Amare meno, amare tutti

Un mio carissimo amico, che purtroppo ho perso di vista (nella recondita ipotesi in cui leggessi questo articolo, F.: i miei contatti non sono cambiati, fatti vivo), ebbe a dirmi una volta: “L’amore è sopravvalutato. In fin dei conti, è solo uno squilibrio dei neurotrasmettitori”. Giovane studente prossimo alla conclusione dei suoi studi classici, e benché già risolutamente deciso ad iscrivermi a medicina, accolsi quella che alla fin fine era solo una battuta con uno sdegno decisamente eccessivo.

Da quel giorno sono passati più o meno dieci anni, forse un po’ meno; io sono cambiato, F. probabilmente pure, ma se lo avessi davanti adesso mi piacerebbe dirgli che, almeno in parte, aveva ragione. Su questo mio cambio di opinione, ci tengo a dirlo, gli studi che ho compiuto hanno avuto un’influenza modesta. Forse, infinitesima.

Riconosciamolo: viviamo in un’epoca che, a due secoli e mezzo di distanza e nonostante le molte cose che rendono ancora più incolmabile questa distanza, continua a nutrirsi pienamente del retaggio del pensiero romantico. Viviamo ogni esperienza, ogni fatto, ogni piccolezza, nella certezza che si tratti di una titanica impresa, che divinità di cui avvertiamo il potere, pur non conoscendone il volto, hanno costruito per mettere alla prova la forza del nostro spirito e per permetterci di dimostrare all’orbe terracqueo che siamo davvero quegli eroi che fin dalla nascita (che dico, fin dal concepimento!) siamo stati chiamati ad essere. Se credete che io stia esagerando, ripensate all’ultimo flame che avete avuto con qualcuno su Facebook, a come il vostro interlocutore (e voi) non vi siate sottratti al ridicolo ed al grottesco, pur di portare a termine una battaglia dialettica al fine di… a quale fine, esattamente, a parte quello di compiere il beau geste di non ritirarvi dalla contesa?

È romantico il rapporto che abbiamo con la tecnologia, che vediamo come qualcosa che ha più a che fare con la magia che con la scienza: siamo sicuri che la tecnologia risolverà ogni nostro problema perché è portatrice di una “scintilla” che ci permetterà di superare il nostro attuale stato di esseri umani. Volete una dimostrazione? Pensate al fanatismo con cui si guarda a certe figure che hanno fatto fortuna con prodotti tecnologici (Steve Jobs su tutti, ovviamente) e ad iniziative francamente discutibili, come quella di candidare Internet al premio Nobel per la pace. Curiosamente, ha però molto dello sdegno con cui il romanticismo guardava alla nascente industrializzazione il progressivo ritirarsi degli uomini verso oasi di pretesa “naturalità”: il vegetarianesimo (lo stesso Jobs era vegetariano), l’ambientalismo, l’amore per gli animali. Tutti tentativi di “ritorno alla natura” che dimostrano che non abbiamo capito nulla di quello che è la natura, o almeno, di quello che sappiamo sia almeno da Darwin in poi: il vegetarianesimo, per quanto rispettabile, non è naturale (non abbiamo gli enzimi per digerire la cellulosa, che è uno dei costituenti principali delle verdure); non lo è l’ambientalismo, non lo è tenere in casa un cane, un gatto, dieci pappagalli e quindici conigli da compagnia. E, anche se lo fosse, naturale non significa per forza “buono”: ma nella Natura, dicevano molti romantici (ed in testa a tutti Schelling), sta Dio, e quindi…

A questo proposito, è romantica la visione che molti di noi hanno della religione, quel “credo in Dio ma non nella Chiesa” che dimostra una visione tutta personalistica della vita; è romantico il modo in cui osserviamo i problemi di politica internazionale, ancora dominato da un patriottismo esasperato che dovremmo aver seppellito insieme con i morti della Prima Guerra Mondiale; è romantica, perfino, la nostra tendenza a ricorrere in maniera del tutto impropria alle lettere maiuscole, come hanno fatto tanti pensatori dell’Ottocento, certo influenzati dai padri del romanticismo, che in gran parte scrivevano in tedesco: una lingua in cui tutti i sostantivi, anche quelli comuni, si scrivono con l’iniziale maiuscola.

Ed infine (e qui torniamo a F.) è romantica la posizione che abbiamo nei confronti dei nostri sentimenti: essi rappresentano l’apice del nostro mondo interiore, ciò che ci rende uomini e che ci distingue dalle bestie, qualcosa a cui si deve obbedire perché è giusto così, un mare ribollente e caldo contrapposto alla fredda ragione, che ci spinge sempre verso l’infelicità (uso i termini sentimento e ragione in senso “popolare”: mi scusino eventuali psicologi in ascolto). Ecco, in questo senso F. aveva ragione: l’amore è sopravvalutato. E, riguardo ai neurotrasmettitori, pure avrei qualcosa da dire.

Ne ho già scritto in passato, ma lo ripeto per quei fortunati che capitano qui per la prima volta: l’idea secondo la quale sono i sentimenti che ci distinguono dagli animali è profondamente sbagliata. Il nostro sistema nervoso si evolve, sia nel cammino della specie che in quello che porta dall’embrione all’essere umano formato, “dal basso verso l’alto”: più una porzione di sistema nervoso si trova in basso, più è antica dal punto di vista evoluzionistico; più è antica dal punto di vista evoluzionistico, prima compare nel processo che porta una singola cellula uovo fecondata da un singolo spermatozoo ad essere quell’individuo che stamattina vi ha pestato un piede mentre stavate in coda alla posta. Le emozioni ed i sentimenti (nonché gli istinti) sono, per parlare in termini generali, regolati da quella parte di sistema nervoso che va sotto il nome di sistema limbico, che si trova completamente avvolto, in un cervello pienamente formato, dai lobi telencefalici: che costituiscono quella parte di cervello che ci permette di compiere movimenti fini, di decodificare l’ambiente che abbiamo intorno, di parlare e, anche, di pensare. È la capacità di pensare e di ragionare che ci rende quello che siamo, non il fatto che pensiamo di stare con una persona perché l’amiamo e non perché lo stimiamo il migliore per generare bambini che portino a spasso il nostro codice genetico. Non il fatto che siamo probabilmente l’unica specie che uccide il proprio partner, quando questa decide che non prova più nei vostri confronti quel complesso prodotto culturale e dialettico (quindi, a ben vedere, razionale esso stesso…) che va sotto il nome di amore non descrive più il rapporto che esiste tra noi e lui.

Un momento: non vorrei che a questo punto  si pensasse che io sia un freddo scientista, che ritiene che ogni cosa nella vita debba essere pesata, misurata e, se trovata mancante, scartata; ho conosciuto i palpiti dell’amore, conosco quelli dell’amicizia e, a volte, mi capita di agire in modo poco razionale, lasciandomi guidare da qualcosa che chiamo istinto invece che da una riflessione attenta. Non posso farne a meno: sono un uomo, ed in quanto tale ho bisogno di tutto ciò. Ritengo, anzi, che la fede cieca che l’illuminismo aveva nella ragione abbia fatto tanti danni quanto l’attuale cieca fede nel sentimento: quella ha portato alla ghigliottina, tanto quanto il nostro modo di vedere il mondo ha portato a due guerre mondiali, al razzismo, alla bomba atomica. La cui costruzione, è vero, è stata permessa dalla scienza; ma la cui ideazione è senza dubbio figlia di un’identificazione totale dell’uomo con il divino.

Esiste una soluzione per questa impasse? Bertrand Russell, il grande filosofo e logico, ne proponeva una piuttosto interessante: basare il proprio comportamento sull’amore e sulla conoscenza.

Non ce n’è mai abbastanza né di amore, né di conoscenza, sottolineava e, in più, i due “ingredienti” si stemperano l’uno nell’altro: la conoscenza del mondo permette di mitigare il male che verrebbe fatto per eccesso di amore e, viceversa, sapere che le proprie conoscenze devono essere intese al miglioramento della vita di tutti gli uomini evita la corsa agli armamenti, la distruzione mutua assicurata, le guerre di civiltà ed un sacco di altre cose che potrebbero mandarvi di traverso la cena.

Ho sempre trovato affascinante la teoria di Russel ma penso che attualmente essa sia di difficile realizzazione pratica. In questo momento, forse, per contrastare il galoppo incontrollato di sentimenti egoistici che è poi il nocciolo di quella che chiamiamo contemporaneità, basterebbe riscoprire quell’unico sentimento che è attualmente negletto e dimenticato: cioè l’empatia. La comprensione per il dolore altrui; il tentativo di rendere quel dolore meno pesante. Per avere un mondo anche appena appena migliore basterebbe forse uscire da un’idea di “amore” che è elitario quando non egoistico, ed entrare in uno stato in cose in cui, forse, si è poco disposti a suicidarsi (o ad uccidere) per amore di una persona, ma ben felici di sacrificare un pezzo della propria felicità per rendere più felici tutti.

Devo trovare uno slogan efficace per dirlo?

Amare meno, amare tutti.

Ringrazio Marco che col suo penultimo post mi ha dato l’ispirazione per scrivere questo.

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2 thoughts on “Amare meno, amare tutti

  1. ah, che freddo scientista. XD
    mi trovi d’accordo, più o meno su tutto. la mia anima antropologica vorrebbe al limite portare un’altra lunga serie di elementi comportamentali a definire la distanza tra aminali-animali e animali-uomo indipendentemente dal circolo vizioso del pensiero.
    però, in generale, bella riflessione.

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