Dottore, che sintomi ha, la felicità?

Piano, piano, piano. Avete letto bene, il titolo di questo articolo riprende il verso di una brutta canzone di Jovanotti, per altro appartenente ad una categoria di composizioni che sembra andare per la maggiore, nel mondo della musica italiana: quella della canzone elenco, che giustappone apparentemente senza alcuna soluzione di continuità parole e concetti tra loro estranei, simile alla scrittura automatica dei surrealisti ma rispetto a questa meno ingenua, perché va incontro ai gusti del pubblico, invece di sfidarli. Ma tranquilli, ho scelto quella frase non perché voglia sviscerare quel genere (che conta tra i propri adepti artisti altrimenti stimabili, come Luciano Ligabue), e neppure perché voglia irriderlo (che ci ho già provato, con risultati pessimi, alcuni anni fa). No, l’ho fatto solo perché era un verso che tornava utile: che questo articolo parlerà di felicità e, be’, lo sto scrivendo io, che sono un dottore. Anche se non ci crede nessuno.

Tutto è cominciato tre giorni fa, con questo articolo di Kikkanokekka. L’articolo citava uno studio apparso su “Social Psychological & Personality Science”, a proposito del rapporto esistente tra frequenza dell’attività sessuale e grado di felicità di una persona. I risultati sono più o meno questi: chi scopa di più è più felice, ma solo se scopa sempre con la stessa persona; e, comunque, la felicità impenna se si passa da zero ad una copula la settimana, ma poi resta costante, che ci si accoppi con la stessa frequenza dei leoni in amore o con quella dei signori Pasciughi di Vigasio. E mi si scusi se ho riassunto brutalmente, ma il sesso è una cosa troppo importante, per essere presa sul serio.

Dalle scarne parole di commento che accompagnavano l’enunciazione dei risultati, per altro deliziose nel loro misurato sarcasmo, mi pare di aver capito che Kikkanokekka non li condividesse affatto; della stessa opinione mi sono parsi, anche, gli altri commentatori. In quanto a me, non so abbastanza di questo studio da potermi permettere un giudizio sulle sue conclusioni, ma di certo ravviso alcune problematiche metodologiche. Alcune sono, per così dire, logiche, e ruotano intorno ad una vecchia fallacia da cui fatichiamo a liberarci: e cioè, seppure viene scoperta una correlazione, ciò non significa, necessariamente, che è stata scoperta una causalità. I ricercatori potrebbero aver effettivamente rilevato che fare più sesso con lo stesso partner rende più felici rispetto a farlo con partner diversi o non farlo affatto… ma chi ci dice che, invece, non abbiamo rilevato il contrario? Chi ci dice che quei dati non possano piuttosto essere letti nel senso che essere più felici conduce a fare più sesso con lo stesso partner, ed invece esserlo meno conduce a non farlo, o a cercare sempre nuove persone con cui farlo? Una simile lettura avrebbe, per altro, il non trascurabile vantaggio sociale di rendere un po’ meno patetici ed odiosi, ed un po’ più pietosi, i predatori sessuali da sabato sera (di ambo i sessi, ovviamente).

Ma questo è un peccato veniale, per altro connesso ad un errore logico che sembra connaturato al pensiero umano. Il problema è semmai altrove.

La più grande conquista del pensiero scientifico è stata, credo, quella di affermare che il pensiero scientifico elabora modelli, non spiegazioni; si basa sulla probabilità, non sulla certezza; è relativo, non assoluto. Volendolo riassumere in una frase icastica, tutte le scienze sono come l’archeologia, che si occupa di fatti, non di verità. Se vi interessa la verità, l’aula di filosofia del professor Tyre è in fondo al corridoio (cit.).

Per come la vedo io, la scienza non può occuparsi della felicità, per il semplice fatto che la felicità non può essere “relativizzata” e quindi ricondotta in un modello; è un sentimento totalizzante che, sia pur diverso per ciascuno di noi, e dunque in questo senso sì, relativo, diviene assoluto per ciascuna persona. Darne una definizione oggettiva, e quindi poterlo rendere oggetto di indagine è, almeno alla luce delle mie conoscenze, impossibile.

Questa riflessione mi ha spinto a domandarmi che cosa sia, per me, la felicità. Ancor di più, mi ha spinto a farlo questa frase di aspiranterunner, anche lei giunta a commentare l’articolo di Kikkanokekka di cui si diceva su:

Quante volte nella vita uno è felice e non lo sa e se ne rende conto solo dopo quando quell’attimo è perso per sempre?

Questa domanda, che spicca per la sua profondità e che si inserisce in un’ampia tradizione di pensatori che va dagli stoici ai giorni nostri passando per Leopardi e Montale, mi è tornata alla mente ieri sera.

All’inizio di quest’anno, come ricorderanno quelli di voi che seguivano la tristissima rubrica Neurosurgery Kid, stavo vivendo uno dei periodi peggiori della mia vita. Intrappolato in un lavoro che avevo sognato, e che si stava rivelando uno dei peggiori incubi in cui potessi precipitare (in virtù dell’adagio rowlinghiano: “Bisogna essere sempre cauti ad esprimere desideri, perché a volte si avverano”), iniziavo con terrore a provare quella sensazione che viene descritta nei trattati di psichiatria e riferita a chi soffre di depressione: quella di precipitare in un pozzo oscuro da cui non c’è uscita, ed in cui ogni giorno si scende un po’ più a fondo. L’umore può essere oggetto di analisi scientifica? Non lo so, e di certo alla psichiatria si possono riconoscere diversi limiti. Sta di fatto che quelle parole calzavano a pennello con quel che sentivo io.

Nei primi giorni del 2016 che, dice giustamente mio fratello, è stato il peggior anno della storia, poco prima di iniziare un turno di notte e dopo una giornata particolarmente stressante ed uno scontro con chi (scusate se mi autocito) aveva una visione ottocentesca della gerarchia, per la prima volta in vita mia ebbi un attacco di panico (non l’avevo mai raccontato che ad alcune persone con cui sono particolarmente legato, finora). Ancora una volta, gli psichiatri che scrivono i libri su cui abbiamo studiato hanno ragione: si prova per davvero la “sensazione di morte imminente”.

Fu in quel clima che mi giunse, insperato, l’invito di una persona per me importante, che mi invitava ad andarla a trovare quanto prima nella città in cui si era trasferita e che, mi assicurava, era tra le più belle che avesse mai visto (e ci si può fidare, di lei che ha viaggiato tanto). Quella città era Verona, ma per me poteva essere anche Roccacannuccia di Sotto: alla prima occasione favorevole (un weekend lungo), feci armi e ritagli (cit.) e partii alla volta della città scaligera. Non prima di aver vissuto una nottata di cui avrei fatto volentieri a meno, ma magari questo ve lo racconto un’altra volta.

Vissi due bei giorni, che si conclusero con una sorpresa (e di questa siete già informati); soprattutto, vissi due giorni in cui qualcuno mi calò una corda, mi tirò su e mi aiutò a rendermi conto che esisteva tutto un mondo, fuori da quel pozzo. Tra le altre cose, non dimenticherò mai la sera in cui, per la prima volta, vidi piazza delle Erbe, quella che (e chiunque ci sia stato non farà fatica a capire perché) è la piazza italiana più amata al mondo.

Piazza delle Erbe è la piazza principale di Verona (più di piazza Bra, dove sorge l’Arena): costruita sull’antico foro romano, per secoli è stata il centro della vita economica, sociale e politica della città. Come ognuna delle belle piazze che ho visto (piazza Navona, piazza dell’Anfiteatro a Lucca) rinuncia alla banale forma circolare per allargarsi in un quadrilatero di incerta natura; i suoi lati diseguali sono chiusi da palazzi lì costruiti durante almeno venti secoli: età romana, medioevo, rinascimento, barocco ed evo moderno qui si incontrano, ed il loro matrimonio è felice e fruttifero (il sindaco di questa città, Flavio Tosi, ed i suoi compagnucci presenti e passati dovrebbero imparare da questo esempio). I colori della piazza, il rosso del marmo che la pavimenta, il bianco della statua di Madonna Verona, l’avorio della costola di balena sospeso ad un filo di metallo che pende dall’arco che conduce nella vicina piazza dei Signori, il color terra dei mattoni che ricoprono la torre dei Lamberti, che estende lo spazio della piazza verso l’alto, come se a tanta bellezza non bastasse la terra ma fosse necessario il cielo, mi esplosero in faccia, anche nell’ombra della notte; e, in quella piazza, a metà gennaio, compresi, finalmente, cosa voleva dire Albert Camus: nel bel mezzo del più gelido inverno, ho infine scoperto che albergava in me un’invincibile estate. Ho riso, e siamo andati tutti insieme a prenderci una cioccolata calda.

Dottore, che sintomi ha, la felicità?

Tutti quelli che sento quando, come ieri, torno a piazza delle Erbe quando è già buio.

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20 thoughts on “Dottore, che sintomi ha, la felicità?

  1. Vorrei parlare di felicità ma come hai letto non sono una grande esperta. Lo sono invece di attacchi di panico e beh, ben lontani dalla felicità 😊. Mi spiace per il periodaccio Gaber, un giorno alla volta è il mio accidenti di motto ormai, dico solo che la metà deve essere più o meno nella nostra mente, se no un giorno alla volta è solo un supplizio. In bocca al lupo di cuore!

  2. Signor dottore, Lei sarebbe un gran scrittore. E il post è meraviglioso. Parola di serial reader. Contenta di averLa scoperta. In bocca al lupo per tutte le scelte future… ci sono passata. Ho mollato un lavoro a tempo indeterminato per un decennio di precariato. E, non me ne sono mai pentita.

  3. Yes 🙂 In inglese per tenermi in allenamento. E poi mi piace il mondo anglosassone e angloamericano.
    Il libro, naturalmente il tuo! Quello che ancora non ti sei deciso ad iniziare. Cosa aspetti?

  4. 😁😂😂 i migliori scrittori non avevano nulla da dire, ma lo sapevano scrivere. Mi sembra che tu scrivania molto e di tutto. Anche del nulla che a quanto pare interessa un bel po’ di bloggari

  5. Un post molto lungo e ricco fi troppi spunti mi soffermo sulla felicità ‘ recuperata’ sfuggita: non esiste ovvero muta in rimpianto!
    La felicità è fatta di attimi non è uno status.
    Puoi essere sereno senza essere felice.
    Io oggi affermò senza dubbio di vivere un momento di grande serenità ma da qui a dire che sono felice ce ne corre!
    Il sesso, e sempre x me, è appagamento se amo o sono attratta da una persona è molto importante, spesso e volentieri, ma in alcuni periodi volenti i nolenti l astinenza è la migliore strada percorribile e nn x questo si è infelici
    SheraconuninchiNo

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