In tutto lo spogliatoio

Chi mi ha conosciuto dopo le medie e, soprattutto, dopo la laurea (il completamento della mia tesi un altro po’ e mi avrebbe reso materia di studio, non soggetto che studia), trova difficile capire perché, ma io ho un grosso complesso: il mio peso.

Il fatto è che io sono stato un bambino obeso e, no, non uso il termine a sproposito: considerate che vent’anni e quaranta centimetri fa pesavo, più o meno, quanto peso adesso; aggiungete a questo l’innata cattiveria dei bambini (temprata dai danni fisici che poteva eventualmente causare lo schiacciasassi preso in giro, certo), e capirete perché, da quando sono riuscito finalmente a liberarmi di quelle odiose tre pance che sfoggio in certe foto delle elementari (maledetti i miei genitori che insistevano a farmi le foto in costume da bagno… ma vabbè, si vedeva benissimo anche da vestito) e capirete perché, da quando ho raggiunto un’età a due cifre, non mi avvicino più ad una bilancia se non minacciato con un bastone appuntito.

Dovevo fare la seconda o la terza elementare quando il mio pediatra iniziò a far terrorismo psicologico su mia madre, certo convinto (sbagliando: le colpevoli erano mia nonna e mia zia, che non ringrazierò mai abbastanza) che fosse lei a farmi di nascosto le iniezioni di colesterolo che finivano dritte dritte sul mio giro vita. Oggi, che sono medico, so che lo faceva per il mio bene, a promettere alla Genitrice un futuro di diabete, ipertensione e piaghe da decubito; ma allora lo odiai, per avermi privato dei cornetti ricotta e cacao della madre di mia madre. E per avermi costretto a mettermi in costume da bagno due volte la settimana, di fronte a quegli stessi stronzetti che alludevano al fatto che se nel banco non c’entravo più era colpa della pastasciutta, e non dell’amore. Anche perché già allora doveva essere chiaro a tutti che mancavo di alcune fondamentali strutture anatomiche, per farmi capitare le stesse cose che capitano a Sara in una famosa canzone di Antonello Venditti.

Fu così che, sette- o ottenne di un metro e trenta per sessantacinque chili, mi ritrovai in una piscina gestita da un tipo dal nome poco raccomandabile (davvero. Pensate che suo figlio ha cambiato cognome). Alla prima lezione, mi divertii un mondo. Alla seconda, visto il mio entusiasmo, l’istruttore mi tolse il salvagente, dandomi una tavoletta.

Risultato: andai giù come un sasso. Fine del mio rapporto con acque diverse da quelle che bevevo o con cui mi lavavo… o, almeno, così credevo.

Salto avanti di dieci anni, più o meno negli stessi giorni in cui scoprivo un discusso premio Nobel (forse un po’ prima). Ho più o meno risolto i miei problemi col peso, grazie ad attività fisica auto-imposta ed ad uno sport che ho imparato ad amare ed in cui, pare, sono anche bravino (la pallavolo). Per motivazioni che sono lunghe da spiegare, tediose da ascoltare e soprattutto troppo personali, mi ritrovo, di nuovo, in un costume da bagno che, almeno, mi stava un po’ meglio, a varcare le porte di quella stessa piscina. Mi immergo in acqua, ci sto più o meno dieci secondi, e l’enormità che ho fatto un decennio prima, uscendo da quella vasca e giurando di non rientrarci mai più, mi assale in tutta la sua potenza.

Il rapporto tra me e la vasca, purtroppo, si interrompe con l’inizio dell’università. A lungo, durante quegli anni e quelli in cui ero Neurosurgery Kid, mi ero detto che a fare quattro bracciate dovevo tornarci, che bene come quando facevo avanti e indietro, avanti ed indietro in orizzontale sull’acqua puzzolente di cloro, fissando la striscia nera sul fondo per andar dritto, non mi ci ero mai sentito. Per un motivo (soldi) o per l’altro (tempo), avevo sempre rinunciato. Ora, ho l’una e l’altra cosa: e quindi, da circa cinque giorni, Gaberricci, l’Uomo che Nuota Storto (GUNS, ma non nel senso di pistole) è tornato.

La piscina in cui vado ora è molto diversa da quella dell’uomo col nome poco raccomandabile. Intanto, l’acqua è più pulita. In second’ordine, sono appesi un po’ ovunque dei cartelli che mi informano che “In tutto lo spogliatoio, vige il divieto di nudità”. Non so perché, ma leggere quel cartello mi ha portato, con una serie di collegamenti mentali che non saprei ricostruire perfettamente, a pensare alla pornocrazia.

No, non quella romana dei primi decenni del Decimo Secolo; quella dei giorni nostri, quel trionfo dell’immaginario sessuale che ci pervade al punto da spingerci a vedere messaggi sessuali (subliminali o espliciti) anche dove palesemente non ci sono e non si capisce perché dovrebbero esserci (tipo, una donna nuda in “Bianca e Bernie nella terra dei canguri”) o, peggio, ad inserirli volontariamente dove non si capisce perché dovrebbero esserci (vedi questo articolo di Giovanna Cosenza). Ecco, secondo me quel divieto è frutto della stessa pornocrazia: viviamo talmente circondati da immagini di nudo che cercano in tutti i modi di attrarci, provocarci ed irretirci, da dimenticare che la nudità è la nostra condizione naturale, perché è così che nasciamo e perché, a differenza di molti altri animali, non abbiamo affatto una fitta peluria (da questo fatto prende il titolo un famoso libro di Desmond Morris: La scimmia nuda). Non solo, ma dimentichiamo, pure, che la nudità dovrebbe essere la condizione naturale dell’atleta: nudi gareggiavano gli atleti nell’antica Grecia (dove è nata la cultura dello sport), nude sono molte delle statue che li rappresentano (vedi, ad esempio, il Discobolo di Mirone). Ciò ci porta a considerare un altro punto: le immagini di nudo non sono solo provocanti, ma spesso sono anche belle, di un bello che travalica il desiderio sessuale, senza per questo annullarlo. Si può guardare al David di Michelangelo o alla Venere di Milo senza avere imbarazzanti reazioni fisiologiche; pure, se si incontrasse un uomo o una donna con le loro fattezze, non ci sarebbe nulla di male, a desiderarli.

Qualcuno dirà che i tempi ipersessuali che viviamo sono sempre meglio dei tempi puritani ed ipocritamente verecondi che ci hanno preceduto: ma io dico che una cosa non esclude l’altra e che, anzi, la pornocrazia attuale è solo una forma più astuta e sottile di controllo della forza liberatrice per eccellenza, il sesso. Per secoli e secoli, le religioni ed i governi hanno mantenuto una posizione piuttosto rigida, a proposito della sessualità (su, niente battute, lì in fondo): permettevano le case di piacere perché dovevano, certo, perché altro non dovevano fare, ma tutti i fedeli ed i sudditi sapevano quel che ci si aspettava da loro. Sesso per dare nuovi, scintillanti soldati, pronti da essere fatti a pezzi, alla patria o alle missioni e poi, al limite, qualche sveltina in periodo non fertile e, se proprio l’uomo (e lui solo) sentiva di aver bisogno di qualcosa di più, una visita al bordello.

Tutto iniziò a cambiare ben prima della rivoluzione sessuale degli anni Sessanta del Novecento, e basta conoscere il nome del marchese De Sade per rendersene conto; ma era fin dall’antichità che si sapeva che la liberazione dell’uomo doveva passare dalla liberazione del suo corpo. Purtroppo, era solo questione di tempo, perché se ne rendessero conto anche le istituzioni che, resesi conto di non poter più controllare con l’imposizione la dirompente libertà sessuale che rischiava di travolgere i loro secolari (e ridicoli) divieti, iniziarono a fare piccole concessioni: una tetta qua, un giornalino porno di là, “Colpo grosso” a tarda sera sulle tv commerciali. Il sesso ed il corpo smisero di essere elemento liberatore, com’erano stati nei film della “Trilogia della vita” di Pasolini, ad esempio, ed entrarono a far parte della “sottocultura” più deteriore che il mondo abbia mai conosciuto: l’edonismo piccolo borghese degli anni Ottanta. Che ai movimenti di liberazione sessuale ha fatto più male che gli attivisti per i diritti omosessuali uccisi da questo o quell’omofobo; un tempo, i gay chiedevano con forza che lo stato smettesse di occuparsi delle preferenze sessuali di chicchesia; oggi, si accontentano di essere considerati normali come tutti gli altri, e quindi di potersi sposare. Io sono dell’idea che ognuno deve poter chiedere ciò che ritiene sia meglio che lui e, insomma, sono l’ultima persona che può permettersi di dire ai gay quello che devono fare. Pure, questa situazione, ed il fatto stesso che gli omosessuali stiano ottenendo quello che chiedono, mi lascia un briciolo di tristezza per la grande occasione persa.

Ora, non so se avete capito tutto quello che volevo dire: credo di no, perché non l’ho capito neanch’io. In tutto ciò, due cose sono assolutamente chiare: uno, il nuoto fa bene allo spirito, oltre che al corpo. Nessun altro sport era mai riuscito a farmi scrivere un articolo di quasi millecinquecento parole.

Due: va bene tutto, eh. Ma dire che vige il divieto di nudità in un posto che si chiama spogliatoio, almeno ai miei occhi, è una boiata.

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7 thoughts on “In tutto lo spogliatoio

  1. due cose secondarie (sull’articolo in generale mi trovi d’accordissimo): la prima, anch’io ho recuperato da adulto il rapporto con l’acqua, grazie all’ausilio di una maschera da snorkeling prima ma soprattutto di una canoa poi, che mi ha fatto capire come l’acqua di in fiume, in rapida, non possa essere sfidata – vince, di gran lunga – ma assecondata. ed è merabiglioso. la seconda: la scimmia nuda è un libro stupendo ma di desmond morris (per quanto chi ha un debole per dawkins ne avrebbe voluto lui come autore 😉 )

  2. Negli spogliatoi che frequento, spesso spogliatoi di campi di atletica e calcio di periferia (ma anche quello della palestra del daoyin), le docce non sono singole come nelle piscine di lusso, ma un unico stanzone con 7 o 8 docce tutte affiancate lungo le pareti… Volente o nolente lì o ti lavi in mezzo agli altri frequentatori o, per non farti vedere nudo, torni a casa puzzolente.
    Non sono sicuro ma la mia fantasia mi suggerisce che la tua piscina sia in una di quelle località dove certe ammistrazioni verdoline-azzurrine e bacchettone, oltre alle nudità vietano il velo…

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