La chiamata dei tre [per Ferragosto (o fose ormai sarebbe meglio dire per San Rocco)]

Lavorare a Ferragosto ha delle conseguenze. Una di queste è pranzare con pane e prosciutto, mentre tutto intorno a te l’aere si satura di dolce profumo di agnello alla griglia. Non vogliatemene, vegani.

Un’altra è che, anche se (grazie ad iomemestessa, che poi uno dice perché ci è mancata) ho saputo oggi alle due di questa bella idea di Romolo Giacani, ho trovato un minuto per partecipare solo ora. Che in realtà non è neppure più Ferragosto, anzi è già San Rocco e molti di voi, probabilmente, sono a letto, e si preparano a riprendere il solito tran tran lavorativo dopo essere stati a casa per via di quella che, almeno secondo la mia percezione, è la festa nazionale meno sentita dell’anno. Meno della Pasqua e addirittura del 2 giugno, che per farlo diventare interessante hanno dovuto trasformarlo (da festa della Repubblica nata dalla Resistenza e dall’antifascismo) in una sfilata delle forze armate come non se ne vedevano dagli incontri a Roma tra Hitler e Mussolini. Faccio per dire, eh.

Tuttavia. Dalle mie parti, anche il giorno dopo Ferragosto (in cui si festeggia San Rocco, appunto) è praticamente un giorno festivo: il santo da cui ha preso il nome il più famoso dei pornoattori italiani, infatti, pur non essendo il patrono, è molto venerato dai miei concittadini, tanto che parecchi esercizi commerciali decidono di prolungare la festività di mezza estate, introdotta ormai duemila anni fa dall’imperatore Augusto (da cui prende il nome) e mai più soppressa. Ma alla prossima legge di stabilità, chi può dirlo.

E insomma, ho deciso che parteciperò lo stesso. Che magari pure nella vostra città funziona così, vai a sapere. Oppure no, e domani leggerete questo articolo (ed i tre che sceglierò di proporvi) mentre fate colazione, o sul treno che vi porta al lavoro, o magari nella pausa pranzo, come fa quell’assatanato di gaberriccitudine che è ammenicolidipensiero (che, se Vishnu vuole, quest’anno andrò a trovare. Promesso). E poi, devo sfruttare l’occasione: che quando mi ricapiterà più di poter scrivere un articolo breve (per i miei standard, eh), sennò, di questi tempi in cui parto dicendo “Sai che mi piacerebbe fare un nuovo episodio delle Definizioni?”, e poi mi ritrovo sempre a scrivere articoli di almeno limite per x che tende a zero di uno su x parole?

Le regole fissate da Romolo sono semplici: scegliere tre post, tra quelli che ho scritto, che mi rappresentino, o, per meglio dire, che rappresentino questo blog. Insomma, una specie di vetrina, un qualcosa tipo: per far capire a chi non ti ha mai letto di cosa parla il tuo blog, quali articoli gli faresti leggere?

Una domanda complicata: il mio blog si chiama Suprasaturalanx perché, quando ho iniziato a scriverlo, l’unica regola che mi ero posto era che avrebbe potuto parlare di tutto quello che mi veniva in mente. Lo spirito era un po’ quello della rubrica “La bustina di Minverva”, che Umberto Eco, all’epoca, teneva sull’Espresso (e rendersi conto che da quando ho aperto questo blog, Eco ci ha lasciato, rende l’idea di quanto tempo sia passato). La satura lanx, di fatti, era un antico dolce romano, in cui andava a finire un po’ di tutto; ed ecco anche spiegato il sottotitolo di questo blog “Noci, miele, ricotta e molto altro!”.

Da questo dolce ha preso il nome il genere letterario della satira, che inizialmente era una specie di “genere-cestino”, in cui finivano tutte le composizioni che non potevano rientrare né nel genere della lirica, né in quello dell’epica (c’era, appunto, un po’ di tutto). Col tempo, la satira iniziò a divenire il genere della presa in giro, della parodia, del castigando ridendo mores: insomma, la satira romana si trasformò nella satira che conosciamo.

Faccio questa lunga premessa per spiegare perché la mia prima scelta cade su Luttazzi a Place de la Nation: di fatti, ho iniziato ad occuparmi di satira “a tempo pieno” solo quest’anno, inaugurando la rubrica Del peggio del nostro peggio; ma era già da tempo che di questo genere ero osservatore e critico. Le riflessioni che feci allora, credo, non sono del tutto disprezzabili neppure adesso; e ritengo sarebbe il caso di ampliarle, in questi tempi in cui vediamo bene come si siano evolute le idee pericolose che nacquero subito dopo l’attacco a Charlie Hebdo, e che permettono ora di spacciare sull’Internet qualunque porcata appicciandoci sopra, a sproposito, l’etichetta “satira”. L’articolo, per altro, è ancora oggi (escluso quello della settimana in cui vinsi Cita un libro, ma quello non vale) il più letto di questo blog, e mi piace pensare che voglia dire qualcosa.

Se, invece, i miei lettori o potenziali tali fossero, più che a quello che scrivo, interessati a chi scrive, nulla potrebbe aiutarli ad orientarsi meglio nel mio mondo che questo episodio di Neurosurgery Kid. Dentro c’è tutto quello che bisogna sapere di me: cosa mi piace, quali sono i ricordi a cui sono più legato, la medicina, chi è Anita, chi è Flavia, perché voglio bene a mio fratello, Roma e quindi la Gaberricci Planet, le mie paure, i miei desideri e, boh, un sacco di altra roba. Soprattutto, l’amara considerazione che “bisogna essere molto cauti ad esprimere desideri, perché qualche volta si avverano” (cit. Dimenticavo: c’è anche del citazionismo. Fin dal titolo).

Infine, come terza scelta tiro fuori questo articolo che scrissi due anni fa, proprio in occasione di Ferragosto. Voglio sottrarlo all’oblio in cui è caduto per due motivi: uno, perché è stata la prima volta che, su questo blog, mi sono occupato di magia, argomento che poi si è ritagliato uno spazio (e che, spoiler!, potrebbe tornare a far parlare di se molto, molto presto). Secondo: perché, piuttosto timidamente, subito dopo averlo scritto scrissi pure una mail all’autore del libro che lo aveva ispirato, Mariano Tomatis (che, in quei giorni come ora, considero una fonte di ispirazione primaria: tanto da aver comprato il suo ultimo libro -consigliatissimo, vedi post precedente-). Mariano non solo mi rispose, dicendomi molte belle parole; ma, addirittura, volle citare il mio articolo sul suo blog, in un post che si intitolava Tre esperienze magiche di Ferragosto. Facciamo quattro esperienze magiche di Ferragosto, Mariano: che vedere il mio nome sul blog di una persona che tanto stimo, vedere che in qualche modo anche io ero meritevole di stima (vedi su, a proposito di paure eccetera) è stato qualcosa di veramente meraviglioso.

A questo proposito, devo confessare una cosa: questo gioco mi ha fatto venire voglia di farne un altro. Voi, miei lettori affezionati, perché siete ancora qui? Con quale articolo siete approdati a me? Cosa vi ha convinto a restare?

Advertisements

4 thoughts on “La chiamata dei tre [per Ferragosto (o fose ormai sarebbe meglio dire per San Rocco)]

  1. Pingback: di cento, di tre | ammennicolidipensiero

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s