Adesso vi spiego una cosa

E ve la spiego anche se in linea di principio sono uno che odia gli spiegoni e quelli che iniziano una frase con le parole: “io di queste cose ne capisco”.

Soprattutto perché io in effetti di queste cose non ne capisco: ok che per sei mesi ho lavorato in una neurochirurgia, ma non mi sembra un’esperienza abbastanza vasta da poter dire: “eh, io ne capisco di epilessia”. Diciamo che spero di capirne abbastanza per fare un po’ di chiarezza (innanzitutto a me stesso).

Chiarezza che è tutt’altro che semplice fare: di per se, la neurologia è una branca della medicina che differisce dalle altre, occupandosi di patologie che sono uniche nel loro genere, per causa, sviluppo e sintomi; tra tutte queste patologie, a sua volta, l’epilessia (o forse sarebbe meglio dire le epilessie, che ne esistono svariate tipologie) spicca per il suo mistero e la sua impenetrabilità. I romani, oltre che malattia comiziale (perché capitava che durante un comizio un oratore accusasse una crisi: il termine rimane in uso ancora oggi), la chiamavano morbus sacer, malattia sacra: e, secondo me, mai termine fu più appropriato. L’epilessia è una malattia che è sacra nel senso che, come le divinità, per quanto ci sforziamo di comprenderla, continua a sfuggirci.

Nel corso dei secoli, le cause delle crisi epilettiche sono state attribuite alle più varie cause: dalla possessione demoniaca (il che ha portato parecchi epilettici sul rogo, così come l’estrema schizofrenia ha portato parecchi pazienti psichiatrici alla gloria degli altari) all’isteria. Ancora negli anni Sessanta del secolo scorso, capitava che una crisi epilettica fosse interpretata come segno di malattia mentale; molti epilettici sono stati sottoposti all’elettroshock (che è un po’ come pensare di spegnere un incendio buttandoci in mezzo della legna, come vedremo), alcuni di loro hanno subito la leucotomia frontale. La famosa lobotomia di cui tutti abbiamo sentito parlare.

Attualmente, sull’epilessia sappiamo qualcosa di più, rispetto al passato; non molto, in realtà: ma non molto è già qualcosa in più rispetto a niente. Gli studi compiuti sul cervello all’inizio del secolo scorso (in cui ha avuto un ruolo fondamentale un italiano: Camillo Golgi, che per questo ha anche vinto un Nobel) ci hanno consentito di fare scoperte eccezionali sull’organo che ad alcuni serve solo a non far stare troppo vicine tra di loro le orecchie. Tra le altre cose, abbiamo scoperto che l’encefalo (in questo articolo uso encefalo e cervello come termini intercambiabili, anche se so che non lo sono), come il resto del sistema nervoso, è un enorme rete elettrica, costituita da cellule (i neuroni) dotati non di una, ma di ben due stupefacenti peculiarità: quella di poter generare una differenza di potenziale, e quella di poter trasmettere questa differenza di potenziale lungo il prolungamento di cui sono dotate (l’assone, che funziona, appunto, come un cavo elettrico in tutto e per tutto) a scopo di comunicazione. Un neurone genera una differenza di potenziale, lo trasmette lungo l’assone, arrivato al termine del quale il segnale elettrico viene trasformato in un segnale chimico (la differenza di potenziale spinge il neurone a rilasciare una sostanza chimica che si chiama neurotrasmettitore), che a sua volta favorisce (o inibisce, a seconda del neurotrasmettitore) la generazione di un potenziale elettrico nel neurone “seguente”. I messaggi generati dal cervello possono essere “in uscita” (ad esempio, per la contrazione muscolare) o “in entrata” (ad esempio, per la percezione).

L’epilessia insorge perché, in una data area del cervello, un gruppo di neuroni scarica più di quanto dovrebbe: in pratica, possiamo dire che c’è un’area del cervello in cui si crea un “corto circuito”, per cui l’attività di quell’area aumenta in maniera abnorme e può, addirittura, diffondersi ad interessare l’intero cervello (cosiddetta crisi epilettica generalizzata, che è la crisi epilettica per eccellenza); ogni area del cervello, tuttavia, ha compiti suoi specifici e, per questo motivo, può anche accadere che l’attività elettrica abnorme si traduca “solo” in un’alterazione della funzione controllata da quell’area (ad esempio, movimenti involontari di una parte del corpo o percezioni che non corrispondono a fenomeni reali: cosiddetta crisi epilettica parziale).

Quali sono le cause di questo “corto circuito”? Questo è un domandone. Si sa, di per certo, che tumori e sangue possono irritare la corteccia al punto tale da causare una crisi, e che lo stesso possono fare particolari malformazioni del cervello; le crisi epilettiche causate da queste situazioni si chiamano sintomatiche perché, in esse, la crisi è appunto il sintomo di un problema sottostante (neoplasia, emorragia, malformazione). Con l’esclusione di quelle causate da tumori inguaribili, sono le epilessie più “favorevoli” (rimossa la causa, di solito sparisce di solito anche l’epilessia); di solito, a parte quelle malformative, le crisi epilettiche sintomatiche sono le più comuni nell’adulto: si può dire che, se prima dei quindici anni non si sono avute crisi epilettiche ed una si manifesta in seguito, la crisi è probabilmente sintomatica.

Veniamo, adesso, alla questione più annosa: una crisi epilettica può uccidere, come sostiene il collegio di periti chiamati dalla procura ad esprimersi sul caso Stefano Cucchi e che proprio ad una crisi epilettica hanno attribuito la morte del giovane, sfruttando il fatto che il ragazzo soffrisse davvero di epilessia? La risposta, per quanto possa sembrare sorprendente, è sì: in linea di principio, una crisi epilettica può uccidere. Esiste una condizione patologica che si chiama “stato di male epilettico”, in cui numerose crisi di quello che si definisce “grande male” (un tipo particolare di crisi generalizzata) si susseguono l’una dopo l’altra, senza dare tregua al paziente. La crisi di grande male si compone di una fase tonica (in cui i muscoli sono spasmodicamente contratti) e di una clonica (in cui alla contrazione segue il rilasciamento): alla fine, a causa del blocco dei muscoli respiratori, il paziente muore soffocato.

Ora: io non so se con questa perizia, i medici legali miravano a scagionare gli agenti (ed i medici) chiamati a rispondere in giudizio per la morte di Cucchi. I periti non dovrebbero avere degli intendimenti diversi dall’accertamento della realtà e non posso né voglio intendere che essi abbiano agito in cattiva fede. Neppure, posso affermare con certezza che Cucchi sia morto in conseguenza di percosse: non ho eseguito l’autopsia e non sarei nemmeno in grado di eseguirla.

Sta di fatto che da sette anni a questa parte la sorella di Cucchi si batte proprio per dimostrare quest’ultima tesi e le foto mostrate dai giornali parrebbero darle ragione. La perizia diffusa ieri, invece, racconterebbe una dinamica completamente diversa: una dinamica che, almeno a sentire uno di loro, fa uscire tutti gli indagati puliti da questa storia.

Ma davvero si può dare questo giudizio di merito? Roberto Benigni da qualche tempo (almeno da quando ha fatto quel ricatto travestito da film che è “La vita è bella”) non compare nel novero dei miei artisti preferiti; una volta, tuttavia, gli sentii dire una frase che mi rimase impressa, e che suonava più o meno così: c’è solo una cosa peggiore della violenza dei bruti, ed è la violenza dei vigliacchi.

Sì, si può morire di epilessia: ma in cima all’Everest, forse, non dentro un ospedale, dove invece è morto Cucchi. Supponiamo che il tribunale prenda per buona questa perizia; allora, a qualcuno dovrebbe venire in mente di chiedersi: e come mai al ragazzo è venuta una crisi? Gli era stato permesso di assumere i suoi farmaci? Dov’erano i medici mentre Cucchi aveva la crisi? Perché nessuno gli ha prestato assistenza, neppure gli agenti che lo sorvegliavano? Perché, per far morire qualcuno di epilessia dentro un ospedale, bisogna che tu ti sieda lì vicino a lui e lo guardi dibattersi fino a non avere più fiato e morire. Se le cose fossero andate davvero così, significherebbe qualcosa di peggio della morte per pestaggio; un omicidio forse meno grave dal punto di vista giuridico, ma peggiore da quello per così dire morale.

Tutto ciò, ovviamente, è fare pura accademia. Perché forse la risposta più esatta da dare alla domanda posta sopra è:

Si può morire di epilessia?

In linea di principio sì. Ma di solito, non ti vengono i lividi.

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29 thoughts on “Adesso vi spiego una cosa

  1. Peccato non poterti mettere la lode oltre la mi piace… quasi quasi lo suggerisco al signor WordPress. Grazie n. 1 – per la breve storia dell’epilessia; grazie n.2 per la chiarezza clinica e manualistica; grazie n.3 per l’apertura dell’orizzonte e per dare ulteriori elementi concreti alla mia indipendenza di giudizio.

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