Sull’Enoch Soames di Max Beerbohm

Sto leggendo “Antologia della letteratura fantastica”, raccolta di racconti di genere fantastico curata da Silvina Ocampo, Adolfo Bioy Caseres e, soprattutto, Jorge Luis Borges.

Come ho avuto modo di dire più volte, Borges è, probabilmente, il mio scrittore preferito; le sue doti di selezionatore non sono inferiori a quelle di autore, come potrà confermare chiunque abbia letto o leggerà questo libro. O meglio: come potrà confermare chiunque abbia letto o leggerà questo libro e che non abbia preclusioni riguardo l’aggettivo “fantastico”. Vent’anni di dittatura tolkeniana (o, forse sarebbe meglio dire, jacksoniana) su questa particolare area della narrativa di genere, infatti, rischiano di aver contaminato il campo e di averci fatto dimenticare che il fantasy non è che uno dei territori in cui può muoversi uno scrittore fantastico. Ne esistono tuttavia degli altri, che Borges ed i suoi sodali (a lui legati, se non ricordo male, da vincoli di parentela oltre che di stima) non mancano di esplorare… ma non voglio attribuire al mio prediletto meriti che non possiede: l’antologia è stata pubblicata per la prima volta 75 anni fa, ed è quindi normale che fosse così.

Ad ogni modo, i suoi curatori non mostrano pregiudizi di nessun tipo, né geografico, né temporale, né riguardo il particolare sottogenere: non ho letto che una manciata delle opere che essi hanno con tanta cura scelto, ma ho già avuto modo di imbattermi nel gotico, nell’orrore (di tipo e poeiano e lovecraftiano), nel mistico, e, con mia sorpresa, anche nella fantascienza. Questi due ultimi sono curiosamente mescolati (insieme ad una buona dose di autobiografia) nel racconto di cui voglio parlare con questo breve articolo: Enoch Soames, di Max Beerbohm.

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Max Beerbohm

Il racconto narra (attenzione: di qui in poi, rivelerò la sua trama), con uno stile appesantito dai manierismi dell’epoca in cui fu scritto (la fine dell’Ottocento) della triste storia dell’uomo che gli da il titolo: Enoch Soames. Questi è un letterato, autore di tre opere piuttosto curiose anche per i tempi in cui il racconto fu pubblicato: Negazioni, raccolta di scritti tra loro dissimili, ma apparentemente legati da un filo conduttore che nessuno (a parte lo stesso Soames, forse) riesce a scorgere; Fungoidi, libro di poesie trascurabili; ed un terzo, di cui l’anonimo autore non ricorda (o finge di non ricordare) il titolo. Soames soffre di una doppia dannazione: da un lato, il completo disinteresse nei suoi confronti da parte dei contemporanei (diverrà noto solo brevemente, ma per un suo ritratto eseguito da una celebrità minore della sua epoca); dall’altro, l’adulazione totalmente disinteressata (e per questo ancor più stucchevole) tributatagli dall’autore e narratore del racconto.

Come tutti coloro che sono convinti d’aver trovato la via definitiva verso l’Arte, e che tuttavia vengono clamorosamente smentiti dal loro insuccesso, Soames finge che del suo fallimento non gli interessi nulla; tuttavia, una sera, assediato dal suo forse unico ammiratore, che gli ripete che da sempre i più innovativi tra gli artisti devono attendere almeno un secolo, prima di veder riconosciuta la loro grandezza, cede: oh, se solo potesse sapere se fa parte di questa eletta schiera! Se solo potesse andare, anche solo per un pomeriggio, alla sala di lettura del British Museum, cent’anni nel futuro, il 3 giugno del 1997 (la data è riportata nel racconto, con singolare esattezza)! Se solo potesse, continua, allora venderebbe l’anima al diavolo!

Proprio in quel momento, l’unico altro avventore del localino si presenta: si tratta, appunto, del diavolo; che, del diavolo, è venuto a fare l’opera. Nonostante i molti ammonimenti del narratore, Soames accetta, e scompare. Ritornerà la sera stessa e, nel resoconto del futuro che farà, risiedono i due motivi di interesse di Enoch Soames.

Il primo (probabilmente quello che colpì Borges, Caseres ed Ocampo) è che Soames, nel confessare che, no, neppure nel futuro nessuno saprà nulla di lui, confonde singolarmente il piano della realtà con quello del racconto (questa confusione è, a ben vedere, la radice stessa del genere fantastico): rivelerà infatti a chi fino a quel momento ha ricordato la sua triste storia, e senza saper trattenere un rimprovero, di non aver trovato che una sola traccia di se, nel 1997. Nell’opera Letteratura inglese 1890-1900, di T.K. Nupton, è infatti riportato quanto segue:

uno scrittore di quel tempo, chiamato Max Beerbohm […] scrisse un racconto, nel quale faceva il ritratto di un tipo immaginario, chiamato “Enoch Soames”, un poeta di terz’ordine che si crede un gran genio e fa un patto col Diavolo, per sapere quello che i posteri penseranno di lui […]

Nel 1897, uno scrittore di nome Max Beerbohm scrisse un racconto su uno scrittore fittizio di nome Enoch Soames; nel 1997, grazie al diavolo, quello scrittore fittizio approdò alla sala lettura del British Museum di Londra, e l’unica prova della sua esistenza che trovò fu quello stesso racconto di cui era protagonista. Il narratore fino a quel momento anonimo e l’autore del racconto coincidono; la storia reale ed il racconto immaginario, sono in realtà la stessa cosa. Ecco perché ho scritto che questo racconto è fantascientifico, molto più che per la presenza del topos del viaggio nel tempo (la presenza del diavolo, ovviamente, rende invece ragione della sua inclusione nel genere mistico).

Il secondo motivo di interesse, com’è chiaro, è la visione del futuro che aveva nel 1897 Max Beerbohm (e, probabilmente, molti suoi contemporanei, o almeno quelli a lui affini per classe sociale e formazione). Tale visione, per chi legga quel racconto oggi, considerando quel futuro il suo passato, è piuttosto deludente: figlia de La macchina del tempo di Wells (che viene anche citata esplicitamente), è dominata dall’incubo dell’omogeneità (tutti gli uomini vestiti uguali, tutti con un distintivo sui vestiti, tutti egualmente rasati a zero…), che è completamente diversa dall’omologazione a cui cent’anni di consumismo ci hanno abituato. Questo sminuisce un’opera che, altrimenti, sarebbe grandemente interessante; la colpa di ciò, ovviamente, non può essere attribuita a Beerbohm quanto, piuttosto, ai tempi che, passando, non hanno aderito al suo scritto.

Ammiratori di Beerbohm hanno cercato di corregere questo “errore della storia”, cercando di rendere più congruenti tra loro l’arte e la realtà; ci si è provato, ad esempio, Raymond Teller, del duo di illusionisti statunitensi Penn & Teller, che in quello stesso 1997 scrisse un articolo in cui ricordava di quello strano individuo che, nel pomeriggio del 3 giugno 1997, con un vestito completamente fuori moda, era comparso nella sala lettura del British Museum… sono un grande ammiratore di Penn & Teller, ma penso che, questa volta, Teller abbia mancato il punto: se quello strano individuo non è davvero comparso, egli non ha riavvicinato l’opera di Beerbohm alla vita reale, conferendole così la grandezza che merita. Ha solo aggiunto alla letteratura altra letteratura.

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Teller

A questo punto, sorge una domanda: sarebbe lecito corregere l’opera di Beerbohm? Sarebbe lecito dare alle stampe una versione dei suoi lavori in cui, invece del “tessuto tipo Jaeger” e dello “schedario della sala lettura”, Soames raccontasse degli orridi maglioni che andavano di moda nei tardi anni Novanta e dei primi, rudimentali computer che una gentile bibliotecaria aveva consultato per lui? Il nocciolo del racconto di Beerbohm e la grandezza drammatica della figura di Soames non ne uscirebbero mutate; il tono complessivo del racconto, viceversa, ne guadagnerebbe, e nessuno verrebbe distratto, mentre sta seguendo la parabola che porterà Soames all’inferno, da questo marchiano errore (ripeto, compiuto non da Beerbohm, ma dalla storia).

I tempi, forse, non sono ancora maturi per proporre una simile soluzione: permane ancora una visione tardo-romantica dell’opera d’arte, percepita come Incarnazione dello Spirito sulla Terra e, in quanto tale, data una volta per tutte e non modificabile. Ma, io credo, renderebbe maggior giustizia a Beerbohm, piuttosto che continuare ad ammirare stupiti l’imperfezione della sua opera, trasformare il suo racconto una visione profeticamente ineccebile del futuro. E l’unico modo che abbiamo di farlo, ad oggi, è cambiare quanto egli scrisse.

In attesa, ovviamente, che ci venga concesso di inviare alla sala lettura del British Museum, alla data del 3 giugno 1997, uno strano individuo con un vestito completamente fuori moda…

Nota

A giugno, in un periodo di scarsa ispirazione, pensai di riesumare la rubrica Days like these, in cui vado a vedere (servendomi dell’Archivio storico de l’Unità) cosa accadde in particolari giorni del passato, e poi ve lo racconto. Questa era una delle pagine interne dell’edizione di lunedì 9 giugno 1997:

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La didascalia della foto recita:

LONDRA. Il curioso abbigliamento con cui, nei giorni scorsi, un uomo si è presentato alla sala di lettura del British Museum. Lo sconosciuto si è prestato volentieri alle foto, ma non ha voluto spiegare le ragioni di questa mise tardo-ottocentesca.

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