“Freaks: disabilità e sguardo” di Ivan Cenzi (Bizzarro Bazar)

Volevo fare un reblog come si deve (e sapete quanto raramente ne faccia), ma purtroppo, benché il sito di Ivan sia sviluppato in “ambiente WordPress”, questa possibilità mi è negata. Provvedo dunque a proporvi questo interessantissimo articolo del curatore di Bizzarro Bazar nel mondo più primordiale che si possa immaginare: con un link. Andate qui e leggetevi questo articolo, che parla di un tema di cui purtroppo si parla poco e male: la disabilità e, soprattutto, il rapporto del “normale” con il disabile.

Alle molte e condivisibili parole di Ivan, mi limito ad aggiungere i miei cinque centesimi: in meno di vent’anni di iper-correttezza, siamo passati da “handicappato” a “disabile”, per giungere infine all’aberrante “diversamente abile”. Capolavoro di pilatismo pietista: uno che non ha le gambe non è “diversamente abile”, non sa fare qualcosa che gli altri non sanno fare. O, magari, sì, lo sa fare (camminare sulle mani), ma ciò non toglie che ciò lo privi di qualcosa che, invece, agli altri uomini è consentito: camminare sulle sue gambe. Questo sguardo di ipocrita ammirazione, che poi è lo stesso che si rivolge ai malati di cancro, fa passare di mente a molti che i disabili vivono in uno stato di minorità, la loro vita è più difficile della nostra e, per questo, dovrebbero ricevere qualcosa di più, che la comoda etichetta di “diversamente abili”.

Buona lettura.

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6 thoughts on ““Freaks: disabilità e sguardo” di Ivan Cenzi (Bizzarro Bazar)

  1. io credo ci sia un grosso, grossissimo problema con il “politically correct”. è sfuggito di mano, e su certe questioni non c’è più controllo alla ridicolaggine (il che fu reso molto molto bene da una barzelletta sugli “ipovedenti” per non dire “ciechi” che giocava sull’ambiguità sessuale del termine “ipoteso”, non la ricordo ma credo tu abbia intuito il senso)

  2. Molto interessante l’articolo, grazie di averlo segnalato.
    Aggiungo che anche dire non vedenti e non udenti invece di ciechi e sordi è solo un artificio socialmente rassicurante inventato da noi cosiddetti “normodotati”.

  3. Non saprei, ricordo bene un giovane in sedia a rotelle che chiedeva esplicitamente che si utilizzasse “diversamente abile”, lo rivendicava proprio. Con che faccia negargli questa etichetta per lui positiva? Il fatto è che sia i fan del politicamente corretto che i suoi avversari parlano di qualcosa che non conoscono, attribuiscono un valore o a un disvalore a una definizione che spetta, in ultima analisi, solamente a chi ne è portatore. Autodeterminarsi è anche autodefinirsi. Ma non possiamo andare da tutti i disabili/diversamente abili a chiedere come desiderano essere chiamati.
    Allora come ne usciamo, come possiamo provare a essere rispettosi senza essere paternalisti?
    Nel mio piccolo la risolvo così: sono prudente, non aderisco a crociate linguistiche pro o contro il politically correct, perché non siamo noi “abili” a doverle fare, sovrapponendo la nostra voce a quella degli altri. Mi tengo all’uso comune. E per giudicare un’etichetta come offensiva o meno, se non posso fare riferimento a un’opinione pubblica di disabili, cerco di comprendere quali siano le intenzioni dietro le parole.

    • Questo è senza dubbio vero, ma ogni persona ha i suoi metri di giudizio e le sue idiosincrasie. E per me il rispetto verso un disabile non si dimostra chiamandolo diversamente abile.

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