Commento

Ci sono degli eventi, nella vita, che uno spera forte forte che si avverino, anche quando quell’uno è adulto ormai da un pezzo e sa che Babbo Natale non esiste, Dio è morto, Marx è morto, ed anche lui non si sente tanto bene.

Il compito di Bob Dylan, da quando ha messo piede su questa terra, è di generare discussioni e di creare conflitti. In questo senso, aveva torto: non è vero che, come ebbe a dire una volta, lui ha scritto solo canzoni di protesta. No, ha fatto ben di più: lui ha vissuto una vita di protesta; o, per meglio dire, il personaggio Bob Dylan, creato dalla mente fervida di un ragazzotto del Minnesota di nome Robert Zimmerman, ha sempre vissuto una vita di protesta. A ben pensarci, forse, è per quest’invenzione e per la sua straordinaria coerenza che il suo creatore si sarebbe meritato il Nobel.

Usualmente, gli scrittori esercitano un effetto nel mondo della letteratura. Ma lì è facile: uno scrittore che scrive un libro è come un Dio che crea il mondo. Quando ti fai le tue regole, è facile giocare rispettandole. Molto più difficile è rompere schemi consolidati e mostrare il mondo per quello che è: ed è quello che, in un mondo che non ha creato, fa il personaggio letterario Bob Dylan. Ed è il migliore in quello che fa, anche se quello che fa, come per Wolverine, non sempre è piacevole. Giudicate questo: è bastata una notizia di poco conto, come quella che finalmente la giuria che assegna i Nobel si sia decisa a girarsi dalla sua parte, a far emergere in maniera dirompente la piccolezza di certi pretesi maitre a penser nostrani.

Ed è alla luce di questo che io, da ieri, sto sperando forte forte. Anche se Dylan nel frattempo è diventato vecchio. Anche se ha avuto modo di convertirsi a religioni diverse due o tre volte e di cantare per il papa. Anche se ormai per certe persone è un’istituzione, e non più un avamposto del mondo che verrà (ma come certe persone giudicano gli artisti, non è come gli artisti sono davvero). Tutto ciò non conta: perché io, da ieri, sto sperando che Dylan la prenda come l’ultima volta che qualcuno l’ha invitato ad un evento con il compito di essere il piatto forte della serata. E cioè, più o meno, così:

bob-dylan-1

Anche se, conoscendo il ben noto intuito di Dylan nel cogliere (e disattendere) quel che l’estabilishment si attende da lui, è più probabile che… regia, uno zoom sull’asta del microfono, per cortesia.

bob-dylan-2

E, più o meno, questo è tutto quello che avevo da dire; lo ammetto, avevo preparato anche altri disegnini, di quelli che servono per prendere in giro coloro che adesso sono fan di Dylan dal 1940 (Dylan è nato nel ’41). Disegnini che dovevano essere introdotti dalla frase: a me Dylan m’ha cambiato la vita (ed è vero)… ma poi ho lasciato perdere. Magari, me li tengo per quanto Dylan muore (Dylan è nato nel ’41…). O magari no, che c’è una cosa che ho imparato da lui: I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more…

P.S.: sì, forse dovevo scrivere anche qualcosa sulla morte di Dario Fo. Ma cosa? Quello che si poteva dire, l’ha già detto magnificamente iome.

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17 thoughts on “Commento

  1. Sapendo del tuo amore per lui, o per lo meno per uno dei suoi album… aspettavo con ansia il tuo commento!!! Certo che sarebbe fighissimo se lui come nel 65 al Newport folk festival dicesse (rediviva epifania) e “adesso suoniamo più forte che possiamo”. Ma mi aspetto anche una dichiarazione tipo quella recente fatta durante un evento: “Non lasciatevi ingannare. Io ho soltanto aperto una porta differente in maniera differente”.

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