De referendo

(che poi, tradotto letteralmente, significhirebbe “A proposito di ciò che dev’essere conseguito”. Vorrà pur dire qualcosa)

Uno dei miei primi ricordi per così dire politici è quello di mio padre e mia madre che, in una domenica che rivedo piuttosto freddina, si studiano su una pagina del Televideo gli otto quesiti referendari sui quali, quella stessa domenica, sarebbero stati chiamati a decidere, insieme ad altri milioni di italiani.

Andando a spanne, e considerando la mia età di allora, il clima di quella domenica, il mistico numero dei quesiti e la storia delle consultazioni referendarie in Italia, questo ricordo dovrebbe essere legato alla giornata del 18 aprile 1993, quando i Radicali chiesero ai nostri compatrioti ad esprimere la loro (vincolante) opinione su: competenze delle USL, detenzione di droghe leggere, finanziamento pubblico ai partiti, nomine per le banche pubbliche, metodo di elezione del senato, abolizione del ministero delle partecipazioni statali, di quello dell’agricoltura e delle foreste e di quello del turismo e dello spettacolo. Avevo quasi quattro anni e, da quel giorno, tante cose sono cambiate e tante altre, invece, sono rimaste uguali: non esistono più le USL e probabilmente nemmeno il televideo ed i Radicali, mentre continuano ad affliggere le nostre esistenze i ministeri sopraddetti (con l’eccezione di quello delle partecipazioni statali), magari con altri nomi, e questo nonostante quei referendum li avessero ampiamente bocciati. Si continua a parlare di finanziamento pubblico ai partiti (male come se ne parlava allora) e di elezione del senato. Ed il referendum, l’unico, vero strumento di democrazia diretta a nostra disposizione, è ancora qui, anche se magari non gode di ottima salute.

Perché, scriveva qualcuno (non ricordo chi: se l’autore di questo pensiero mi legge, che si faccia avanti) nei giorni scorsi, l’ampio utilizzo che dello strumento referendario fecero tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta i Radicali, ha finito per depotenziare l’alto potere simbolico di questa forma di consultazione popolare; il giudizio potrà essere severo, ma è senza dubbio corretto: il record di otto domande poste tutte in una volta al popolo italiano venne infatti superato due anni dopo, nel 1995, con ben dodici quesiti, e quest’occasione rappresenta l’ultima in cui gli italiani sono andati a rispondere superando la fatidica (quanto incomprensibile) soglia del 50%+1 (irresistibile refrain che ha permesso negli anni diverse furbate a personaggi con idee della moralità piuttosto discutibili); coincidenza che io credo non essere una coincidenza. Come credo non essere una coincidenza che una simile disaffezione verso il proprio potere decisionale sia emersa proprio negli anni in cui si diffondeva l’idea che il nostro unico compito, come elettori, fosse di decidere quale fosse il giusto “uomo della provvidenza” a cui affidare il nostro destino. Gli italiani torneranno a farsi vivi alle urne in maggioranza solo in occasione del referendum costituzionale del 25 e 26 giugno del 2006 (quando comunque non serviva) e, poi, in quelli del 12 e 13 giugno del 2011, che riguardavano l’acqua pubblica, il nucleare ed il legittimo impedimento. L’unico, vero referendum che, da quando ho raggiunto l’età della ragione, io possa dire di aver vinto; fino a domenica, almeno.

Perché anche io ho fatto parte dell’ampio fronte del No. Anche se, devo dire, la mia è stata una partecipazione piuttosto silenziosa.

A differenza di chiunque (ed anche di un paio di suoi amici), infatti, nelle scorse settimane (o forse sarebbe meglio dire negli scorsi mesi) credo di non aver speso una singola parola a proposito di questa consultazione. L’ho fatto perché, mi sembrava, il dibattito aveva già raggiunto da tempo il punto di saturazione, ed io (pur gestendo un sito che richiama nel nome la soluzione soprassatura) non avevo nessuna voglia di entrare a far parte del deposito sul fondo del bicchiere. Perché ciò avrebbe significato andare a godere della compagnia, oltre che di persone che stimo (come il mio amico Marco), anche di uomini e donne con cui eviterei di dividere non dico il paese, ma neppure il continente (alcuni di questi uomini e donne, per altro, di questo continente ritengono piuttosto demenzialmente di non essere parte); e perché, pure, mi sembrava che pochissimi di quelli che disquisivano pro o contro la riforma costituzionale disquisissero realmente della riforma costituzionale.

Intendiamoci: hanno ragione i Wu Ming, quando dicono che considerare la vittoria del No al referendum come la vittoria di Grillo e Salvini va bene solo per gli editorialisti di Repubblica, che hanno perso da tempo ogni contatto con la realtà (e che lo hanno fatto, probabilmente, in modo non del tutto disinteressato). Pure, sta di fatto che molti è così che hanno percepito la consultazione, e che molti sono andati a votare convinti che il quesito referendario recitasse, su per giù: volete voi cacciar via Matteo Renzi, dire vaffanculo all’Europa, vivere in un bengodi senza tasse né Equitalia (che comunque era già stata abolita, nota del creatore del finto quesito), vivere sotto il governo illuminato di san Matteo Quellaltro ed aspettare la vita nel mondo che verrà?

Ho sentito con queste mie orecchie lo stesso padre che ventiquattro anni fa avevo visto leggersi attentamente le domande a cui gli stavano chiedendo di rispondere struggersi pensando che il suo voto sarebbe stato lo stesso di Berlusconi; non capendo, per altro, che:

  1. ormai Berlusconi vale quando un due di bastoni mentre si gioca al mercante in fiera;
  2. che, ad ogni modo, il referendum si sarebbe risolto comunque con una vittoria di Berlusconi: perché, oggi, lui è uno dei vincitori della battaglia elettorale (uno dei meno celebrati, per altro) ma, se vivessimo nel mondo parallelo in cui a vincere è stato il sì, domenica sarebbe stata approvata una riforma costituzionale che non si discosta troppo dai punti che tante volte il Cavaliere ha indicato come per lui fondamentali per uno “stato ideale”: governabilità, poteri aumentati del presidente del consiglio dei ministri, senato degli enti territoriali…

Lo stesso, ovviamente, può dirsi anche di Salvini (e forse di Grillo), e senza dubbio ci sarà qualcuno che è andato a votare Sì ben conscio che una sconfitta di Renzi avrebbe contribuito a “lanciare” ulteriormente il leader della Lega Nord e che, tra i due, è meglio scegliersi “il male minore”. Non fosse che, come ricordano sempre i Wu Ming, a furia di iniettarsi di male minore si è finiti per uccidere la sinistra, sdoganare le peggiori destre possibili e, quindi, lanciarle verso il potere (perché un elettore davvero di sinistra non vota un partito che ormai di sinistra non ha più nulla, e perché un elettore di destra non vota un partito di centro, quando può votarne uno di destra).

In tutto ciò, restano due fatti, riguardo il referendum di domenica, che continuano a colpire il mio interesse. Uno è, appunto, che il No ha trionfato anche (non voglio dire soprattutto, anche perché non lo penso) grazie ai voti di coloro che credevano di andare a votare contro qualcuno. Certo, questi risultati dimostranno che il problema della rappresentanza (che l’Italicum finiva di ammazzare) è molto sentito dal popolo italiano, e che non è affatto vero che quando ci sono “altre priorità” a nessuno importa che si faccia una legge elettorale come Dio comanda; ma dimostrano, pure, che il popolo italiano accorre alle urne quando qualcuno gli fa credere che, ad esempio, esista la possibilità di cacciare, in un sol colpo, l’odiato Renzi e l’odiata Europa dalla propria vita, ma non quando si tratta di trivellazioni o fecondazione assistita (e su questo punto ha secondo me equivocato anche il buon Marco, che pure contro le trivelle si era battuto con forza e convinzione).

Il secondo fatto è: come faceva notare ieri mazzetta, non c’era alcun bisogno che Renzi personalizzasse a tal punto il referendum, da essere praticamente costretto a dare le dimissioni nel momento in cui quel referendum lo perde. Perché, dunque, Renzi lo ha fatto? I suoi mezzi, senza dubbio, non gli impedivano di avere un quadro sufficientemente chiaro della situazione da subodorare (quando non prevedere con certezza) il disastro. Può la fiducia nei propri mezzi (o il desiderio smasmodico di imitare Berlusconi) averlo spinto verso questo baratro? Io non credo. Io credo che quanto sia accaduto domenica sia più assimilabile ad un drammatico divorzio.

Renzi ed il popolo italiano sono stati, per qualche anno, coniugi. E se è facile capire perché la seconda delle parti in causa ha accettato una simile condizione (ci era costretta e, come gli eventi di domenica dimostrano, alla prima occasione sarebbe fuggita da questa soffocante relazione), resta complesso capire il perché lo abbia fatto la prima. Per gigantesca ambizione, dirà qualcuno; per tutelare degli interessi di parte e di classe, dirà qualcun altro: spiegazioni valide. Ma, per quanto mi riguarda, incomplete: questo è ciò che spiega perché Renzi abbia intrapreso la relazione; non perché abbia voluto continuarla.

Io credo che, ad un certo punto, Renzi abbia completamente perso di vista il fatto che l’altra metà della coppia stava con lui perché non esisteva, nel breve termine, alcun modo per andare a vivere con un partner più appetibile (sull’appetibilità dei partner alternativi, sono disposto a discutere) e si sia convinto che il popolo italiano stava con lui perché lo amava; si è convinto che gli italiani abbiano preso ad adorare le sue qualità ed addirittura i suoi difetti (se se ne riconosce qualcuno) e che si sarebbe disperato o, peggio, sarebbe morto, se lui lo avesse abbandonato. Eccolo dunque che, del tutto contro i propri interessi, prende a dire (non così esplicitamente, certo, perché non si è completamente bevuto il cervello) che del testo del referendum, nella realtà, conta poco: quel che conta è che gli italiani debbono scegliere tra lui e gli altri.

Ci sarebbe quasi da commuoversi, di fronte ad una tale manifestazione di ingenua cecità, non fosse che, in gioco, non c’era una casa al mare o un servizio di pentole, quanto uno dei nostri diritti basilari: che non è neppure quello di voto, ma quello di scegliere (nell’impossibilità di farlo da noi) da chi vogliamo essere rappresentati.

Sì, lo so che vi avevo promesso la nuova, fiammante puntata de Il peggio del nostro peggio. Ma i lavori procedono a rilento e, insomma, cercherò di essere pronto prima di Natale, apposta per farvi un bel regalino. Siete contenti, confessate.

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7 thoughts on “De referendo

  1. è una delle interpretazioni più lucide che io abbia letto in questi due giorni, che sposo in pieno e che traduce il mio stesso pensiero (riassunto via wa con un’amica con un semplice termine: ubris).
    p.s. con ogni probabilità ero io quello che aveva parlato della questione referendum radicali.

  2. Visto che sono stato chiamato in causa vorrei chiarire il mio equivoco e spiegare perchè ho fatto due post sul referendum.
    Nel primo post segnalavo un libro in cui si potevano leggere le modifiche di legge in modo chiaro, confrontando le due versioni della costituzione: quella originale e quella oggetto di riforma. L’ho chiamato post di testa perchè andava nel merito tecnico e mi ricordava i miei antichi studi di diritto costituzionale…
    Nel secondo post, che ho chiamato post di pancia, ho elencato una serie di istituzioni e personaggi che invitavano a votare “SI” ai quali ho opposto il mio “NO” personale. Lo scopo non era credere di cacciare in un sol colpo Renzi o i “brutti e cattivi” della BCE e delle agenzie di rating: davvero non sono così ingenuo da pensare che Renzi lasci la politica o che l’Europa e J.P. Morgan allentino la presa sull’Italia. Lo scopo, che purtroppo capisco dal commento Gaberricci di non aver raggiunto, era segnalare come tali riforme non erano frutto della mente di Boschi e Renzi ma venivano dettate dall’insieme della finanza internazionale neoliberista che da 30 anni ci assedia e che vede nelle nostre costituzioni “troppo socialiste e democratiche” un ostacolo al liberismo più selvaggio. Pensavo che la cosa si capisse dall’elenco di personaggi che avevo fatto. Vorrà dire che la prossima volta lo scriverò più chiaramente…

    • Devi ammettere però che anche il post di testa era abbastanza partigiano 🙂 (non che ci sia qualcosa di male).

      E comunque, sono obiettivamente d’accordo con le ragioni sottese alla riforma in oggetto ed a tutte quelle del governo Renzi.

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