Lo spirito delle scale del Taj Mahal

È vero: la scienza si è limitata a dimostrare che la lingua che parliamo influenza il modo in cui pensiamo; ma, per quanto possa valere la mia opinione, secondo me è vero anche il contrario: ossia, il modo in cui pensiamo influenza la lingua che parliamo. Se in una lingua esiste un’espressione economica per dire qualcosa, significa che i parlanti di quella lingua si trovano spesso nella situazione di dover utilizzare quell’espressione, tanto da rapprendere tutta una circonlocuzione in un unico termine o, al più, in poche parole.

Non ho nulla contro i tedeschi (ed essere razzisti verso i tedeschi non è meglio che esserlo verso, che so, i nigeriani), ma credo che chi parla quella lingua appartenga ad un popolo ben curioso, che ha avuto bisogno di coniare il lemma Schadenfreude, che indica la felicità derivante dalle disgrazie altrui; i brasiliani, che hanno fatto della saudade (che non è la semplice tristezza) un marchio di fabbrica tale da divenire parodia di loro stessi, devono essere meno allegri di quanto il loro carnevale faccia pensare; d’altronde i francesi devono mancare della risposta pronta, avendo messo a disposizione del mondo l’espressione esprit de l’escalier, letteralmente “spirito delle scale”, che usano per riferirsi a quelle odiose situazioni in cui ti viene una risposta fulminante a qualcosa che qualcuno ha detto, ma dieci minuti dopo che quel qualcuno ha finito di parlare. Dieci minuti, in tempi di comunicazione sui social network, equivalgono a quattro generazioni. Quasi cinque, via.

Sia chiaro: è questo un problema diffuso ed ai francesi, semmai, va attribuito il merito di aver saputo dare un nome ad un fenomeno tanto capillare (e lo stesso si potrebbe dire della Schadenfreude e della saudade, probabilmente). Io stesso, stamattina, sono stato colto dall’esprit de l’escalier quando, sull’autobus, mi sono ritrovato ad esclamare: “eh sì, infatti in India mica qualcuno muore di dissenteria”.

Spiego: come dicevo anche nel mio post precedente, dal primo novembre inizierò una nuova esperienza lavorativa, piuttosto lontano dalla città in cui ho vissuto per la gran parte della mia vita. Ho per questo provveduto a trovarmi un alloggio più o meno decoroso; tale alloggio, tuttavia, sarà occupato dal precedente inquilino fino al primo novembre e, dovendo nel frattempo espletare alcune incombenze di carattere burocratico (e dovendo imparare ad orientarmi in una città che, complice la sua storia millenaria ed un fiume sinuoso, ha la capacità di confondermi), ho deciso di trasferirmi in anticipo e di andare a dormire, finché non potrò traslocare in quella che per i prossimi cinque anni sarà casa mia (che mica posso rifare la fine di Neurosurgery Kid) in un bed and breakfast. Che è, probabilmente, il migliore in cui abbia alloggiato (ma la mia esperienza di viaggiatore è ancora piuttosto scarsa e non so quanto valga questo mio giudizio): edificio caratteristico, prezzi modici, camere ampie e pulite, proprietari simpatici e tutte quelle belle cose che trovate scritte su Tripadvisor (solo che in questo caso è vero). Se proprio dovessi trovargli un difetto, sarebbe l’ospite con cui ho fatto colazione stamattina (e che, per fortuna, nel momento in cui scrivo è ripartito verso altri lidi).

Quando sono entrato in cucina, l’ospite in questione stava parlando col proprietario della struttura di agricoltura biologica e di un suo precedente viaggio in India. Temi tanto affascinanti che ho deciso che mi sarei mangiato il mio latte coi cereali in silenzio, senza mai alzare la testa dalla tazza, e che poi mi sarei alzato e me ne sarei andato pronunziando solo l’arrivederci impostomi dall’educazione che ho ricevuto: tanto, il discorso che stava facendo lo conoscevo già ed ho sperimentato sulla mia pelle che tentare di proporre argomenti razionali ad un credente integralista (che appartenga alla chiesa cattolica, a quella dello scientismo o del veganesimo, poco importa) è più che inutile, è controproducente. Ogni argomento lo riconferma nella sua teoria che esista un complotto mondiale per impedire al credo di cui fa parte di salvare il mondo (senza chiedersi se il mondo abbia voglia di essere salvato).

Notate bene: ho parlato di argomenti razionali, non di battute sarcastiche; mi ritengo dunque giustificato per aver fatto ciò che ho fatto: quando il padrone di casa mi ha interpellato per chiedermi io, come medico (accidenti a me ed a quando mi qualifico), cosa ne pensavo delle affermazioni del suo cliente, mi sono limitato a dire che se, come lui aveva detto, le bistecche sono cadaveri, lo stesso si può dire del pinzimonio: quando cavi un finocchio dalla terra, lo stai ammazzando, né più e né meno che quando sgozzi una gallina. Non è che perché il finocchio non ha il sangue e non strilla, allora è meno vivo, e non è che siccome le sue cellule hanno una parete cellulare, allora le sue proteine non vanno incontro a denaturazione come quelle delle gallina. Ma qui non vale, questo è un classico del mio repertorio.

L’uomo che aveva visto la luce peggio di Jake Blues, comunque, non se n’è dato per inteso, ed ha nell’ordine elencato i vantaggi di seguire una dieta vegetariana, illustrato gli studi innovativi che stanno dimostrando che in tutte le cose si trova un cristallo energetico, avuto modo di rimproverarmi bonariamente perché appartengo alla scuola della medicina chimica, ricordato come nella Cina di alcuni secoli fa, quella in cui è nata la medicina tradizionale cinese, i medici venivano pagati solo se i loro pazienti rimanevano in salute senza ricorrere alle loro cure, raccontato che lui in India ha visto cose impressionanti, che senza dubbio noi non conosciamo perché le lobby farmaceutiche pagano per tenerci nascoste e infine, riferito di come un suo amico (o forse suo cuggino) abbia riportato dall’India non ricordo quale sostanza, capace di uccidere alcuni parassiti, più invulnerabili ai farmaci tradizionali che Gozer alle armi dei Ghostbusters, con la stessa facilità con cui Terminator eliminava le donne di nome Sarah Connors (tranne una. Ma forse era un caso di antibiotico-resistenza, va a sapere).

Come i più perspicaci di voi avranno immaginato, è stata quest’ultima affermazione che dieci minuti dopo ha generato l’affermazione “eh sì, infatti in India mica qualcuno muore di dissenteria”, di cui parlavo alcune centinaia di parole più su. Che, ne convengo, non spicca per eleganza, ma che contiene un fondo di verità; così come ne contengono un paio d’altre che mi sono venute in mente: ad esempio, che il fatto che i medici cinesi venissero pagati in base ai pazienti che non si ammalavano, e non in base a quelli che riuscivano a curare, dimostra che la medicina tradizionale cinese ha effetto solo su coloro che non sono malati.

So bene che questo mio acido sfogo potrebbe apparire come la reazione del membro di una casta che si trova attaccato nei suoi privilegi: ma la verità è che io non voglio essere privilegiato, e non mi sento membro di una casta. So bene che la mia categoria professionale, aiutata da chi fa della salute un business, si rende a volte colpevole di orrende nefandezze, e che la pratica dell’overtreatment (somministrare farmaci anche dove non ve ne sarebbe bisogno) è purtroppo diffusa, e spesso per malafede e non per ignoranza. Ma questo non è un motivo per buttare il bambino con l’acqua sporca: ciò che si deve salvare della scienza cosiddetta ufficiale non è la cattiva pratica che possono farne alcuni membri, quanto il suo metodo, che prevede di elaborare teorie e modelli abbastanza potenti da poter prevedere se qualcosa farà del bene o del male alla persona a cui viene somministrato, e poi di mettere alla prova queste teorie e questi modelli in condizioni controllate. I sostenitori delle cosiddette medicine alternative vedono in queste limitazioni dei legacci posti da un gruppuscolo di uomini perversi e malvagi per tenere i malati in stato di schiavitù: in realtà, è vero il contrario. Il mondo libertario del farmaco che piace loro immaginare non sarebbe la liberalizzazione della salute: sarebbe la liberalizzazione della truffa.

C’è poi da dire un’altra cosa: andare in India una settimana (o anche un mese, o un anno), e poi tornare qui pretendendo di insegnare al mondo come vanno le cose laggiù e cosa sono capaci di fare guru e santoni che vivono tra l’Himalaya e l’Oceano Indiano, equivale ad andare fuori dal Colosseo, farsi una foto con uno dei centurioni con la corazza di plastica, poi prendere un autobus, o meglio ancora la metro, arrivare alla Sapienza e pretendere di andare ad insegnare storia romana. Se davvero vuoi sostenere le medicine alternative, allora devi avere il coraggio di curartici anche quando hai qualcosa di più grave dell’acne o della febbre da fieno. Devi avere il coraggio di andarci a vivere, in India, e non a Nuova Delhi o a Bombay, dove in caso puoi sempre andare a pagarti qualche costoso ospedale, ma in qualche paesino disperso nella giungla, dove non puoi avere un antibiotico per la cistite senza farti tremila chilometri a piedi. Altrimenti, fai la brutta figura che ha fatto Tiziano Terzani, che ha sostenuto la medicina indiana finché non gli è stato diagnosticato un tumore, ed allora è volato fino a New York per curarsi (e, è doloroso dirlo, alla fine ha perso comunque la sua battaglia contro il cancro).

Che questa diffusa pratica di incensare il bel modo di vivere  dei popoli “primitivi” (che poi è la stessa cosa che incensare il modo di divere di “una volta”) dimostra solo che, oltre che viziati e dei colonialisti, questi grassi figli dell’Occidente sono anche degli ingrati. Ci sono bambini che stanno morendo di colera, in India: una malattia per cui non servono nemmeno gli antibiotici, basta una soluzione salina (e lo scrivo perché non voglio nascondere che, come in tutti i settori della società, anche nella sanità esistono bestiali disuguaglianze). Andate a chiedere a loro se preferiscono essere curati con gli impiastri della nonna (o magari con i salassi, che sono peggiori del male) o se non preferirebbero piuttosto farsi fare una flebo e riuscire ad arrivare non dico a settant’anni, quanto a venti. Quando con ogni probabilità li ucciderà una polmonite, o una meningite per cui non hanno antibiotici, ma solo riso al curry.

Smettetela di fare gli snob: potete permettervelo solo grazie a ciò che disprezzate, perché non avete abbastanza senso critico da distinguere quel pochissimo di buono che questa società disgraziata ha prodotto dal molto di male che figlia quotidianamente (ad esempio, il marketing ipnotico che ha irretito anche voi). State facendo come madre Teresa di Calcutta che si avvicinò ad un malato di lebbra che stava morendo e gli sussurrò: “La tua sofferenza è il segno che Gesù ti sta baciando”.

Ed il malato, giustamente: “Ed allora digli di smettere di baciarmi!”.

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20 thoughts on “Lo spirito delle scale del Taj Mahal

  1. Stranamente stavo disegnando il Taj Mahal quando è uscito il tuo post. Con questo mal di testa che mi ritrovo penso proprio che prenderò qualcosa, non sia mai che appaia madre Teresa a consolarmi.

  2. Ci sono casi in cui la medicina indiana funziona molto meglio di quella italiana… “Eh si in Italia mica si cura la cirrosi con 700 Euro invece che con 70.000”
    http://www.cirrosi.com/default.asp?id=841&id_n=17941
    Purtroppo sono questi fatti che fanno screditare medici e multinazionali agli occhi della gente! E pure i politici che permettono questo stato di cose! Da te io mi farei curare ma solo perchè sei l’eccezione che conferma la casta!

    • Non è vero, ci sono molti medici che curano i pazienti in SCIENZA e COSCIENZA.

      Al di là della storia raccontata nell’articolo (e sono le cose che succedono, quando si lascia entrare l’economia nella sanità), il problema è che i singoli aneddoti che possono dimostrare che certe medicine curano non fanno letteratura: bisogna fare degli studi, degli studi seri. Non esiste la medicina ufficiale e la medicina alternativa: esiste la medicina che funziona e quella che non funziona. Se mi fanno uno studio e mi dimostrano che il curry cura il tumore, sarò ben felice di prescrivere il curry… che però a quel punto gli agricoltori inizieranno a vendere a peso d’oro. Perché anche le medicine alternative sono in mano ad industrie, non di rado multinazionali (la Boiron, ad esempio, leader nell’omeopatia).

  3. come prassi leggo la sera prima e rispondo alla pausa pranzo del giorno dopo. 🙂
    condivido la gran parte di ciò che scrivi, riassumibile nel concetto già espresso icasticamente dall’archetipica frase esopica “è facile essere coraggiosi a distanza di sicurezza” (recentemente riadattata in nota versione borgatara): diciamo, al novanta per cento. rimen quel dieci per cento che salvaguarda non l’alternativa, ma l’integrazione; perché il confine tra ciarlataneria e non, in questo caso, è labile, e il considerare attendibile fitoterapia, agopuntura, osteopatia da un lato (quello chepersonalmetne considerio attendibile) o omeopatia, gemmoterapia, sarcazz-terapia dall’altro (viceversa…) rischia troppo di affidarsi al caso [ora, io so che sull’agopuntura non ti trovo d’accordo, anche se rientra tra le pratiche riconosciute dall’OMS – e non puoi non riconoscere che ci siano sempre più evidenze (ricercate con metodo scientifico “classico”) di benefici. un esempio, pesco a caso in rete la prima pagina di pubmed che mi capita: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27022113 stiamo parlando di studio prospettico randomizzato, di JCO e di pandolfi.]
    integrazione, però, è un messaggio diverso: d’altronde, e immagino tu sarai d’accordo, non credo abbia senso pensare che la complessità delle nostre conoscenze possa limitarsi, ancorché fatto bene, al netter…
    detto ciò, io di questo vorrei parlarne con te di fronte a una birra (o a una tisana ajurvedica 😀 ) prima o poi. dato che ora i km che ci separano sono molti di meno e abbiamo 5 anni a disposizione, vedi te che prima o poi…

    • Mi par giusta l’ultima cosa che hai scritto :-).

      Il problema è come integri queste conoscenze: l’agopuntura può funzionare, ma esistono svariati problemi metodologici (è molto difficile randomizzare lo studio, ad esempio) e comunque di sicuro non posso integrare nella scienza medica il concetto di chi della medicina tradizionale cinese. Se tu mi dici che esistono punti di pressione “anatomici”, io posso benissimo accettarlo. Tra l’altro, ho fatto il tirocinio in un centro di agopuntura (e non mi ha convinto, ma vabbè, lasciamo perdere le opinioni personali). Stessa cosa fitoterapia ed osteopatia: lo sappiamo dai tempi di Ippocrate, che la corteccia di salice fa passare il mal di denti. Perché? Perché contiene un principio attivo. Proprio questo intendevo nel commento a Marco, dicendo: esiste la medicina che funziona e quella che non funziona.

  4. Vi rispondo da paziente (visto che mi par di capire che anche ammennicoli è medico o giù d lì).

    Caso 1 – Sofosbuvir – Il caso in questione è stranoto: il farmaco fa guarire in breve tempo dall’epatite C e costa 70.000€ in Occidente (non solo in Italia) mentre costa 700€ in India e Egitto. Come conseguenza in Italia lo danno solo i malati allo stadio terminale mentre tutti gli altri si devono arrangiare (e infatti si organizzano e vanno da soli in India senza l’appoggio di nessun medico italiano). Quello che mi fa arrabbiare è che non ho letto di un solo medico epatologo che si sia ribellato a questo stato di cose. I medici diventano obiettori solo quando c’è un aborto di mezzo. Un embrione vale un’obiezione di coscienza, un operaio forestale di 47 anni no.

    Caso 2 – In generale non capisco come mai in Italia ci sia una lotta così aspra e violenta verso le medicine non convenzionali e verso quei trattamenti ancora oggetto di ricerche. Cerco di spiegarmi con un esempio: in Germania alla tv Dwelle (e sul relativo sito web) esiste una trasmissione divulgativa di medicina chiamata “In good shape” dove vengono intervistati medici e luminari su medicina, chirurgia e prevenzione. Non di rado vengono intervistati anche agopuntori, insegnati di yoga, esperti di fitoterapia, e vengono presentati studi sui benefici portati da queste discipline. Ebbene medici convenzionali e non convezionali si confrontano, discutono e collaborano. Non si fanno la guerra tacciandosi a vicenda di essere ciarlatani oppure al soldo di multinazionali. La ricerca è in continua evoluzione e chi, nella medicina convenzionale, non si pone almeno il dubbio o la curiosità credo che sia antiscientifico come coloro che vorrebbe combattere. Spero di essermi spiegato…

    • Sull’obiezione di coscienza ti do ragione. Sul resto, io ho una mente apertissima: ma voglio delle prove (e le voglio anche dalla medicina tradizionale). Perché la mente dev’essere aperta, ma non tanto da far cadere il cervello fuori (cit.).

    • eccomi, torno qui ora per scrivere altrre due cose perché prima in pausa caffè non ho fatto in tempo. guarda, l’aspetto del costo è assolutamente indipendente dall’efficacia di una medicina, purtroppo. la storia emblematica, forse archetipica per questo tipo di situazione, è quella rappresentata nei farmaci “salvavita” anti-HIV in sudafrica. ne scrissi qualcosa in tempi atavici, qui: https://ammennicolidipensiero.wordpress.com/2012/08/17/krikra-ovvero-una-donna-imprescindibile/ (poi, vabbé, discutiamo pure della sostanza, ché il fatto che l’AZT sia stato per anni considerato salvavita è questione opinabile).
      quindi, sul discorso obiezione di coscienza, assolutamente d’accordo anch’io con voi.
      certo, un discorso analogo potrebbe essere fatto per i regimi chemioterapici a 5 zeri, ovviamente, il che renderebbe molto difficile capire dove porre l’asticella dell’obiezione (e del costo accettabile o non). ma il punto, forse, non è questo: sono d’accordo con gaber nel salvaguardare l’empirismo – la medicina non è una scienza esatta – e la distinzione non deve essere tra occidentale o alternativa ma tra “funzionante” e “non funzionante”. in questo senso, ben venga tra quella che funziona anche l’effetto placebo. appoggio la citazione, mente aperta ma il cervello non deve uscire.
      al punto 2 è difficile rispondere: cosa rende l’italia meno ricettiva a medicine “non convenzionali” (incluse alcune che nel resto dell’europa sono non solo ampiamente usate ma anche promosse). credo che i motivi siano molteplici, ma prima di fare “dietrologia da banco” sugli interessi delle bigpharma (che sono ovvi e indubbi, ovunque, non solo in italia: è logico che chi ha fatturati da trilioni annui non guardi di buon occhio degli aghetti da una manciata di euro a scatoletta) credo abbia senso ragionare su un fattore culturale (vedi intro dell’articolo di bizzarrobazar segnalato oggi da gaber), quello che ha radici profonde, nella notte dei tempi, nel paese che ha dato i natali e s’è cullata alcuni dei più noti pensatori e scienziati che hanno sostenuto e promosso la razionalità, nel metodo scientifico. un secondo aspetto culturale (e qui un po’ dietrologia forse la faccio) è il fattore V. v come vaticano, che non nasconde (anzi) la sua posizione di diffidenza nei confronti delle medicine non convenzionali, che “sostituiscono” il dio onnipotente dispensatore unico di benessere o dolore (semmai da combattere, all’occorrenza e per i preti che avessere un po’ di mal di testa prima della messa, con del paracetamolo che pare invece essere stato citato nel libro del profeta isaia): scherzi a parte, so che non è possibile semplificare in poche parole un argomento così complesso, ma è per dire che l’italia non è propriamente il contesto più semplice in cui far attecchire o apire a una visione dell’asse universo-mente-corpo diversa da quella cattolica, deo-centrica, radicata in secoli di cultura, che rende ancora invece, ad esempio, il dolore come viatico centrale alla beatitudine (riferimento puramente casuale a madre teresa e al lebbroso baciato da dio che le rispose “potrebbe allora cortesemte dirgli di smettere di baciarmi?”).
      p.s.io ricercatore in ambito prevalentemente onco-ematologico, non medico.

      • Torno a ripetere però che l’interesse di Bigpharma è ANCHE la medicina alternativa. Il contrasto non è medicina occidentale appoggiata dalla lobby – medicina alternativa indipendente: semmai è il contrario. Non abbiamo antibiotici per i batteri multiresistenti perché frutterebbero poco rispetto alla ricerca fatta per produrli, ma abbiamo zollette di zucchero vendute in farmacia a cinque-sei euro.

        E, tra parentesi, io non credo che l’Italia non sia ricettiva nei confronti delle medicine alternative. Anzi.

      • dipende da cosa intendi per ricettività: i numeri e le statistiche dicono che siamo parecchio indietro rispetto ad altri paesi, ma certo bisogna ragioanre sulle cause. quello di cui parlavo io è un fattore culturale che riguarda il target, quello di cui parli tu è un fattore economico che riguarda il promotore. in questo caso, val la pena considerare che le MNC sono “medicine per chi se lo può permettere” – questo deve essere sicuramente considerato, per cui anche a fronte di una ricettività che potrebbe essere potenzialmente alta subentrano altri elementi di disturbo. (io però tendo più a credere che culturalmente siamo più distanti di altri paesi, dalle MNC)

  5. Forse l’ho raccontata da altre parti ma la racconto anche qui in risposta ad ammennicoli sul Vaticano. Mia mamma, religiosissima ma non del tutto bigotta, ha 82 anni e diversi problemi alle articolazioni che si porta dietro da un bel po’ di tempo. Da una decina di anni pratica yoga due volte alla settimana e sostiene che ne trae un certo giovamento. Tempo fa va a confessarsi e discutendo del più e del meno le scappa detto che fa yoga. Il prete le fece una parte dicendo che non deve fare yoga perchè lo yoga porta alla perdizione. Mia madre provò a dirgli che lo fa per la salute e che l’insegnante è perfino la moglie di un volontario della parrocchia. La risposta del prete fu: -Invece di fare yoga, vada dal fisioterapista!- Mia madre tornò a casa sconvolta ma, grazie a Dio, continua felicemente a fare yoga. L’unico segno di perdizione è una statuetta di Ganesh sul mobile del soggiorno regalata dall’insegnante a tutte le allieve dopo che era tornata da un corso di aggiornamento in India!

    • Però scusa, il prete dal suo punto di vista ha ragione. In fin dei conti, lo yoga fa parte di un sistema religioso, o no?

      Dal mio punto di vista, ovviamente, se tua madre sta bene questo è quanto:-).

      • Allora significa che siccome io pratico daoyin sarei per forza contemporaneamente taoista, confuciano e buddista. E pure un po’ induista perchè tra daoyin e yoga cambiano le parole ma molte posizioni e concetti che ci stanno dietro sono simili!
        Diciamo che tutte queste pratiche (anche la meditazione) quando arrivano in Occidente perdono tutti i loro connotati religiosi e diventano pratiche ginniche e di rilassamento. Anche perchè noi non conosciamo (o li apprendiamo un po’ per volta dopo) tutte le storie e le leggende che ci stanno dietro. E’ un po’ come i cinesi che da alcuni anni festeggiano il Natale ma non sanno niente della nostra religione. Infatti una volta ho visto un presepe made in China dove si erano sbagliati e al posto della Madonna avevan messo Biancaneve.

      • Risate per Biancaneve, vogliamo fortemente la foto!

        Sta di fatto però che il significato religioso o comunque filosofico esiste ed a volte è tanto importante quanto quello “pratico”. Certo che in Oriente la diffusione di queste pratiche è facilitata non essendo nessuna delle religioni dell’Estremo Oriente ecumenica, almeno a quanto mi risulta.

    • beh, no, dai, gaber, il prete non ha ragione dal suo punto vista. la avrebbe, forse, se fossimo prima del concilio vaticano secondo. ma io opto per l’ipotesi che sia semplicemente una testa di minchia (scusate se bypasso per un attimo il politically correct). brava la mamma.
      poi, già che ci sono, volevo anche segnalarvi questo, notizia che ho letto fresca fresca: il rapporto OMS sull’HCV http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=44490&fr=n

      • Gaber l’anno scorso ho partecipato ad alcune lezioni di meditazione tenute da una mia amica: prima si regolava il respiro, respirando prima veloce, poi piano, poi concentrandosi su varie parti del corpo. Successivamente si faceva una sorta di body scan rilassando via via tutto il corpo partendo dall’alto verso il basso: dal cuoio capelluto alle dita dei piedi. Alla fine ci si riconcentrava sul respiro. Insomma non c’era niente di religioso e a me assomigliava tanto al training autogeno che ho fatto in passato. Solo alla fine, quando lei ce l’ha detto, abbiamo scoperto che questo metodo lei l’aveva appreso da un buddista.
        Concludo concordando col testa di minchia di ammennicoli

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