il dolore diminuire: non ci credevo, prima di vederlo accadere davanti ai miei occhi. E non ho più sottovalutato l’effetto placebo (anzi, ho spesso cercato di sfruttarlo, per quanto possibile) da quando ho visto un paziente con un mal di testa da causa realmente seria sentirsi molto meglio grazie a della semplice soluzione fisiologica. Ossia, a dell’acqua.

Come inciso, ci tengo a dire che secondo me questo dimostra che, se dal punto di vista “geografico” il sistema nervoso sembra organizzato in senso gerarchico (ciò che è più in alto controlla ciò che è più in basso), dal punto di vista funzionale ciò non è vero: e così, il nostro cervello emozionale (che è più profondo) può a volte influenzare il nostro cervello razionale (che è più superficiale). Se volete sentire me, anzi, questa è la situazione che si realizza più spesso, come sa chiunque abbia perso almeno una volta “il lume della ragione” per la rabbia.

La domanda che mi pongo io, comunque, è piuttosto un’altra: ma medicina basata sulle evidenze e medicina narrativa devono per forza essere considerate antitetiche ed avversarie? La medicina, mi sembra, sta attraversando con alcuni decenni di ritardo un dibattito a cui le altre scienze hanno dovuto far fronte già da molti anni: quello cioè tra la relazione che intercorre tra la loro “solidità” e la loro “raccontabilità”; è un dibattito che ha lasciato, per esempio, un segno profondo sulla fisica, con alcuni scienziati (Albert Einstein, tanto per fare un nome grosso) che consideravano la fisica quantistica “non vera” perché non esprimibile “coi numeri” (e quindi “non solida”), ma solo “a parole” (e quindi “raccontabile”); ed è, per altro, il dibattito eterno che si fa intorno alla divulgazione scientifica, per cui si deve sempre scegliere tra semplificare un poco (e quindi rendere tutto più “raccontabile”) e non tradire il senso di quello che si sta spiegando (e quindi rimanere contemporaneamente “solidi”). Nel caso della medicina, il dibattito è quanto mai importante, perché il suo stesso fine (la cura) può essere inficiato da un dosaggio non corretto di questi due elementi.

La conclusione di questo dibattito è ben lontana; per ora, io credo che dovremmo tenere questo come punto di partenza: abbiamo bisogno della medicina basata sulle evidenze per essere etici, e della medicina narrativa per essere realmente efficaci.

Ricordando sempre che dobbiamo curare malati, e non malattie.

Scusate per questo articolo “tecnico”. Come avrete notato, ultimamente sono stato morso (anche se a “modo mio”) dal tarlo della “scrittura applicata”. Se non apprezzate… fatemelo sapere.

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2 thoughts on “Narrativa ed evidenza

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