Storia dei playboy, dal Medioevo ai giorni nostri

Nel poema cavalleresco La prise d’Orange (mi narra Jacques Le Goff nel suo L’immaginario medievale) vengono cantate le imprese di Guglielmo, fedele servitore di re Ludovico, figlio di Carlo Magno, e soprattutto la battaglia che egli intraprende, praticamente da solo, contro il re saraceno della città di Orange, per riconquistarla al cristianesimo e, contemporaneamente, per conquistare l’amore di una donna pagana, Orable, che ad Orange vive, e che è bella al punto tale da far dire all’anonimo estensore che in tutta la cristianità non se ne troverebbe una che le sia superiore.

Più fortunato del Tancredi di Tasso, Guglielmo riesce a conquistare l’amore della sua Teodolinda senza doverla prima sfidare a singolar tenzone e poi colpire a morte; anzi, appena lei lo vede, ne è deliziata al punto da abbandonare tutto ciò in cui ha creduto fino a quel momento e da unirsi a lui in un’impresa che appare tanto eroica quanto disperata e che, invece, verrà coronata da successo: in via collaterale alle sue peripezie amorose, infatti, il cavaliere riesce (sia pur aiutato da un esercito di tremila cavalieri) ad impadronirsi di Orange. Cosa che si poteva forse intuire, già leggendo il titolo del poema, sono d’accordo, ma non stiamo qui a sottilizzare, che nel Medioevo non esisteva mica, il concetto di spoiler. Potrebbe sembrare questo un fine sufficientemente lieto, ma tanta fatica meriterà ben una ricompensa; e, se voi non lo credete, sappiate che re Ludovico non è d’accordo con voi: il rampollo del Carlo, di fatti, decide, bontà sua, di concedere la città conquistata a Guglielmo, che ivi trascorrerà i successivi trent’anni, sovrano di una roccaforte d’oro e marmo e marito di una donna tanto desiderabile quanto fedele. Buio in sala, titoli di coda.

Le Goff racconta la storia, ovviamente, più estesamente e con maggior perizia di me, né queste sono le uniche virtù in cui l’indimenticato storico francese mi sopravanza: la sua acutezza lo porta a dire tutta una serie di cose giuste e sorprendenti su questo poema, la più banale delle quali è che la conquista di Orange non può prescindere dalla conquista di Orable, e viceversa. La città e la donna, di fatti, sono connesse da un legame inscindibile (fin dal nome, a ben vedere), tanto è vero che, quando si parla delle virtù di una, si parla anche delle virtù dell’altra, e tra le due viene creato un continuo parallelo: così, ad esempio, si dice che il collo di Orable svetta in altezza come la torre più alta della città di Orange, e via dicendo.

Italo Calvino, in Perché leggere i classici, afferma che un classico è un libro che non invecchia mai perché, anche se scritto duemila anni fa ed in una temperie culturale, politica, economica di cui ormai non avvertiamo più nemmeno gli effetti più remoti, continua a dirci qualcosa ed ad aiutarci a leggere il nostro presente: se questo è vero (e lo è), allora L’immaginario medievale e La prise d’Orange sono classici, perché mi hanno messo in mano (al modico costo di sette euro e cinquanta) la risposta ad una domanda che mi assilla da ieri mattina. E no, questa domanda non è: ma perché gli americani hanno eletto Donald Trump?

La domanda è: perché Donald Trump ha voluto farsi eleggere?

Ora ho la risposta: ad un playboy impenitente come lui, non poteva di certo mancare la preda più ambita, quella che era ora di riconquistare a quel negro che aveva osato prendersela, sicuramente con l’inganno e agitandole davanti agli occhi promesse che non poteva mantenere (e su quest’ultimo punto, Trump aveva dolorosamente ragione). Sto parlando dell’America, ovviamente, che Trump la moglie trofeo ce l’ha già, appartenente per altro ad un’etnia che egli disprezza, come non ha mancato di ripetere spesso, durante la campagna elettorale. Nulla di strano, d’altronde: il Tancredi che abbiamo citato prima era sì innamorato di Teodolinda, ma comunque voleva distruggere tutto il popolo a cui apparteneva (o credeva di appartenere); e non esiste playboy, da Don Giovanni in giù, che non sia animato, più che dal desiderio di conquista, da quello di dimostrare che quegli esseri che reputa inferiori sono inferiori per davvero, al punto da lasciarsi sedurre non appena un essere spregevole quanto lui fa loro due moine. Trump ha voluto essere eletto presidente degli Stati Uniti, per come la vedo io, perché disprezza l’America o, almeno, ne disprezza una gran parte: ne disprezza le donne; ne disprezza le minoranze; ne disprezza una larga fascia di popolazione, quella che non potrà mai sedersi con lui allo stesso tavolo nello stesso ristorante e che, anzi, in quel ristorante non potrà entrarci nemmeno per servirgli il pranzo. Trump è razzista in qualunque senso si possa dare alla parola: xenofobo, antisemita (che anche gli arabi sono semiti, eh), sessista, omofobico, classista. E desta sconcerto che ad affidargli la guida di quella che resta pur sempre la nazione più potente del pianeta siano stati proprio quelle persone che da lui sono state continuamente offese, quelle che appartengono alla fascia medio-bassa della popolazione.

Molti hanno letto questo voto (come quello sulla Brexit ed i successi che in Europa riscuotono i partiti populisti di estrema destra) come un segnale lanciato dalla working class nei confronti della sinistra: visto che non vi interessiamo più, noi andiamo a votare in massa per chi, almeno, viene a sentire cosa abbiamo da dire. C’è del vero, in questa affermazione, e tanti partiti di sinistra dovrebbero cogliere l’occasione per capire che continuare a spostarsi al centro non è una buona tattica per raccogliere voti: perché la borghesia medio-alta dovrebbe votare un’imitazione della destra, quando ci sono tanti originali tra cui scegliere? C’è però anche da dire che il risultato di questo voto (e di tutti i voti consimili) può anche essere letto “a rovescio”: la sinistra smette di inseguire il raggiungimento dell’uguaglianza perché coloro che dell’uguaglianza più si gioverebbero non hanno più interesse a chi venga raggiunta. Gli operai sottopagati e non di rado licenziati non chiedono più che i loro sacrifici li paghino quei manager che li hanno portati a quel punto, chiedono che li paghino gli immigrati clandestini che i loro datori di lavoro sfrutteranno a condizioni ancor più umilianti di quelle in cui sfruttavano loro. Trump è appunto questo che gli ha promesso: votate per me, e costruisco muri col Messico, smetto di far spostare le fabbriche in Cina ed obbligo la Microsoft a pagarvi una mignotta a sera a tutti. Com’è che diceva Pasolini? Ah già, che il proletariato sarebbe diventato la nuova borghesia. Bene, è successo.

Gli unici che continuano a chiedere uguaglianza sono le giovani generazioni, schiacciate da un mondo del lavoro passivamente accettato dai loro padri e che impedisce di vivere la vita come sarebbe degna di essere vissuta: quelli che sarebbero andati in massa a far vincere Sanders e che invece sono rimasti a casa perché si sono resi conto che la Clinton è espressione della stessa classe dirigente sfruttatrice che esprime Trump, solo che lei è più brava a nasconderlo. Non avevano scelta, e forse hanno fatto la cosa migliore, salvando almeno la propria coscienza; di sicuro sono stati più intelligenti di quelli che hanno votato Trump per “dare un segnale”. Invece di votare il politico colluso col lobbysta, hanno votato direttamente il lobbysta. Una furbata, non c’è che dire: mi ricorda quella barzelletta del marito che si taglia le palle per fare un dispetto alla moglie.

In tutto ciò, resta il fatto che molti hanno votato per Trump senza andarlo a dire in giro, perché evidentemente si rendevano conto della cacca fumante in cui stavano andando a mettere il dito: lo sapevano, e l’hanno fatto lo stesso, però senza dirlo. Questo è il quadro dell’America che esce da queste elezioni e, se devo dirla tutta, non è un bel quadro: un’America ipocrita, egoista, paracula e spocchiosa. Una vecchia signora che continua a spargere veleno su tutti quelli che la circondano mentre i ritocchini del chirurgo estetico continuano a crollare ogni volta che tenta di accompagnare una delle sue battutine al vetriolo con un sorriso. Una Pamela Prati che crede di poter rilanciare la sua immagine andando al Grande Fratello Vip o flirtando con Donald Trump.

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