Identico a tutti gli altri

Ricorre in questi giorni l’ottantesimo anniversario della nascita di Ottaviano Olivieri, scrittore nostrano che sarebbe, credo, meritevole di una fortuna maggiore di quella di cui gode; o, almeno, meritevole di una fortuna diversa da quella di cui gode, a mio modesto parere mal diretta.

Da parecchi anni, infatti (a memoria, dall’ultima volta che qualcuno osò dare alle stampe l’indigeribile “Il cibo dell’amore”, maldestro rimescolamento di Shakespeare e Lovecraft. Davvero) nessun editore si azzarda a ripubblicare (o, per quello che ne so, anche solo a dichiarare di voler ripubblicare) uno dei tredici romanzi che egli scrisse durante la sua vita; gente che per professione è curatore di antologie fa finta che Olivieri non sia mai esistito e, per quel poco che mi permette di valutare la mia esperienza, anche le biblioteche di ogni ordine e grado si tengono alla larga dalla sua opera (che, pure, sarebbe credo facilmente reperibile a buon prezzo in qualunque mercatino dell’usato). Olivieri non compare sulle raccolte scolastiche, nessun lettore incallito lo cita mai tra i suoi autori preferiti, nessun adolescente sussurra le sue parole, leggiucchiate a caso qui e là, a qualche coetanea mentre cerca di infilarle le mani sotto la maglietta (a ragion veduta, direi) e, per farla breve, pare che la storia non dico della letteratura, ma nemmeno quella, più modesta, dell’editoria, non abbiano mai conosciuto quest’uomo… tranne, ovviamente, che per quell’opera. Che, benché abbia ormai quasi sessant’anni, continua ad essere stampata, letta, citata (spesso a sproposito) ed idolatrata da una fascia di pubblico che potrà apparire risicata, se confrontata con le folle che possono mobilitare certi titoli che godono di maggior pubblicità, ma che tuttavia è significativa e, cosa più importante, di numerosità costante e tendente anzi ad un aumento lento, ma continuo. Per un mercato, come quello del libro, che soffre di una crisi cronica e diviene, paradossalmente, vieppiù asfittico man mano che si moltiplicano i titoli ed i “romanzi rivelazione”, una mano santa.

L’opera di cui sto parlando, ovviamente, è “Storia gloriosa di un’inezia” (da qui in poi SGDUI), che può essere considerata, a buon diritto, una versione più “umile” (in termini di vendite, ma anche di intenti) di un altro grande ed intramontabile cult letterario. Intendo, ovviamente, “Siddharta” di Hermann Hesse, con cui SGDUI condivide in qualche modo, anche, la parabola editoriale.

Forse non tutti sanno, infatti, che Hesse scrisse il suo romanzo più famoso nel 1922, ma che, per molto tempo, esso non varcò mai i confini della Germania e rimase, anzi, patrimonio di una cerchia piuttosto ristretta di persone (le quali, vista l’ideologia di Hesse, lo lessero probabilmente, negli anni che seguirono, a proprio rischio e pericolo). La prima edizione italiana di questo romanzo (per una casa editrice non famosissima) si ebbe nel 1945; e solo negli anni Settanta, sull’onda del successo che esso aveva avuto tra i movimenti controculturali d’Oltreoceano, una casa editrice “importante” (la Adelphi) lo consegnò alla fama di cui gode tutt’ora.

Similmente, Olivieri affidò la sua prima opera (se si escludono alcune prove sperimentali giovanili) alle mani di una piccola casa editrice (oggi non più esistente) che, pare, gliel’abbia pubblicata a pagamento, e dovette sopportare per quasi trent’anni che essa non raccogliesse, tanto nel pubblico generalista quanto in quello specializzato, altro che indifferenza, prima che, a pochi anni dalla sua morte, essa iniziasse ad essere letta, studiata, commentata ed amata al punto da spingere una major (la Rizzoli) ad inserirla nel proprio catalogo, dove si trova tutt’ora.

Né queste sono le sole similitudini tra i due volumi; la più importante parrebbe essere che entrambi sembrano dovere il proprio successo, più che alla potenza della storia raccontata, o all’ingegno di una particolare svolta narrativa, al fatto di essere una sorta di “manuale di auto-aiuto” travestito da romanzo, il bignami di una filosofia a cui i più si avvicinano con stupore ed entusiasmo, e non con la razionalità ed il senso critico che questa meriterebbe. Dal che, lo sgradevole fenomeno (non imputabile ad Hesse ed a Olivieri, ma che è tuttavia reale e che finisce per influenzare qualunque giudizio si voglia dare sulle loro opere) per cui, dovunque si vada o qualunque cosa si legga, si troverà quasi sempre qualcuno che cita “Siddharta” o, più raramente ma con maggiore frequenza rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare, SGDUI.

Laddove queste somiglianze irritassero qualche mio lettore, me ne scuso e mi propongo di rimediare proponendo qualche esempio di differenza tra i due autori: Hesse, come detto, divenne, pur essendo già passato a miglior vita da alcuni anni, un pilastro dei movimenti controculturali e della Contestazione, laddove Olivieri fu da questi, invece, guardato con sospetto, disinteresse, astio e, nella maggior parte dei casi, non guardato affatto. Olivieri, di fatti, per intempestività del destino, raccoglieva negli anni della Contestazione (durante i quali, al contrario di Hesse, era ancora vivo) un effimero successo con romanzi amorosi dai titoli più complessi della psicologia dei personaggi messi in scena (“Un sasso di rimbalzo sopra il riflesso del ciliegio”, il più noto); veniva quindi visto, dai pochi che avevano la sventura di conoscerlo, come un “agente” della Reazione, uno scribacchino al soldo del potere borghese, un pennivendolo da classifica. Che Olivieri fosse al soldo di qualcuno, pare improbabile; pur tuttavia, è pur vero che egli fu sempre (per usare le sue stesse parole) “un codardo militante”, e sembra difficile vederselo felice di comparire tra le figure di riferimento di chi, in quegli anni, si proponeva di abbattere l’esistente e di ricostruirlo da capo (operazione non coronata da successo, purtroppo). Pure, esiste forse un Olivieri che sarebbe piaciuto a quei ragazzi, come oggi sarebbe odiato dagli adulti che essi sono diventati: ed è quello dei racconti.

Olivieri scrisse infatti, sotto lo pseudonimo di Oliver Eighties (traduzione in inglese maccheronico del suo nome, ma con nome e cognome invertiti), almeno duecento racconti che possono essere fatti rientrare, sbrigativamente, sotto l’etichetta della fantascienza, e che testimoniano invece del suo interesse per tutto ciò che c’è di claustrofobico ed ossessivo. Frutto delle sue letture giovanili, ed in particolare di quelle di Lovecraft e Kafka (che, come si è visto, fornirono ispirazione, loro malgrado, anche alle sue opere “maggiori”), esse mettono spesso in scena mondi tanto espansi (in qualche caso, infiniti) da essere incredibilmente ristretti, come se l’autore ci dicesse che l’universo è sì infinito, ma grande quanto un ascensore (cosa che infatti Olivieri fa, nel racconto “Collisione”). Tra gli altri, il mio preferito è senza dubbio “Safari”, pubblicato su una fanzine durata solo tre numeri e che avrebbe trovato forse maggior seguito se, invece, fosse comparsa sulla rivista di qualche gruppo extraparlamentare. O su quello di un giornale di psicanalisi.

Il racconto (lungo non più di sei pagine ed a cui, credo, Olivieri avrebbe negato qualunque intento metaforico) si apre con questa lapidaria frase “In quei tempi, il mondo era infinito e quasi disabitato”; mentre ancora barcolliamo per la vertigine, la scena si sposta subitamente nella città di V. e, quindi, con un progressivo zoom, prima in uno dei suoi quartieri (“identico a tutti gli altri”), poi in un isolato (“identico a tuti gli altri”), quindi in una strada (“con un nome diverso da loro, ma identica a tutte le altre”). Qui, si trova qualcosa di diverso: c’è un ragazzo che corre e, dietro, dei poliziotti (“identici gli uni agli altri”, ça va sans dire) che lo inseguono. L’inseguimento potrebbe aver avuto inizio in un momento preciso o, forse, è da quando il tempo è iniziato che quel ragazzo scappa e quei poliziotti lo inseguono, di quartiere in quartiere, di palazzo in palazzo, con le loro maschere antigas (“che dovevano proteggerli da gas che nessuno – tranne loro – aveva mai usato”) che li rendono irriconoscibili e, quindi, tutti uguali.

“Come Achille e la tartaruga, gli uni non riusciranno mai a raggiungere l’altro. Solo che nessuno di loro lo sa”.

Seguiamo quindi, per non più di sei righe, le gimkane del ragazzo, che sente sempre più vicini i manganelli e le pistole; di marciapiede in marciapiede, di attraversamento in attraversamento, trovando sempre tutti i semafori verdi, come se l’Universo (un Universo che assomiglia ad un assessore all’urbanistica) volesse che quell’inseguimento non finisse mai. Poi, d’improvviso, un capoverso.

“Arrivò in un quartiere, identico a tutti gli altri. Non l’aveva mai visto e, era sicuro, neppure i poliziotti”.

Da qui, il ragazzo scompare. Gli anfibi che lo inseguono continuano la loro marcia finché, anche loro, non si imbattono nell’Anomalia, nello scalino del mondo, nell’anello che non tiene. Il capo squadra, urlando “più di quanto sarebbe lecito attendersi”, ordina ai suoi uomini di cercarlo; la squadra si divide, tra strade con nomi di eroi risorgimentali e poeti dimenticati dai più. La ricerca prosegue, e quasi il nostro cuore palpita all’unisono con quello dell’Assente, mentre mitra scansano rami di siepi e si aspettano di trovarci dietro un volto impaurito, “come quello di un tasso nella tana”… finché qualcuno non grida, il grido strozzato di chi sta morendo. Eccoci, tutti insieme, noi ed i poliziotti, correre verso il luogo da cui quel grido proveniva, per trovarci solo una grande, rutilante macchia di sangue.

“Vivo o morto che sia, dobbiamo trovarlo! Cercatelo! Dove cazzo è Smithe? Dove cazzo è finito? Portatemi…”. Ed ecco un altro urlo. “Mi… mi sembrava… non può essere”, dice il caposquadra. Non crederà alla morte di uno dei suoi uomini, finché non vedrà il cadavere di Yortick.

Cadono, uno dopo l’altro, i cinque uomini che proteggevano la sua sicurezza e la sua sanità mentale; ed ecco che il caposquadra (vero protagonista del racconto) “uscito di casa, forse all’inizio dei tempi, per andare a fare un safari” (da qui il titolo) si ritrova a dover affrontare un corpo a corpo con… con chi? Col ragazzo? O non piuttosto con quell’essere, quella forza, “quella cosa“, che ha generato quello sfasamento, quel muro invisibile e densissimo che li ha accolti in quel luogo?

E quando egli comincia a correre, noi non riusciamo ad impedirci di sospettare che è da quel pensiero che sta sfuggendo; e con lui ci sorprendiamo, vedendo Smithe uscire da un vicolo laterale.

“Allungò una gamba e, sulle prime, il caposquadra non capì. Fu il suo stesso slancio a tradirlo: sì, Smithe gli stava facendo lo sgambetto. Cadde, ed il mitra gli scivolò dalle mani. Si girò, a guardare la maschera anonima che anch’egli aveva ancora addosso. Poi, Smithe se la tolse. Non era Smithe: era il ragazzo.

O forse no? Era identico a tutti gli altri.

Poi, lui fece fuoco”.

Queste, le ultime parole del racconto, che ho voluto riportare fedelmente. Ripeto: non credo che a queste sei pagine si possa attribuire un senso diverso da quello letterale; pure, trovo davvero sorprendente la capacità profetica di queste parole.

Olivieri, come abbiamo detto, visse gli anni della Contestazione; quel che non gli riuscì, fu di sopravvivere a quegli anni.

Estraneo da sempre ad ogni affiliazione politica, fu ucciso in un maggio di quasi quarant’anni fa, durante una manifestazione; Olivieri, che passava di lì per andare chissà dove, fu colpito da un proiettile vagante, di sicuro non diretto a lui.

Nessuno capì mai da chi fu esploso quel colpo. La versione ufficiale parla di un manifestante senza volto. Che fosse qualcuno senza volto, identico a tutti gli altri, è sicuro.

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