Un pomeriggio al club – Episodio 3 di 3

(Qui l’episodio uno.

Qui l’episodio due)

“Certo, era costruito in legno e fango, ma un uomo di mondo riconosce sempre un tempio, ovunque esso sia costruito” proseguì Horner.

“Un tempio nella giungla nera!” si sorprese Baker.

“Sì, e sapete che vi dico? Sospetto non sia neppure l’unico che potrebbe essere trovato, se solo più gentiluomini inglesi assumessero delle guide incapaci e si perdessero tra i meandri dei molti fiumi che attraversano il continente nero… vogliate scusarmi, ma questo è solo per ribadire che ritengo che voi abbiate torto, a credere che l’Africa sia ormai priva di ogni attrattiva”.

“Ho inteso questo vostro punto. E devo dirvi che ho compreso pure di aver avuto torto, da quando avete sbattuto sul tavolo della sala da ricevimento quel grosso diamante… o almeno, di aver avuto torto ad esprimere ad alta voce quel pensiero”.

Horner sorrise, mentre diceva: “Perfino voi, che pure suppongo nella vostra vita ne abbiate viste molte” il suo sorriso si rinforzò “sareste rimasto stupito, come ne rimasi io, vedendo la folla di negri, nudi ed enormi, che affollava la piccola radura in cui il tempio era stato costruito. Alcuni recavano in mano cesti ricolmi di frutta; altri, portavano sulle spalle animali dalle cui ferite colava ancora il sangue. Chi non aveva null’altro da offrire, si portava dietro, legata ad un primitivo guinzaglio di corda, una figlia o una nipote. La cosa mi ha fatto inorridire meno di quanto avrebbe dovuto, a dire il vero”.

“Inorridisce me ma, se devo essere sincero, non mi sorprende”.

“Culti che prevedono prezzi ben maggiori di quanto ho visto lì sono comuni, in Africa, anche in luoghi ben più vicini alla civiltà. In Marocco, per dirne una… ma lasciamo stare, non siamo qui per parlare di questo. La nostra conversazione sta già durando da molto, ed io ancora non sono ancora venuto al punto”.

“Mi scuserete se ve lo dico, ma sì, effettivamente state tendendo alla digressione” convenne Baker, educatamente, prima di sporgersi sul tavolo e di domandare in tono pratico: “Insomma, dove avete trovato questo diamante?”.

Horner fece schioccare la lingua e disse: “Ma dentro quel poverissimo tempio, ovviamente”.

“Questo lo avevo capito. Ma presumo che sia una bella avventura, quella che avete vissuto per venirne in possesso…”.

Come se si sorprendesse, e non per la prima volta, di quello che lui stesso stava per dire, Horner rispose: “Presumete male, Baker. Quando io e la mia guida piombammo in quella radura, la prima cosa che pensai fu che saremmo morti… ed invece non solo nessuno dei presenti ci attaccò, ma nessuno parve neppure notare la nostra presenza. Eppure, non passavamo certo inosservati: io ero l’unico bianco, e la mia guida, per quanto africana, apparteneva chiaramente ad un’etnia diversa da quelli lì riuniti. E anche quando mi unii alla torma che sciamava verso il tempio, nessuno disse una parola verso di me, nessuno cercò di fermarmi. Solo qualcuno di loro mi guardò con uno sguardo… direi, con lo stesso sguardo con cui potrebbe guardarmi qualche gentiluomo londinese se mi recassi ad un party con l’abito sbagliato”. Baker rise. “Poi capii: ero l’unico che non portava con se un dono. Ma non per questo cercarono di impedirmi di arrivare al cospetto del loro dio”.

“In questo sono più avanzati di certi ambienti ecclesiastici, bisogna ammetterlo”.

“In realtà, credo non conoscano proprio il concetto di gerarchia ecclesiastica; non conoscono affatto il concetto di gerarchia, probabilmente”. Baker fece un verso infastidito. “La loro religiosità (se di religiosità si può parlare) era ovviamente piuttosto basilare: ognuno di loro entrava nel tempio, lasciava la sua offerta di fronte all’idolo, usciva. L’idolo, già”. Fece una pausa significativa. “La costruzione non spiccava certamente per l’arditezza della sua architettura: era costituita da una sola sala rotonda, semplice per quanto immensa, al centro della quale, su un piedistallo di pietra rozzamente sbozzata, stava il simulacro di una donna dagli enormi seni, e dall’addome che pareva gravido di almeno venti gemelli. Era di terracotta, o di qualche materiale simile e, pur nella sua grottesca fattura, emanava una certa aura di fascino, oserei dire di divinità, per quanto primitiva. L’idolo, per qalche motivo, aveva un solo occhio… e, be’, questo” portò una mano alla tasca della giacca “era quell’occhio. Baker, vi assicuro, vorrei renderla più eroica di quanto non sia stata ma… non ci fu nessuna lotta. Nessuna incursione nottura. Nessuna fuga da un branco di negri i cui occhi luccicavano nella notte. Nulla di tutto ciò. Contando che rimanessero passivi come erano stati fino ad allora, tirai fuori dalla tasca il mio coltellino, allungai una mano verso l’idolo, ne staccai l’occhio e lo misi nel bagaglio che avevo con me”. Aveva parlato tenendo gli occhi bassi, ma a quel punto li alzò e disse: “Quello che entrò nella sala dopo di me fissò per un attimo il buco vuoto dov’era stato l’occhio della sua dea, quindi – lo giuro! – alzò le spalle, posò in terra l’antilope che le aveva portato e se ne andò”.

“Come dire… il massimo risultato col minimo sforzo. Quest’Africa si fa sempre più interessante”. Horner rispose al suo ghigno producendone uno a sua volta: “Vi assicuro, Baker, che minimo sforzo è espressione temeraria. Non fu facile districarsi tra i mille sentieri di quella giungla; ci vollero tre giorni per riuscire a tornare in vista del Congo, cui mi ricongiunsi ad almeno trecento miglia più a monte, rispetto al punto in cui mi aspettava il carico che, ormai, potevo considerare perduto. Non che voglia lamentarvene con voi, sia chiaro”.

“Siete stato ampiamente ripagato di questa perdita che stimo, certo, dolorosissima”.

“Avete ragione su tutta la linea. Almeno altri tre giorni (probabilmente di più) furono necessari per far perdere le mie tracce ad una guida che ormai era diventata petulante, con le sue continue richieste: voleva venire con me in Europa, diventare mio socio, prendersi metà del valore del diamante o almeno una buona percentuale…”.

“Sono selvaggi, ma sanno fare affari meglio di certi soci di questo club”.

“Già. Fortunatamente, riuscii ad ubriacarlo (di promesse, forse più che di alcool) una sera in una locanda lungo la strada e, quando si svegliò la mattina dopo nel suo letto, io avevo già preso la strada per Alessandria da Khartoum. A quel punto mi sentivo abbastanza al sicuro, e invece…”. Si fermò, attendendo una domanda. Giunse invece un rimprovero: “Questa non è una lettura di un libro d’avventure, Horner. Parlate, se dovete parlare”.

Horner alzò le mani in segno di scusa, poi proseguì: “E invece, durante una sosta sulla strada mi raggiunsero loro. I guardiani della gemma”. Fece un gesto di disgusto.

“I selvaggi avevano una guardia speciale per il loro tesoro? Ho letto storie mistiche, a questo proposito: cacciatori spietati, capaci di ritrovare i colpevoli dei furti a miglia di distanza e di infliggere loro inenarrabili sofferenze…”.

“Ma no, quale guardia speciale!” lo interruppe Baker, bruscamente. “Non ho idea, di chi fossero quei tre. Sospetto, missionari che hanno cercato di evangelizzare quei popoli e poi, scontratisi con la loro protervia, hanno finito per abbracciare i loro schifosi culti e per autoeleggersi, in qualche modo… giustizieri dei torti che quei negri subirebbero da parte dei loro simili. Perché quei tre che vennero a parlarmi, durante quella sosta, e che mi dissero che sapevano che io possedevo l’occhio dell’idolo e che avrei dovuto restituirlo, non erano selvaggi: erano bianchi. Francesi, direi, dall’accento, anche se parlavano un buon inglese”.

“Che cosa?” chiese Baker, che probabilmente sarebbe stato meno sorpreso se Horner avesse raccontato di come uno stregone lo aveva immobilizzato con le sue arti magiche, meno disgustato che avesse poi descritto nei minimi particolari come la tribù di quel villaggio, inseguitolo fin lì, gli avesse estratto e quindi divorato gli intestini.

“Avete capito bene: tre bianchi, probabilmente francesi. All’inizio, negai di sapere di cosa parlavano; in seguito, quando cercarono di parlamentare, tentai di cavarmela con qualche battuta salace; ma, quando giunsero a minacciarmi, risi loro in faccia di gusto. Il primo (quello più anziano, direi) tentò di assaltarmi una notte. Il suo cadavere starà ancora marcendo in quella stanza: la locandiera non sembrava tipo da preoccuparsi che la sua bettola fosse pulita, e tra i suoi clienti so esserci solo persone che si fanno i fatti propri”.

“Il secondo è stato più pericoloso, per quanto possa esserlo un ex missionario che non ha mai tenuto un pugnale in vita sua e che per di più ritiene di dover agire come se si fosse in un teatro, e non sulla banchina di un porto. Mi raggiunse mentre trattavo certi affari con dei mercanti appena giunti da Alessandria; affari che, voi certo mi capite, non possono essere trattati alla luce del sole. Mi sorprese in un vicolo e forse sarebbe anche riuscito a ferirmi (ad uccidermi, non credo), se solo non avesse scelto di attaccarmi con uno di quei pugnali sinuosi che forse avete visto in qualche stampa proveniente dall’India. Il povero idiota non avrebbe saputo distinguere un’arma indiana da una africana… e comunque non sapeva di sicuro maneggiarne nessuna dei due, ed era totalmente inetto nella lotta corpo a corpo. Lo lasciai strangolato in quel vicolo e me la filai. La polizia non mi fece domande, ed io mi imbarcai il giorno dopo”.

“Ed il terzo?” domandò Baker, che tradiva una certa ansia.

“Sospetto che non fosse migliore dei compagni, e che abbia rinunciato dopo aver visto che fine avevo fatto fare loro. E tra l’altro, da Alessandria partono…”. Il colpo echeggiò nella stanza vuota; prima di potersi domandare cos’era stato, Baker ed Horner già correvano verso l’anticamera.

Lì giaceva, riverso a terra, un uomo bianco, abbigliato con sfarzosi abiti africani; il suo sangue ed il suo cervello decoravano il bel tappeto. Teneva in mano una pistola: non si poteva certo dire che l’esperienza non gli aveva insegnato ad usare armi maggiormente efficienti.

Dietro di lui stava in piedi una donna nera dagli enormi seni, completamente nuda. Teneva in una mano una grande mazza di legno, la cui estremità era più grande di un melone. Da questa, pendevano grumi di materia cerebrale. Nell’altra mano della donna, sfavillante, stava il diamante rosa.

Mentre Baker, dopo aver sussurrato: “Ma come…”, sveniva, ed Horner si frugava frenetico le tasche, trovandole vuote, la donna, come se non avesse peso, caricò la sua arma e disse, in un inglese perfetto e privo di ogni inflessione:”Come vedete, mister Horner, non abbiamo bisogno dell’aiuto di nessuno”.

Sputò sull’uomo che giaceva a terra, quindi calò il colpo.

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