Un pomeriggio al club – Episodio 1 di 3

Quando arrivò al club, Baker era già lì.

“Vogliate scusare il ritardo, Baker” disse Horner. “Ma le autorità doganali di Sua Maestà si fanno vieppiù ottuse, man mano che il tempo passa”.

“Figuratevi, Horner, figuratevi. Sono trascorsi ormai alcuni anni dall’ultima volta che abbiamo viaggiato insieme” fece un curioso cenno di intesa, che contrastava col tono sussiegoso con cui stava parlando “ma, come forse sapete, il mondo tende alla consunzione e non al perfezionamento. Dal che, come dicono le lavandaie: andrà sempre peggio”.

Risero. Baker schioccò le dita e gli si avvicinò un cameriere, con una marsina che era fuori moda anche considerando che la conversazione che vado riferendo si tenne in data più vicina al 1890 che al 1960.

“Ci siederemo lì. Portateci il miglior whiskey che potete offrirci e… per voi, Horner?”.

“Oh, quello che ha ordinato lei andrà benissimo, Baker”.

“Bene, due whiskey quindi. Venite, andiamo a sederci”.

Attraversarono la stanza; il club, benché si fosse nel tardo pomeriggio, era molto poco affollato: quel giorno infatti Sua Maestà assegnava una qualche carica tanto ambita quanto insignificante. Tutti i (pochi) presenti, comunque, si sentirono in dovere di alzarsi dalla poltrona su cui erano seduti a leggere il Times (il cui editore era uno dei soci del club, con sommo scorno di Baker che, provenendo da una famiglia che forniva generali all’Impero da prima che fosse un Impero, mal sopportava la presenza di coloro che la propria fortuna se l’erano costruita con sudore e tangenti) per stringere la mano e, in almeno due casi, dare una virile pacca sulla spalla ad Horner.

Horner accettò ben volentieri tutte queste manifestazioni di stima; fissando la schiena dell’ultimo che era venuto a porgergli i suoi ossequi, tuttavia, fu incapace di trattenere un sorrisetto e di mormorare, a mezza bocca: “Ipocriti schifosi”; Baker fece finta di non averlo sentito ma, quando Horner scostò la sua sedia, lui stava sorridendo.

“Mi chiedo” disse, mentre apriva una scatola di legno elegantemente decorata, ne estraeva un sigaro e la passava ad Horner “se per caso non vi siate innamorato di qualcuna delle femmine di quei musi neri”. Sbuffò una nuvola di fumo, in un certo modo che denotava che non aveva pronunciato la frase con intento di scherno, ma in spirito di cameratismo.

Horner, infatti, sorrise, e recitò alla perfezione la sua parte: “Dio ce ne scampi!”, disse, con una convinzione tale che chiunque non lo conoscesse avrebbe potuto credere che davvero il suo amico potesse davvero avere qualche sospetto su di lui. Ma era chiaro ad entrambi, che le frequentazioni che poteva avere con quelle donne che vivevano al di sotto dell’Equatore non aveva qualcosa a che fare con quei sentimenti che, in genere, vanno a finire nei libri di poesie (di cui i due uomini si intendevano, avendone pubblicati alcuni ai tempi dell’università).

“Ah, sapevo di poter stare tranquillo. Però, lo sapete, questo è il vostro… ricordatemi, decimo o undicesimo?”.

“Dodicesimo, in realtà”.

“Accidenti, devo essermi persa l’eco di qualcuna delle vostre imprese! Sono sicuro che non sfigurava, al confronto delle altre!”.

“Come sempre, Baker, siete eccessivamente gentile… ma comunque vi ringrazio. Fa bene al cuore sapere che c’è qualcuno che considera i miei modesti servigi per l’Impero come meritevoli di gloria, e non di biasimo”.

“Che volete farci, Horner. I tempi non sono più quelli di quando noi eravamo giovani, quando si guardava a Livingstone ed a Quatermain con rispetto ed ammirazione”. Alzò gli occhi al cielo, e non fu necessario aggiungere altro. “Non intratteniamoci in questi tristi argomenti, ad ogni modo… stavo dicendovi che la gente che legge i giornali – sono ogni giorno di più, e se volete sentire me direi che sono troppi – si chiede che cosa ci andiate a fare, così di sovente, tra i selvaggi dell’Africa”.

“In gioventù… non che voglia dire che ora non siete più giovane, ovviamente” Baker fece un gesto di noncuranza con la mano. “In gioventù, voi pure avete apprezzato le meraviglie che ha da offrire il continente africano… una volta che uno si è abituato a chi ci vive, ovviamente”.

“Senza dubbio, senza dubbio, ma ammetterete anche voi che questi tempi non sono più quelli. All’epoca, dire di essere stati in Africa faceva palpitare i cuori degli uomini sotto le giubbe… e quelli delle donne sotto i corsetti”.

“Non si può negare” convenne Horner, e per un attimo il suo volto si rabbuiò. Ma Baker riprese a parlare, e le convenzioni sociali ebbero la meglio su ciò che lo aveva turbato; per cui, fu con espressione di cortese attenzione che lo ascoltò dire: “Aggiungeteci pure che, quando noi eravamo giovani, e mi scuserete se non convengo con voi sul fatto che lo siamo ancora, l’Africa aveva ancora qualcosa di eroico. Le sorgenti del Congo non erano ancora state scoperte, tanto per fare un esempio, e nessun polacco aveva ancora potuto piantarci la sua bandiera. Oggi come oggi, con un volo alla settimana da Londra ad Alessandria, ed un mezzo motorizzato fino a Khartoum, dove si può trovare tutto ciò di cui si ha bisogno… che c’è di eroico, nell’esplorare il continente nero?”. Sbuffò un’ultima boccata di fumo, quindi spense il sigaro. Quando il fumo si diradò, Horner lo fissava sorridendo: “Sapevo che in gioventù avete esplorato anche quel campo del sapere… ma non vi facevo un uomo di lettere, alla vostra età”.

“Non bisogna essere uomini di lettere, per rendersi conto del fatto che il motore ha ucciso l’epica. Oggi come oggi, Achille rinuncerebbe a Troia per un’automobile. Se ne è accorto perfino quel pessimo poeta che risponde al nome di Thomas Stearn Elliot”.

“Che mi dicono stia però avendo un buon successo”.

“Sapete come… oh, ma non siamo qui per parlare di questo. Non penso mi abbiate spedito un messaggio di posta aerea da Alessandria, per preavvertimi del vostro arrivo e per chiedermi di mettere in moto le mie” la pausa fu piuttosto eloquente “conoscenze, col solo intento di parlare dell’oscena opera di quel poeta”.

“No, infatti”. Baker infilò una mano in tasca. “Non voglio star qui a scandalizzarvi o, peggio ancora, a tediarvi; per cui, vi chiedo di non domandarmi come ho fatto a far entrare questo sul suolo della Gran Bretagna. Vi basti sapere che ci sono voluti tutto il mio ingegno e tutta la mia esperienza”. Cavò fuori di tasca un involto, grande più o meno quanto un mandarino, e prese a svolgerlo “Mi avete chiesto cosa mi spinga, alla mia età, ad andare ancora in Africa; una terra che, a sentir voi, non offre più nessuna possibilità di guadagno… qualora non si sia interessati alle ipocrite felicitazioni dei soci, vecchi e nuovi, di questo club”. Il contenuto del piccolo pacchetto restava, ora, celato unicamente dall’angolo di un fazzoletto. Baker, tratteneva a stento l’istinto di allungare una mano, e si vedeva. Pure, non seppe trattenersi dal pronunciare un “Ma come…”.

“Io credo” concluse Horner “che questa sia una motivazione sufficiente”. Afferrò l’ultimo angolo e tirò. Baker riuscì, per fortuna, a trattenere l’urlo che gli salì alla gola; il rumore che fece la sedia cadendo, comunque, fu comunque abbastanza forte da far girare due o tre dei vicini, che tuttavia, allo sguardo di Baker, ritennero fosse il caso di mantenere il più stretto riserbo.

Sul tavolo, adagiato sulla seta che l’aveva amorevolmente abbracciato, giaceva una pietra preziosa: probabilmente, era un diamante, anche se Baker (che se ne intendeva) non ne aveva mai visti di quel colore rosa brillante. La stima era stata sbagliata: era più grande di un mandarino. Probabilmente, le dimensioni erano più vicine a quelle di un piccolo melograno.

(continua)

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