Modi diversi di affrontare lo stesso problema

Mia nonna l’altro giorno ha confessato. E quindi, ho dovuto farlo anch’io. Per forza.

Mia nonna ha confessato di aver inviato 2 euro alla raccolta fondi per le vittime del terremoto del Centro Italia (capitato esattamente un mese fa, come i telegiornali, evidentemente colpiti dal boom d’ascolti registrati in occasione del sisma, ci hanno ampiamente ricordato); io, da parte mia, ho confessato di aver tentato di fuggire di casa, per andare a dare una mano ad Amatrice e dintorni. Ho inviato mail a chicchessia, ho offerto la mia disponibilità e quel po’ di professionalità che possiedo, mi sono dichiarato animato dal forte desiderio di andare a dare una mano a quei territori così duramente provati dalla forza della natura (la retorica giornalistica è utile, per evitare di ripetersi: ed io non conosco altri sinonimi, oltre “sisma” e “terremoto”). Non mentivo, ci tengo a dirlo, ma evidentemente devo aver dato quest’impressione: e forse è per questo, se è quasi un mese che attendo risposta a quelle mail. Nessuno ha ritenuto fosse il caso di dirmi, almeno, “no, grazie, non ci interessa: mandaci anche tu i soldi come ha fatto tua nonna”.

Il terremoto di Amatrice mi ha colpito (scusatemi se lo dico così chiaro) forse più di quanto abbia colpito altre persone: il 6 aprile del 2009 vivevo già a L’Aquila (anche se alle 3.32 di quella notte ero in un altro letto, lontano dal capoluogo abruzzese cento chilometri), ed Amatrice, fino agli anni Venti, quando è stata istituita la provincia di Rieti, ricadeva nel territorio della provincia de L’Aquila, cui era per altro legata da un rapporto quasi millenario (uno dei molti millenari rapporti che il fascismo contribuì a spezzare). Amatrice assomiglia a L’Aquila (anche se in piccolo) nella geografia, nell’urbanistica, nell’architettura: e rivedere i campanili pericolanti, mi ha fatto tornare il mente la torre di Palazzo Margherita, sotto la quale ero passato tante volte, prima del sisma aquilano, ferita e malamente infasciata (sta ancora così, per chi volesse saperlo).

Nel suo bel libro “Da cosa nasce cosa” (che ho finito di leggere da poco), Bruno Munari sostiene che il design, lungi da quello che vogliono farci credere, è semplicemente la capacità di trovare soluzioni adeguate ad un problema. La terra in agitazione ed il conseguente crollo delle opere in muratura ha posto me e mia nonna di fronte allo stesso problema: tacitare un mostro che ci è nato dentro. Tutti e due, forse, abbiamo operato un buon design: perché le soluzioni che ognuno di noi ha escogitato sono servite (o sarebbero servite) a questo scopo. Il problema ulteriore che hanno creato, però, è che non hanno (né avrebbero) minimamente aiutato i terremotati. La mia soluzione, perché non è con due settimane di assistenza medica, che si aiuta una popolazione ad affrontare un inverno rigido ed un trauma che li perseguiterà per anni, probabilmente per sempre; quello di mia nonna perché… suvvia, davvero c’è bisogno di ripeterlo? Dopo quanto abbiamo saputo a proposito di Bertolaso, e dopo quello che ho detto riguardo la torre di Palazzo Margherita, poco più su?

Ieri, Matteo Renzi ha a sua volta fatto del design (il suo problema, tuttavia, è diverso dal mio) ed ha proposto la sua soluzione: “ricostruire tutto com’era”. Dalla zampata, si riconosce il leone; dalla soluzione, il problema che l’ha partorita. Se l’intento di Renzi è accaparrarsi i favori dell’opinione pubblica promettendo ricostruzioni-lampo, come a suo tempo fece Berlusconi, forse la soluzione è ben pensata; se, invece, è davvero quella di ritirare su Amatrice, solo io trovo la frase sinistra? Ricostruire tutto com’era… cioè, ricostruire tutto in modo che al prossimo terremoto crolli di nuovo? Ciò senza dubbio renderebbe felici i sostenitori delle teorie di Giambattista Vico, che diceva che la storia è circolare; un po’ meno, gli amatriciani e gli arquatesi, che da questo circolo, credo, preferirebbero uscire.

Nessun giornalista, ovviamente, ha fatto a Renzi la domanda fondamentale; anzi, le domande fondamentali:

  1. presidente, e dove prenderà i soldi? (posto che le sparate su quel che l’Europa ci consentirà di fare sono, appunto, sparate);
  2. presidente, e chi controllerà che i lavori vadano come devono andare?

Personalmente, a questo proposito, ho due modeste proposte. In modo che è contrario alle consuetudini, risponderò prima alla domanda numero due.

Renzi ha nominato commissario alla ricostruzione Vasco Errani, che era presidente della regione Emilia Romagna al tempo in cui ci fu il terremoto in quelle zone. La nomina può essere condivisibile o meno, e non è di questo che voglio parlare qui; ma una cosa è certa: se Errani ricopre quel ruolo, tocca a lui assicurarsi che tutto vada per il meglio. E, per come la vedo io, Errani non ci riuscirà stando a Roma, oppure a casa sua (che, presumo, sia dalle parti di Bologna). Errani deve stare stabilmente sul territorio; deve prendersi una casa (o una tenda, o quel che le sostituirà) ad Amatrice o ad Arquata del Tronto, deve dividere la mensa con chi lì ci abitava, deve capire cosa significa stare lì a guardare le ruspe che, a rilento, rimuovono le macerie e le gru che, a fatica, tirano su nuovi muri. Se vogliamo, è un’applicazione del vecchio principio di Rousseau sulla finestra rotta: se un bambino rompe una finestra, non devi malmenarlo, devi farlo dormire una notte nella stanza con la finestra rotta. Mi si dirà che Errani non ha rotto finestre: ed è vero. Ma Errani è uno dei pochi che ha il potere di chiamare il vetraio.

Sulla prima domanda, invece, ho una semplice risposta: risparmio. E con ciò non intendo che i nuovi edifici di Arquata ed Amatrice dovranno essere costruiti lesinando sulle materie prime, e magari in deroga a tutto, anche alle leggi anti-sismiche, come si fa in questi casi: intendo che si dovranno stanziare i fondi solo per ciò che è assolutamente necessario. Lo so che tutto è assolutamente necessario: ed infatti tutto dovrà essere ricostruito. Ma… faccio un esempio.

Abbiamo saputo, nei giorni immediatamente successivi al terremoto, che per gli edifici scolastici di Amatrice erano stati stanziati non pochi fondi: eppure, quegli stessi edifici sono venuti giù come un castello di carte. Vale la pena, oggi, stanziare nuovi fondi per ricostruire quegli edifici? No, non ne vale la pena. Ma ciò non significa che i bambini ed i ragazzi di quelle zone debbano restare senza scuola. Com’è che in questo caso nessuno urla: “ma nessuno pensa ai bambini!”?

Le cose sono due: quei soldi sono stati usati per altro, oppure sono stati destinati a ciò per cui servivano, ma i lavori sono stati fatti male. In ambo i casi, chi si è intascato quei soldi non se li è meritati, e ci sono i fatti a dimostrarcelo. Ma nessuna paura: non vogliamo essere crudeli e gli offriamo occasione di rimediare. Se qualcuno ha incamerato quei soldi senza averne diritto, è il momento che li tiri fuori e ricostruisca una scuola ad Amatrice: a sue sole spese. E che sia fatta come si deve, o potremmo incazzarci davvero.

Che, non so voi, ma tra qualche anno non vorrei trovarmi con una recrudescenza di ulcera, a sentire che qualcun altro, la notte del 24 agosto, invece che in un dramma nazionale, credeva di essere precipitato in un (divertentissimo) spettacolo di cabaret.

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7 thoughts on “Modi diversi di affrontare lo stesso problema

  1. Già i soldi raccolti con le donazioni di questo mese potrebbero essere sfruttati per realizzare gran parte delle opere progettate. Non dico case, ma scuole e uffici pubblici, centri ricreativi e mense che tamponano nell’immediato l’esigenza del momento. I fondi europei, sempre se ci stanno, se saputi gestire consentono di costruire in maniera eccellente. Non si può risparmiare sul materiale, ma ad esempio quel materiale si può acquistare dalle imprese italiane, consentendo un’agevolazione fiscale sull’IRES e sull’IRAP, o sull’IVA. Tipo che se vengono offerti tot tonnellate di cemento, automaticamente quel cemento si trasforma in una percentuale che andrà detratta dalla dichiarazione dei redditi, o sarò esente da IVA. Inoltre si potrà risparmiare, sempre in tema di tasse, sulla manodopera. Se vengono chiamati tot operai, il costo degli operai può essere dimensionato. si mantiene lo stipendio intatto, ma le ditte appaltatrici versano meno tasse che invece saranno compensate dai fondi europei o da quelli italiani. La benzina usata dalle ruspe e dalle gru sarà priva di accise e costerà la metà di quella utilizzata per le auto di tutti i giorni. Una legge urgente troverebbe il favore anche degli italiani che, se sono gli stessi che hanno donato 2 euro, non credo che si ribellino di fronte alla sospensione fiscale finalizzata ad uno scopo di tal genere. Che ne pensi?

    • Penso che sarebbe una buona soluzione ad un problema serio. La domanda, però, è: di fronte alle Grandi Tragedie (che sono mercato fiorente quanto le Grandi Opere) a quale problema si è chiamati a trovare soluzioni? Sicuro che l’obiettivo primario (o anche solo uno degli obiettivi) sia riportare tutti a casa il prima possibile? Probabilmente la mia visione è falsata dal caso-Aquila, ma sospetto che la risposta a questa domanda sia no.

  2. bene errani, ma personalmente alzerei l’asticella. visto che siamo i primi a non tirarci indietro quando c’è da mandare delegazioni di osservatori internazionali per il controllo della correttezza delle procedure elettorali in paesi nei quali “la democrazia è in pericolo”, e visto che verosimilmente ci saranno in ballo anche fondi provenienti da fonti estere, sarebbe interessante accettare la presenza di un comitato di controllo internazionale, super-partes, che non abbia interessi politici/partitici (in)diretti. sarebbe una sfida persa in partenza, ma forse guadagneremmo un pochino in onestà.

    p.s. anch’io ho faccio outing. ho versato due euro. ma non adesso, li ho versati a settembre 2012 e il pd non me li ha ancora restituiti. visto che il motivo che li giustificò è andato in fumo, io glieli condonerei anche se li investissero per questo scopo 😛

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