Un pomeriggio al club – Episodio 2 di 3

(trovate qui il primo episodio. Le cose mi hanno un po’ preso la mano e, quindi, in luogo dei previsti due episodi, ne avremo tre. Sono molto felice che stiate tributando a questo racconto l’accoglienza che speravo: una totale indifferenza. Sì, amme, ce l’ho con te, che hai detto che avresti volentieri letto un mio racconto!)

Baker fissò Horner con sguardo stupefatto, quindi, balbettando, riuscì a proferire: “Horner, ma… un diamante… sì, è un diamante, vero?… voi portate un diamante del genere in un club… siamo tutti gentiluomini, ma…”.

Horner rispose alzando le spalle: “Ho scelto volutamente di mostrarvelo qui: lo sapete meglio di me, Baker, potrei anche piantarvi una pallottola in testa qui, in questo salotto, e nessuno dei presenti alzerebbe un dito per impedirmelo; e, quando e se venissero a chiederglielo, racconterebbero di come, all’improvviso, si sono accorti che c’era un cadavere al centro della stanza, con un foro di proiettile proprio in mezzo alla fronte… tutto questo, ovviamente, purché io non mi azzardi ad alzare la voce o ad usare qualche parola sconveniente. E sarete d’accordo con me che non l’ho fatto”.

Allungò una mano verso la scatola di sigari, che era rimasta aperta sul tavolo, ne prese uno e ne strappò la carta con un morso. Prese un fiammifero, accese il sigaro, tirò una lunga boccata: fece tutto ciò con deliberata lentezza, mentre Baker continuava a girare gli occhi da lui al diamante, che era rimasto in bella vista sul tavolo in mezzo a loro, mentre la sua mandibola minacciava di cadere sul pavimento da un momento all’altro. Alla fine, fu Horner a rompere l’impasse, dicendo: “Fossi in voi, raccoglierei la sedia e mi rimetterei a sedere. State cominciando ad attirare l’attenzione”. Fu forse il tono eccessivamente noncurante, più che le sue parole, a scuotere un poco Baker; che eseguì quanto gli veniva consigliato, e quindi disse: “Siete stato molto imprudente a portare quel diamante qui, Baker. Anche perché, suppongo…”. Si fermò, guardandosi intorno.

“Oh, vi ho già spiegato… ma forse eravate distratto, e non vi biasimo… che non esiste in tutta Londra un posto migliore di questo, per trattare affari di questa fatta. Comunque, se vi fa stare più tranquillo…”. Ripiegò il fazzoletto sul diamante, lo afferrò e lo ripose nuovamente nella tasca della giacca. La scomparsa della pietra parve come rompere un incantesimo, e la voce di Baker suonava più ferma, quando disse: “Potreste avere ragione, su questo club”. Intercettò uno sguardo ironico: “Avete senza dubbio ragione, anzi. Non di meno, mi sentirei più a mio agio se…”. Schioccò le dita, in direzione del cameriere a cui si erano già rivolti in precedenza; questi si avvicinò, e Baker gli fece segno di farglisi più prossimo. Gli disse alcune parole all’orecchio, a cui quello cercò di opporre un debole rifiuto; parlando con maggiore durezza, Baker reiterò la richiesta, ed il cameriere si allontanò con un leggero inchino.

“Sarà meglio che di tutta questa faccenda parliamo in privato. L’ufficio del presidente è libero, e credo che lui ne avrà con Sua Maestà per almeno un altro paio d’ore”.

***

“Adesso, Horner, dovete spiegarmi dove diavolo avete trovato quel diamante. Credo che sia il più grosso che abbia mai visto da quando… oh, al diavolo, è decisamente il più grosso che abbia mai visto in tutta la mia vita! E quel colore, poi! Dio santo, potrebbe vendersi per almeno…”. Si fermò prima di sbilanciarsi troppo, ma Horner aveva riconosciuto lo sguardo di quell’animale, chiamato iena, che a volte aveva visto farsi attorno ai resti del pasto di un branco di leoni.

“Come vi dicevo, Baker, sbagliate a credere che l’Africa non offra più motivi di interesse a chi sia in cerca di gloria… o a chi non sia disposto a barattarla per una congrua quantità di sterline. Alcune settimane fa, stavo risalendo il corso del Congo; so che sarete tentato di chiedermi perché lo stavo facendo, e so pure che capirete che ci sono delle cose che anche un uomo come me, in un posto sicuro come questo, deve tacere. Diciamo che volevo verificare di persona se il buon Stanley ci aveva visto giusto riguardo le sue sorgenti. D’accordo?”.

“Non ho nessuna obiezione”.

“Benissimo. L’esplorazione del Congo, come forse potete immaginare se avete letto quel libraccio del polacco, richiede diversi giorni ed avviene all’interno di una giungla che si fa via via più fitta, man mano che si procede. Aggiungeteci che ero, probabilmente, l’unico uomo bianco nel raggio di parecchie miglia e penso capirete perché, durante una sosta in un villaggio di cui non mi ricordo nemmeno il nome, pensai che forse era il caso di assumere dieci o quindici uomini, per proteggere al meglio…”. Si morse il labbro. “Per proteggere la mia incolumità. Avevo con me un fucile, certo, ma da quelle parti ci sono luoghi oscuri in cui i negri sembrano nascere dalla terra stessa e, anche quando ne hai abbattuti dieci o quindici, altri venti sono pronti a saltarti addosso… ad un certo punto finisci le pallottole, e tanti saluti”.

“Ho sentito dire di posti del genere. Credo siano superstizioni figlie di cattiva letteratura, tuttavia”.

“Può darsi. Ad ogni modo, ho ritenuto preferibile non correre rischi: voi, che siete un uomo d’affari, mi capirete. Fedele al principio del combattere il fuoco col fuoco, decisi di assumere un piccolo contingente di selvaggi, affinché mi protegessero dal pericolo che per me potevano rappresentare dei loro simili. In quel villaggio di cui vi parlavo, assunsi un interprete: fu lui a parlarmi di questo insediamento, più nel folto della giungla, i cui uomini erano guerrieri tanto feroci, quanto onorevoli. Ritenendo certo di impressionarmi, mi disse – me lo ricordo come se lo avessi qui davanti – che avrei potuto girare anche tutta l’Europa, e che non avrei mai trovato uomini tanto fedeli e leali quanto loro”.

“Non faccio fatica a crederlo” mormorò Baker, con una nota acida nella voce.

“Non è vero? Aggiungeteci pure che assoldare una milizia, da quelle parti, costa meno che stampare un libro a Londra… ad ogni modo, a volte anche io ripongo male la mia fiducia. Quell’interprete (che si offrì anche di farmi da guida) era un totale incompetente, e, a mezzogiorno del giorno seguente al nostro incontro, avevamo completamente perso l’orientamento, all’interno della giungla dell’Africa nera”. Si fermò un attimo, attendendo quanto giunse: uno sguardo di preoccupazione da parte di Baker, che pure se lo vedeva lì davanti, vivo e vegeto, in carne ed ossa.

“Mentre disperavo, e già pensavo di sparare alla schiena del mio compagno e di nutrirmene, prima di trovare un pasto più degno di un galantuomo (era sempre un africano, e non è peccato mangiare un animale, giusto), lo vidi. E pensai che ero salvo e, probabilmente, ricco”.

(continua)

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