Harry Potter e la maledizione dell’erede, la recensione senza spoiler

Mio fratello mi ha detto che stava giusto aspettando che un pollo comprasse e gli prestasse “Harry Potter e la maledizione dell’erede”. Me l’ha detto non appena gli ho mandato su Whatsapp la foto di me che tenevo il libro saldamente nelle mani.

Ebbene sì, vostro onore, lo confesso: ho ceduto alle pressioni dei media e, sebbene avessi detto che prima di spenderci quei quasi venti euro (cotiche) avrei trovato un modo per leggerlo senza cacciare un centesimo, l’ho comprato. Cioè, le pressioni dei media: diciamo che, più che le tiepide notizie date dai mezzi di informazione mainstream (giornali, tg, internet), a spingermi al grande passo è stata la curiosità. Segnatamente, la curiosità suscitata dalle voci confuse di quel milioncino di fan di ogni ordine e grado che gridavano al vilipendio quando non al sacrilegio; e soprattutto di quei fan ambosessi che, nonostante siano come me ormai più prossimi ai venti che ai trenta, credono ancora di poter sposare Harry. Harry, eh, non Daniel Radcliffe, l’attore che l’ha interpretato nei film.

Ho delle attenuanti per questo mio gravissimo reato? Certo che ce le ho; anzi probabilmente ho proprio delle scusanti, che rendono questo mio delitto non punibile da nessuna giustizia terrena ed ultraterrena: sono io stesso un grandissimo fan della serie (anche se non ho mai desiderato sposare nessuno dei suoi personaggi, essendo per altro piuttosto restio all’idea di sposare chicchesia). Non ho anzi paura a definirla (come per altro ho già avuto modo di dire in passato) una delle cose che mi hanno cambiato la vita; e, come a me, credo anche a molte persone della mia generazione e di quella successiva. Incidentalmente, ritengo J.K. Rowling, tra le autrici baciate da così grande fortuna commerciale, una delle più dotate letterariamente; e, c’è da dire, se c’è una cosa buona che il maghetto con la cicatrice ha fatto, grazie alla straordinaria perizia della sua mamma, è stato far diventare tanti (tanti) di noi dei lettori voraci, facendoci per di più abituare da subito ai piatti prelibati.

Scansate queste questioni preliminari, mi tocca a questo punto rispondere all’annosa domanda: tutta la montagna di letame che l’Internet ha vomitato addosso a questo libro trova una qualche giustificazione, tra le pagine del libro medesimo? Una risposta a sì vexata quaestio richiederebbe, usualmente, una lunga circonlocuzione, carica di “dipende” e di “nonostante ciò”; mi sento tuttavia di poter scansare un simile dispiego di mezzi retorici e di potervi dire, senza ulteriori indugi, che no, non la merita. Per altro, mi permetto di far notare a tutti quelli che hanno fatto un milione di views urlando a favor di webcam che questo volume si meriterebbe un rogo nella miglior tradizione nazionalsocialista, che vomitare letame, di solito, è segno di grandi squilibri internistici quando non psichiatrici.

Con ciò voglio dire che “Harry Potter e la maledizione dell’erede” è un capolavoro di intelligenza e capacità narrativa, degno di contendersi il posto di miglior opera di finzione mai scritta e di vincerlo senza neanche sforzarsi troppo? Assolutamente no, anzi: “Harry Potter e la maledizione dell’erede” si merita, appena, una sufficienza stiracchiata; certo, come ha fatto notare più di qualcuno, per giudicare degnamente questo testo, bisognerebbe andarlo a vedere messo in scena: perché Harry Potter and the cursed child non è un romanzo, ma il copione di un’opera teatrale che va in scena a Londra dal luglio scorso e che solo ad opera di qualche impiegato del marketing ancora convinto che la legge aurea della pubblicità sia “purché se ne parli” è stato presentato come “l’ottavo libro” della saga di J.K. Rowling. Che, per altro, alla stesura dell’opera non ha partecipato se non fornendo il soggetto.

Tuttavia, la resa scenica di questo testo, come tutti mi assicurano, può anche essere grandiosa: sta di fatto, tuttavia, che a livello narrativo esso presenta gravi lacune. Vi basti sapere che in questa recensione cercherò di non rivelare nessun dettaglio fondamentale della trama, perché ciò significherebbe privarvi di quel poco di piacevolezza che l’opera ha da offrire: ed io sono dell’idea che, quando un’opera di narrativa non ha molto di meglio da offrire se non il “voglio vedere come va a finire”, allora è un’opera di narrativa quanto meno mediocre.

L’idea che è alla base dell’opera non mi ha orripilato come a molti altri che l’hanno letta: se fosse stata utilizzata diversamente, essa ci avrebbe permesso di avere uno “sguardo obliquo” sulle vicende cardine della saga, di rivedere certi giudizi che per noi erano ormai assodati, di osservare certi personaggi sotto una luce diversa. Questa buona, anzi, ottima idea, viene sacrificata alla logica del colpo di scena a tutti i costi e della velocità dell’azione, di cui non si capisce la necessità se è vero come è vero che viviamo in un’epoca che, invece, predilige la lentezza di sviluppo: gli eventi si susseguono freneticamente e, solo nelle prime venti pagine, passano volando qualcosa come quattro anni. Non sarebbe stato meglio, invece che sbattere in faccia al lettore/spettatore questa schizofrenica accelerazione del tempo, far emergere ciò che è successo in passato dai dialoghi tra i personaggi? Uno dei punti forti dei romanzi di Harry Potter era proprio la frizzantezza e l’incisività dei dialoghi che qui, invece, viene sacrificata a favore di “frasi storiche” che, tuttavia, non hanno un decimo della capacità di restare impresse di un “Hai trovato la spada. Hai distrutto l’Horcrux. Mi hai salvato la vita”. Ed è una mancanza grave, per un’opera teatrale che, gioco forza, deve basare tutta la propria forza su di essi e sui personaggi.

I personaggi sono per l’appunto un altro tasto dolente: dei personaggi introdotti qui per la prima volta viene completamente trascurato lo sviluppo. Si dirà che è colpa dei tempi rapidi di cui si è detto, e d’accordo; si dirà, pure, che non si può pretendere da un’opera di duecento pagine l’approfondimento che hanno permesso sette tomi, ciascuno di almeno duecento pagine: ma, più che un problema di spazio, io credo che sia un problema di penna. Chi è Luna Lovegood l’abbiamo capito tutti subito, non appena l’abbiamo vista entrare in scena dondolando gli orecchini a rapanello.

Questo scarso sviluppo ha una conseguenza, tra le più sgradevoli che si possano avere in un’opera narrativa: si ha a volte (diciamo pure spesso) l’impressione tutt’altro che fuggevole che i personaggi si comportino in un determinato modo perché così lo sceneggiatore ha deciso che devono comportarsi. Almeno questo servisse a costruire un qualche plot twist ed a renderlo inaspettato: no, macché. Di alcuni di questi personaggi, capisci subito ruolo e funzioni, da quando mettono piede in scena la prima volta.

I personaggi vecchi, dal canto loro, sono irriconoscibili: si comportano in modi che non ti aspetteresti, dicono cose che pensavamo non avremmo loro sentito dire nemmeno alla ventesima maledizione Cruciatus, sono dei perfetti idioti e, a tratti, anche mortalmente odiosi. E no, non c’entra il fatto che nell’ultimo romanzo della saga avevano diciassette anni e qui, invece, sono cresciuti (tra l’altro, nel frattempo siamo cresciuti anche noi, eh): per darvi un’idea, a volte Harry ha delle battute che ti fanno chiedere se non sia piuttosto qualcuno che abbia bevuto una Pozione Polisucco con dentro un suo capello. L’unico personaggio che ne esce bene è Draco Malfoy, che finalmente non è più il figlio di papà viziato e frignone che serve solo a far risplendere Harry per contrasto.

Un altro aspetto che mi ha decisamente contrariato è il diffuso ricorso all’espediente del deus ex machina: i personaggi vengono di sovente cacciati in situazioni da cui non pare esserci via d’uscita, e riescono tuttavia a cavarsi d’impaccio grazie ad un particolare che, d’improvviso, uno dei presenti ricorda di aver fino a quel momento dimenticato (mi si scusi il bisticcio di parole). Potrebbe andar bene se ad essere rivelati così fossero dettagli secondari della storia, ma quando ad andare incontro a questo trattamento è il punto focale, quello che porterà alla risoluzione dell’intera trama, la pochezza con cui ci si è approcciati all’intera operazione risulta evidente. All’inizio del secolo scorso, il drammaturgo Anton Cechov condensò la regola per scrivere una buona storia in questa semplice frase: “se c’è un fucile sulla mensola del caminetto nel primo atto, nel terzo atto quel fucile spara”; l’espediente di introdurre qualcosa di apparentemente insignificante e di dargli grande importanza nel corso della storia ha col tempo assunto il nome di “fucile di Cechov”. Qui, al massimo, c’è una pistola ad acqua di Cechov, ed è gradita in questo mare magnum di provvidenzialismo manzoniano: tuttavia, si inceppa non appena si riflette un attimino sulla magia e sulle sue regole con cui, nel tempo, tutti gli insegnanti di Hogwarts, dal buon Silente in giù, ci hanno fatto marmellata di maroni (non ho dimenticato la seconda erre).

Resterebbe, a questo punto, da parlare dell’immensa dose di fan service di cui l’opera è riempita (dall’amore tra Ron ed Hermione a Draco Malfoy che…) ma ce ne manca… anzi, no, non ce ne manca il cuore affatto, perché è questo il motivo per cui quest’opera, che in altre condizioni non avremmo considerato altro che una cialtronata tutto sommato godibile, è diventata l’archetipo del marcio, l’emblema di tutto ciò che c’è di male nel mondo. Rileggete la recensione che io, che pure ho detto di non voler cedere al “è una merda assoluta!”, ho scritto qui su, e notate quante volte ho fatto il confronto tra questa e le altre opere del franchise: se quest’opera ci pare peggiore di, che so, i film della serie The librarian (che vi consiglio, per altro) è perché i suoi autori non fanno nulla per farci dimenticare che è un’opera del mondo di Harry Potter, di quel mondo di meraviglia e stupore che J.K. Rowling ha creato.

Come tale molti lettori l’hanno giudicata, concludendo che, rispetto anche ai peggiori episodi scritti dalla Rowling, è un mucchio di sterco fumante, pronto per concimare un campo.

Advertisements

7 thoughts on “Harry Potter e la maledizione dell’erede, la recensione senza spoiler

  1. Mia figlia, che è cresciuta con Harry Potter (quando uscì il primo film aveva giusto l’età di Harry nel film), ha tutti i libri della saga, compresi anche alcuni in inglese e spagnolo e perfino tutti i libriccini di contorno da uno dei quali è uscito un film sugli animali fantastici (scusa ma non so essere più preciso). Beh, lei “La maledizione dell’erede” non se l’è filato per niente…

  2. Ero molto curioso, mi hai convinto…non penso di prenderlo. La saga mi è piaciuta moltissimo, perché rovinare tutto con un sequel che non aggiunge nulla? Ah tu dici che alla fine pecunia non olet? E va be’, ma allora mi tengo la curiosità!

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s