Storia di Ibrahim

Io ed Ibrahim (nome di fantasia) incrociamo i nostri destini in un momento curioso; a quelle persone (non sono tra loro) a cui piace pensare che nulla accada per caso, interesserà sapere che, quando ci siamo incontrati, ieri sera alle sette, io stavo concludendo (anzi, a dirla tutta avevo già concluso), mentre lui stava iniziando.

Ma (e temo che questo distruggerà tutta la mistica della frase precedente) non stavamo iniziando e concludendo la stessa cosa.

Io stavo concludendo un lavoro: che, il mese scorso, ho prestato servizio come medico in un piccolo paese di montagna, ad una cinquantina di chilometri dalla città in cui sono stato residente fin da quando sono nato (e presto questo cambierà). Ho pensato tante volte che sarebbe stato interessante redigere una specie di “Diario di un medico di montagna”, da affiancare idealmente a quello, più famoso, scritto da un curato di campagna all’inizio del secolo scorso. Ho desistito perché, dopo meno di una settimana di lavoro, avevo già abbastanza cose da raccontare da far invidia alla Gaberricci Planet, che avete letto con soddisfazione ma anche con difficoltà, e quindi. Contentatevi di questo episodio, per ora (Marco, non provare a fare commenti stuzzicanti o questa volta ti scateno contro i mastini infernali).

Ibrahim, invece, cominciava una di quelle imprese che non è ancora arrivato un Omero che abbia cantato nel modo che meriti: e cioè, vivere nel nostro paese. Avendo la pelle nera.

Da quel che sono riuscito a capire (non è stato facile, capirete poi perché) Ibrahim viene da uno di quei paesi in cui, negli anni Trenta, gli italiani piombarono senza chiedere permesso, con l’intenzione di portare pace, benessere e civiltà. Obiettivo nobile, non c’è che dire, non fosse che, quando se ne andarono (quando ce ne andammo), negli anni Quaranta, avevano portato soltanto (con grande scorno degli indigeni) omicidi, ENI e Rodolfo Graziani; per dirla in una sola parola, colonialismo. Qualcuno dice che questo fosse il loro (il nostro) intento dall’inizio, ma potrebbero essere voci messe in giro dai soliti buonisti sinistrorsi cattocomunisti che vogliono che il nostro paese venga invaso da islamici liberticidi, che vengono qui e non si fanno neanche sfruttare fino alla ventiquattresima generazione, dopo che noi siamo andati a casa loro ed abbiamo fatto più stragi che… ahem. Mi sa che sto divagando.

Ed insomma, Ibrahim è venuto da uno di questi paesi dell’Africa Orientale, ha attraversato il deserto, si è imbarcato forse in Libia, grazie all’aiuto di qualunque sia il Dio in cui crede è riuscito a raggiungere Lampedusa, da qui è stato portato a Palermo, dove il misterioso algoritmo di qualche computer connesso al server centrale di un qualche ministero gli ha detto che doveva andare a stare proprio in quel paese di montagna in cui qualche altro algoritmo, collegato al server centrale di un altro ministero, aveva deciso che io dovessi andare a fare il medico. Ma solo dopo l’ultimo weekend di agosto, Ibrahim, che prima gli alberghi sono tutti pieni e non voremo mica spaventare i turisti con questi negri neri, e insomma non possiamo mica anteporre umanità ed accoglienza (nei confronti di un popolo che subisce ancora le conseguenze della nostra dominazione del nostro benigno tentativo di aiutarli) al rilancio della nostra economia.

Non me l’ha raccontata lui, questa storia, ma sono abbastanza sicuro che sia andata così: perché è così che vanno, le storie di tutti gli Ibrahim del mondo. Ed è così che andranno quelle dei tredicimila Ibrahim che in questi due giorni sono sbarcati sulle nostre coste.

Loro, però, saranno forse più fortunati di questo Ibrahim: che non ha fatto in tempo a scendere dall’autobus che l’ha portato a 1200 metri di altitudine ed a salire su una bicicletta, che quest’ultima l’ha disarcionato e lui è finito lungo disteso sull’asfalto, picchiando, per buon conto, la testa tanto forte da aprirsi una ferita; non troppo ampia, ma abbastanza preoccupante da spingere due suoi amici a cercare un medico.

Li vedo entrare, lui ed i suoi amici, dal cancello della base sanitaria del paesino in cui ero stato collocato mentre avvio la mia auto per tornare a casa, dopo aver passato l’ultimo giorno di lavoro nella quasi totale apatia: i turisti, come sa bene l’algoritmo ministeriale, ormai stanno tornando verso le loro residenze, e per chi come me fa la guardia medica turistica non c’è più molto da fare. Si vede da lontano che Ibrahim non sta bene; e la stessa voce che aveva spinto, inizialmente, me ed Anita a far finta di nulla, più di un anno fa, quando incontrammo altri due Ibrahim, torna a farsi sentire. E mi dice: “Dai, su, stanno entrando in una base sanitaria. Qualcuno si occuperà di loro!”. Stavolta la mando a fanculo fin da subito.

Ibrahim, dicevo, ha un brutto taglio in testa, e mi sembra un pochettino confuso; per il sì e per il no, visto che non posso fargli molto, decido di chiamare il 118. Ho fatto solo una valutazione sommaria, quanto mi è bastato per rendermi conto che potrebbe essersi fatto molto male; tra l’altro, per valutare un soggetto che ha battuto la testa bisognerebbe valutare come parla, ed io non parlo la sua lingua, e lui non parla la mia. La centralinista, tuttavia, necessita assolutamente di alcune informazioni fondamentali: nome, cognome e, soprattutto, data di nascita. Quest’ultima risulta di reperimento piuttosto difficile; la signora dall’altro capo del telefono, allora, bontà sua!, decide che le basta una stima approssimativa dell’età di Ibrahim. Gli guardo le gambe magre, le mani, il volto; dico trent’anni per abbrevviare i tempi, ma probabilmente ho sbagliato per difetto. Tenetelo bene a mente.

Per fortuna (mia e di Ibrahim) il collega del 118 era proprio dietro l’angolo; valuta anche lui velocemente Ibrahim (che intanto sta un po’ meglio), poi decide di portarlo comunque al pronto soccorso più vicino. Essendo che Ibrahim non ha più gli occhi chiusi, e che i suoi amici si sono tranquillizzati abbastanza da poter fare da interpreti, viene reiterata la domanda: ma quand’è che è nato? Passano alcuni secondi, giunge la risposta. L’autista dell’ambulanza guarda Ibrahim, poi guarda me, poi di nuovo Ibrahim. Di sicuro, sta pensando che il suo inglese è arrugginito: perché Ibrahim, va bene tutto, ma non può essere nato nel 1996! Quell’uomo, con le caviglie che potrei cingere con una mano, e quelle rughe… non può avere solo vent’anni!

Ed invece è così: Ibrahim non è un uomo, è un ragazzo. Mi spiace non avergli fatto una foto. Che sarebbe stata una gran bella risposta da dare, a chi mi avesse detto: “eh, ma ci sta la fame pure in Italia, sa!”.

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7 thoughts on “Storia di Ibrahim

  1. Anche se a dirla tutta l’età di questi poveretti è sempre un terno a lotto. Non so se hai presente quel ragazzo che giocava nella primavera della Lazio e diceva di avere 16 anni, quando sembra ne avesse quasi il doppio…

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