Il giusto mistero

Il 2 novembre del 1975, in circostanze mai chiarite del tutto, moriva sulla spiaggia di Ostia Pierpaolo Pasolini, con la testa spaccata prima con qualche oggetto contundente e poi dalle ruote della sua stessa auto, guidata da un ragazzino di sedici anni di nome Pino Pelosi. Che, nonostante la sua giovane età, era già uno di quei “ragazzi di vita” cui proprio Pasolini si era ispirato per il titolo di un suo libro, e che di quella morte si prenderà tutta la colpa. Salvo poi ripensarci e ritrattare, dopo essersi fatto dieci anni di carcere più almeno un’altra quindicina portando addosso lo stigma (o, per alcuni, la benemerenza) di essere “quello che aveva ammazzato Pasolini”. Fin qui, i fatti. Da qui in poi, dobbiamo affidarci alla fantasia e la mia, a volte, mi fa strani scherzi.

Oggi, per esempio, quando il mio amico Tiziano mi ha mandato questa vignetta di Vauro, non ho potuto fare a meno di pensare che, se esiste un posto da cui può volgere un occhio a questo piccolo, piccolo mondo, a cui guardò con tanta acutezza, nonostante il tragico epilogo che ebbe la sua vita, Pasolini sta sorridendo, a vederci ancora tanto turbati, tutti, dalla sua figura. Forse il suo divertimento è appena intaccato da quei momenti in cui si rende conto con sorpresa che, se ancora siamo turbati, è perché ancora ci ricordiamo di lui.

L’intellettuale friulano è stato ed è ancora per me un riferimento culturale e politico e, se c’è qualcosa che ho imparato dai suoi scritti, è che la sua urgenza comunicativa (che lo ha portato a scrivere e girare capolavori), quella necessità di dire quanto aveva da dire, nel modo migliore in cui poteva dirlo e nel più breve tempo possibile, derivava dalla convinzione che dopo la sua morte sarebbe stato condannato ad una damnatio memoriae irreversibile, che la sua opera sarebbe stata dimenticata ed il suo nome cancellato dalla storia, come se non fosse mai esistito. In parte, è chiaro, aveva ragione: tante volte si è discusso di intitolare strade e piazze di varia metratura a Craxi, ad Andreotti o perfino ad Almirante, ma non ricordo di aver mai visto, durante le mie peregrinazioni per la Penisola (e vi prego di correggermi se dovessi sbagliare) nemmeno un’aiuola dedicata a Pasolini (che, senza dubbio, sarebbe felice di sapere che l’autorità ufficiale continua sdegnosamente a snobbarlo). D’altro canto, tuttavia, non mancano autori che si richiamino alla sua arte ed alle sue intuizioni, e tanti hanno voluto dedicargli saggi, libri e film (uno degli ultimi, con un Willem Dafoe quasi mimetico). Pure, ho l’impressione che, se continuiamo ad interessarci a Pasolini, lo facciamo nel modo e soprattutto per il motivo sbagliato.

In maniera ciclica, e soprattutto in vicinanza del due novembre, riscopriamo il mistero Pasolini, e, con questo termine, ci riferiamo al mistero che circonda la sua morte. Intendiamoci: come ho scritto anche in apertura di questo articolo, so benissimo che molti sono i dubbi e le incongruenze della versione ufficiale su quella notte, e, se avessi conosciuto la storia di Pasolini quando ancora credevo a Babbo Natale, non l’avrei creduta vera neppure allora; d’altronde, c’è da dire che, più passa il tempo, più la possibilità che si faccia luce su quei fatti diviene più tenue, soprattutto perché coloro che quella notte la vissero (o che si può sospettare che la vissero, o che la vissero senza che noi lo sappiamo o possiamo supporlo) si stanno avvicinando all’ora del loro trapasso, o magari sono già passati a miglior vita. Ne consegue, quindi, che ogni giorno che ci allontaniamo da quel due novembre, emergono versioni più inverosimili e fantasiose su quelle drammatiche ore; versioni che, nate forse con le migliori intenzioni, finiscono per rendere ancor più arduo il già difficile compito di coloro che si cimentano nella difficile prova di ricostruire come andarono le cose: perché, se uno trova una prova convincente del fatto che sulla scena del crimine, oltre a Pino Pelosi, ci fossero anche delle altre persone, e nello stesso momento uno scrive su Facebook (ed altri quindicimila lo rilanciano) che Pasolini in realtà non è morto, ma è stato portato su Vega per aiutare i vegani (non quelli del tofu) a piegare la resistenza opposta alla loro invasione dai terrestri e soprattutto da Goldrake, è chiaro che chi non ha alcun interesse a che luce venga fatta avrà buon gioco ad accomunarli, ed a dire che il primo dice minchiate perché anche il secondo le dice. È una fallacia logica, d’accordo: però funziona, fidatevi.

Ma, soprattutto, siamo sicuri che sprecare tutte queste energie a tal fine sia produttivo? D’accordo, non sappiamo come morì realmente Pasolini: ma, se c’è una cosa che sappiamo, è che è morto in una maniera coerente con la figura dell’intellettuale scomodo ed inviso praticamente a chiunque, di cui fu uno dei pochi a poter portare i panni senza doversene vergognare agli occhi del mondo. Pasolini è stato davvero un “pensatore contro”, e come pensatore contro è morto: non dovrebbe bastarci questo, senza star qui a chiederci se l’ha ammazzato Andreotti o la mafia, la P2 o la CIA? Se c’è una cosa che lui stesso ci ha insegnato, è che il Potere (quello vero, non quello contro cui oggi per pigrizia puntiamo quotidianamente il dito) è inconoscibile. Non si può vedere il volto di chi ci comanda davvero.

Ma, ancora, una simile indagine è una perdita di tempo e di energie perché distoglie l’attenzione da quello che, ancora oggi, rimane il vero mistero Pasolini: e cioè, come diavolo sia possibile che, con tanto anticipo, Pasolini sia riuscito a cogliere con tanta precisione gli sviluppi (so che lui non avrebbe apprezzato il termine e spero mi perdonerà) che il mondo avrebbe avuto dal momento in cui scriveva a… be’, a praticamente oggi. Pasolini seppe prima degli altri che il proletariato stava diventando, nei modi e nel pensiero, piccola borghesia, e prima degli altri, forse con dolore, vide i fatti di Goro di qualche settimana fa. Pasolini non aveva previsto che il mondo avrebbe conosciuto Internet ed i social network, d’accordo; pure, era riuscito perfettamente a cogliere l’atteggiamento che gli uomini avrebbero avuto su queste piattaforme. Pasolini non li chiamò con questi termini, pure riuscì a preconizzare il marketing virale e la brandizzazione entusiasta dell’individuo, ridotto non più solo a consumatore, ma addirittura a lavoratore senza salario (e per di più entusiasta) del Capitale. Non ho voglia di andare a controllare, ma credo che Renzi non fosse ancora nato, quando lui morì: pure, Pasolini aveva previsto il ragazzino toscano, e la strategia che avrebbe incarnato. Quella di travestire la reazione da innovazione, quando non addirittura da rivoluzione; e lo aveva fatto, sottolineando il potere liberatorio di un certo tipo di passato (“io sono una forza del passato…”). Ed ho fatto solo alcuni esempi: ne troverete parecchi altri, tra i fotogrammi dei suoi libri e le pagine dei suoi libri, soprattutto di quelli (“Scritti corsari” e “Lettere luterane”) che raccolgono i pezzi che scrisse per vari giornali.

Dio santo, perché nessuno costruisce una teoria del complotto su questo? Perché non c’è nessuno che scrive che Pasolini poté essere così preciso (direi chirurgico, per usare un termine che piace alla mia amica boudoir77) perché era in possesso del Sesto Occhio, perché era un Uomo Cremisi, perché i vegani sono venuti a riprenderselo in quanto lui a Vega ci era nato, perché possedeva i tarocchi di Nostradamus e la pantofole di Napoleone? Perché ci sbizzarriamo con la fantasia su quello che, a ben vedere, è solo un caso di cronaca, e non ci interroghiamo piuttosto su delle capacità che appaiono essere quelle di un veggente, e si tingono quasi di un’aura paranormale?

Paranormale. Ecco. Riporto dal fondamentale Il trucco c’è!, della collana “I quaderni del CICAP”, di AA.VV. ma curato da Massimo Polidoro e Mariano Tomatis:

il mentalismo è la branca dell’arte magica che produce quegli effetti attribuiti alla percezione extrasensoriale, proponendo simulazioni delle facoltà paranormali riconosciute dalla parapsicologia: telepatia, chiaroveggenza, precognizione, psicometria (retrocognizione), psicocinesi.

(i corsivi sono miei)

Ecco, forse finalmente ho trovato una risposta ad un interrogativo che mi assilla da quando l’ho conosciuto: cosa fu Pasolini? Poeta, regista, scrittore, saggista, critico? La risposta sta qui: Pasolini fu un mentalista. Che, grazie alla sua arte, riuscì a simulare (vada inteso il termine nella migliore accezione possibile) una facoltà precognitiva che in realtà sarebbe alla portata di tutti, se solo avessimo la capacità (ed il coraggio) di applicare quelle tecniche che lui applicò sul nostro mondo. Quali sono queste tecniche? È lo stesso Pasolini, a confessarcelo candidamente, in uno dei suoi articoli più famosi (Cos’è questo golpe? Io so):

sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.

Pasolini mentalista. Mi rendo conto che l’ipotesi potrebbe apparire temeraria. D’altronde, se qualcuno ha potuto dire che Pasolini in realtà fu un fascista… oh, be’, perché no?

Comunicazione di servizio: e mi duole scriverla sotto un pezzo che sento così personale perché (come potete notare anche dai tag), questo è un mio personale omaggio ad una figura ed anche ad un’arte che, be’, ormai ripeto un po’ troppo spesso questa frase, ma mi hanno davvero cambiato la vita. D’altronde, la mia natura è la mia cultura, no?

Comunque, tranquilli: Del peggio del nostro peggio arriva presto. Ho iniziato a lavorare e sto avendo consistenti problemi tecnici. Ma tranquilli, arriva. Magari non come ve l’aspettate (cioè bello) ma arriva.

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17 thoughts on “Il giusto mistero

  1. È curioso il fatto che tu lo abbia definito friulano, come è strano che Bruno Vespa non abbia fatto un plastico del luogo in cui fu trovato il suo corpo (o lo ha fatto?).
    Mentalista può starci, come lo sono tutti quegli uomini evoluti che raccontano qualche cosa che per loro è presente, perchè essendo “avanti” non solo immaginano, ma arrivano addirittura a vivere sulla propria pelle la loro visione. Mi soprende che tu abbia citato Goldrake, di solito appartiene ad un’altra generazione, o no?
    Rimaniamo in attesa di ascoltare la prossima puntata del peggio del nostro peggio, ne sono successe un bel po’ di recente.

      • – Cosa ho meditato?
        – Tanto e troppo.
        – Si, ma cosa?
        Giustamente, chiederai.
        Il fatto è (per dirla alla Gek Tessaro) che pochi giorni prima che tu pubblicassi questo articolo, ho rivestito il ruolo di mediatrice in un incontro ove si discuteva del teatro di Pasolini, in particolare dell’opera “Orgia” in riferimento alla bella trasposizione teatrale della compagnia Fibre Parallele. Durante quell’incontro ero avvilita dal fatto che non si riuscisse a cogliere l’essenza e l’importanza dell’opera e del messaggio pasoliniano… non c’era verso… puntualmente si parlava non di lui (magari!) della sua sessualità. In quell’occasione c’è chi l’ha definito pedofilo, chi si è lanciato nella disamina sottile della differenza fra pederasta e pedofilo, chi cercava su Google notizie e chi lo difendeva a spada tratta. Ora, tu immagina a dover essere mediatore fra tante idee e dover essere super partes… reprimere la voglia di urlare “capre, capre, capre”… insomma, ‘na tragedia. Nell’incontro (originariamente pensato come preparazione allo spettacolo) hanno tirato fuori il celebre viaggio in India con Moravia e la Morante e quanto emerge dal resoconto di Moravia in particolare dove secondo alcuni c’era la chiara affermazione che Pasolini fosse pedofilo. La questione “Orgia” non interessava a nessuno, il problema era Pasolini é o no uno schifoso pedofilo? Immagina… il tipo di discussione che ne è seguito. Ho messo tutti a tacere dicendo che nessuno di noi essendo in quella precisa stanza in quel preciso momento può dire che cosa abbia fatto REALMENTE Pasolini con i ragazzini indiani, ognuno secondo le proprie idee ha la propria PERSONALE convinzione. Ho aggiunto che quello che nel privato è ciascun artista, non dovrebbe teoricamente pregiudicare il giudizio di valore – nella fattispecie – sull’opera artistica e sul validità di intellettuale, per quanto la conoscenza della vita di un autore dia più chiare e approfondite chiavi di lettura. Noi eravamo lì non per giudicare i gusti sessuali di Pasolini, ma per parlare di una sua creazione. La serata dibattito si è conclusa così. Poi, vengo qui e leggo te. Chiaro nell’esposizione (e si… chirurgico mi piace come aggettivo, specie in riferimento a te) e mi rincuora sapere che qualcuno ha idee aperte… e anche più delle mie.

        P.s. Per cronaca nel mio paese c’è una strada, anche di quelle principali, intitolata a Pasolini ;P

      • Mi chiedo in quanti incontri su Verlaine si faccia anche solo cenno al fatto che tentò un omicidio… di un ragazzino che era il suo amante (e che approfittò della cosa per farsi pubblicità. Il ragazzino, che si chiamava Rimbaud, non Verlaine).

        P.S.: maddai!

      • Precisamente… ci sono cose che la gente non vuol sentire perchè intacca un bigottismo innato e ascritto nell’italico medio… e poi, sai qual è l’altro problema? La schiettezza di Pasolini… non si è mai nascosto dietro un dito. P.s. la prossima volta posso invitarti in Puglia per eventi del genere?
        😛

      • Vero.

        P.S.: purtroppo non sono altrettanto chirurgico anche dal vivo. “Sono vero ed appassionato solo quando scrivo. Come uomo non esisto” (semicit. forse eccessivamente severa).

      • E perché no? Il prossimo incontro lo modera una mia amica, si parla di “Zio Vanja” di Cechov. Io dovrei moderare quello successivo che grossomodo sarà nella seconda metà di gennaio… la programmazione degli incontri a teatro è ancora in corso.

  2. Piccolo fuori argomento: con il touch screen ho involontariamente contrassegnato come spam il tuo messaggio sotto il mio articolo “Piper” . Ti rispondo comunque lì sotto

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