Stitch my Frankenstein

Forse perché sono stato per alcuni mesi un (aspirante) chirurgo, ieri mi chiedevo se per caso non fosse possibile mettere insieme un “mostro di Frankenstein” che fosse non dico bello, ma quanto meno presentabile; uno di quegli uomini, per capirci, a cui una ragazza potrebbe chiedere di accompagnarla ad un evento mondano, senza per questo doversene poi vergognare con le amiche più maligne. E con amiche maligne intendo quelle, che, se fosse carino, potrebbero passar sopra al fatto che il cavaliere di una loro amica sia composto da pezzi di cadavere ricuciti insieme.

Nel caso ve lo stiate chiedendo, sì: mi capita sovente di farmi domande di questo genere; di solito, questioni altrettanto oziose e vagamente rivoltanti tengono impegnato il mio cervello tra le tre e le quattro ore/die (non c’è bisogno che finiate di fare il 113: non lo fanno mai mentre sto lavorando. Al limite, mentre sono in pausa pranzo). Raramente, comunque, capita che questi parti degeneri della mia psiche mi impegnino per più di qualche secondo; con l’amletico dubbio in questione, invece, è stato diverso, perché, subito dopo essermi chiesto se un collage di cadaveri biondino e con la mascella volitiva avrebbe potuto vivere in un posto più accogliente del Polo, senza per questo dover temere di essere nuovamente ridotto ai pezzi mediante i quali era stato composto, non ho potuto fare a meno di chiedermi pure: ma che poi, sta davvero scritto da qualche parte che la creatura creata dal dottor Viktor Frankenstein fosse così brutta?

A questa domanda non posso rispondere, almeno non letteralmente: perché il classico di Mary Shelley non l’ho mai letto e quindi non so se la madre della creatura abbia da qualche parte effettivamente scritto che esso era “abominevole”, “ributtante”, “orrorifico” (aggiungere termine a caso di moda ai tempi del romanzo gotico), oltre che per la morale, anche per la vista. Quel che so è che la nostra percezione moderna di “mostro di Frankenstein” è grandemente influenzata dai film che dal romanzo vennero tratti negli anni Trenta, esattamente come lo è quella di Sherlock Holmes, che nei racconti di Conan Doyle porta raramente il cappello ridicolo con cui siamo abituati a figurarcelo e non dice mai “Elementare, Watson!” e, se è per questo, è anche un tossicodipendente fatto e finito: cosa, questa, che i film con Basil Rathbone si guardano bene dal mostrare.

Ma non divaghiamo e torniamo a Frankenstein, ed alla sorte ben poco felice che ha arriso alla sua creatura da quando James Whale decise di portarlo sul grande schermo. Sicuro, al Frankenstein cinematografico è andata un po’ meglio che a quello letterario, ed al contrario di questo quello non ha finito per trovare la morte (che per lui, comunque, sarebbe stata una condizione ben poco definitiva) ed ha anzi potuto addirittura sposarsi e, se non sbaglio, mettere su una discreta famigliola di mostri e mostriciattoli vari; pure, a lui non è toccato in sorte il fascino che ha arriso ad altri personaggi nati dai romanzi gotici dell’inizio dell’Ottocento: quando è stata, infatti, l’ultima volta che un romanzo per adolescenti ha scalato le vette delle classifiche raccontando del romantico amore che lega una ragazza nata da uomo e donna ed un ragazzo figlio degli esperimenti di uno scienziato con un’etica professionale un pochettino confusa (se volete sfruttarvi quest’idea, fate pure)? Eppure, coi vampiri è accaduto: ed i vampiri sono cadaveri semoventi tanto quanto lo è il mostro di Frankenstein, ed anzi sono probabilmente anche un po’ peggio perché, per continuare ad essere semoventi, devono succhiare sangue ad altri esseri umani (o comunque, ad altri esseri viventi), non possono uscire di giorno e non possono fingere che apprezzino la vostra aglio e olio, neppure volendo.

E pensare che Boris Karloff, riconosciamolo, era più bello di Bela Lugosi: e allora, perché ci ricordiamo dei personaggi interpretati da entrambi con un brivido di terrore, ma solo quello interpretato dal secondo ha avuto la fortuna di essere poi stato interpretato anche da Gary Oldman che, le lettrici in ascolto lo confermeranno, è decisamente un apprezzabile contributo a questo mondo in generale piuttosto deludente (soprattutto per come si presenta in “Dracula di Bram Stoker” di Francis Ford Coppola)? Penso che c’entri il make up che Whale scelse di applicare sulla faccia di Karloff e, soprattutto, la scelta di rendere vistose le maldestre suture che tenevano insieme il mostro che interpretava.

Il mostro di Frankenstein è disarmonico, quindi innaturale, quindi brutto, perché si vede che esso è il prodotto mal assemblato di parti diverse; se il dottor Frankenstein avesse avuto una maggior perizia come chirurgo, con ogni probabilità, oggi come oggi ricorderemmo Karloff come uno degli uomini più affascinanti dei suoi tempi e, forse (ma non voglio spingere la fantasia troppo in là), Gary Oldman avrebbe interpretato “Frankenstein di Mary Shelley” e non sarebbe mai finito a fare Sirius Black in Harry Potter (cosa che mi avrebbe creato un certo disappunto, lo ammetto).

Curioso che un simile discorso si possa fare anche per tutte le opere d’arte e, in particolare, per le opere letterarie, soprattutto per quelle a noi più vicine temporalmente. Viviamo in un tempo in cui, è stato ripetuto fino alla nausea ma probabilmente con ragione, tutto quello che poteva essere detto è stato già detto ed allo scrittore, in generale, ed al romanziere, in particolare, non resta altro che ripetere quello che altri hanno già detto prima di lui, solo in modo diverso. Magari (e questo è stato uno dei principi cardine del post-modernismo, ed uno di quelli che ha finito per farlo divenire la parodia di se stesso) mettendo insieme cose che altri hanno scritto e che nessuno aveva mai pensato di mettere insieme.

In questo senso, molte opere di Shakespeare non sono altro che (sublime) opera di chirurgia letteraria, esattamente come lo sono le sceneggiature di molti film di Tarantino. Ciò che distingue le opere di questi due grandi artisti da quelle, mediocri, di molti altri è la cura che utilizzano nell’eseguire le suture: Tarantino ha mescolato la crime story con la commedia brillante, e se nonostante la giustapposizione di questi due generi apparentemente tanto diversi “Le iene” resta sempre un capolavoro, è perché ha saputo lavorare di misura così che, per così dire, ci pare perfettamente naturale che nella scena prima Tim Roth e Harvey Keitel stiano parlando del culo di una passante, ed in quella dopo Roth si stia tenendo la pancia per non farsi uscire le budella di fuori. Se, viceversa, “Sharknado” è un’opera che sta alla cinematografia come io sto alla brevità, è perché la sutura tra disaster movie ed opera “man versus animal” rimane aperta e suppura; e, nonostante questo, per tutto il film Anthony Ferrante (regista del film in questione) non fa che mostrarci che eccezionale chirurgo sia.

Analogo discorso potrebbe essere fatto anche per la politica; ed infatti qualcuno l’ha fatto: Wu Ming 1, in particolare, che durante la presentazione del suo (consigliatissimo) “Cent’anni a Nordest” ripeteva spesso (appunto) la metafora della sutura, per indicare come nel Nordest dell’Italia si fossero incontrati e non di rado scontrati popoli, classi, ideologie, tanto che per farli stare insieme senza far crollare tutta l’impalcatura ci sarebbe voluto un chirurgo plastico di eccezionale bravura. L’unico chirurgo che ha transitato da quelle parti, però, era un chirurgo maxillo-facciale, si chiamava Roberto Calderoli e forse ci sapeva fare con le mandibole, ma di sicuro non con tutto il resto: ed ecco che le ferite hanno finito piano piano per aprirsi ed il pus che ci stava sotto per venir fuori e raggrumarsi: se vi state chiedendo come ci siamo ritrovati tra i piedi cose come il Movimento Trieste Libera o tutto il discorso contemporaneo, nazionalista e fascistoide, sulle foibe, la risposta è tutta qui. Resta da vedere se disponiamo di un antibiotico abbastanza forte per debellare l’infezione e poter risuturare il tutto meglio: perché (anche se a molti non piace sentirselo dire) è la sutura, ciò che ha reso grande l’Italia, e segnatamente la sua cultura. L’opera più famosa della nostra letteratura è frutto di una lunga sutura tra tradizioni diverse, e non per caso è stata scritta da uno che era iscritto alla corporazione dei farmacisti: non un chirurgo, insomma, ma comunque uno del ramo. Di sicuro, uno più bravo di Calderoli.

Se ci pensate bene, poi, anche questo stesso articolo che avete letto fin qui, è figlio di una sutura; e spero vivamente di essere stato bravo a farla, più di quanto fossi bravo a ricucire insieme pezzi di pelle. Che è poi uno dei motivi per cui ho deciso di lasciar perdere quell’idea di diventare chirurgo.

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2 thoughts on “Stitch my Frankenstein

  1. l’en-plein delle suture, in realtà, credo l’abbia fatto – forse ancor più di lugosi – il frankestein di peter boyle, quello che mel brooks ha inciso indelebilmente nell’immaginario collettivo – regalandolo per altro a ogni rappresentazione grafica fumettistica possibile ed immaginabile.
    oh, sarai anche logorroico, ma finché hai cosa da dire scrivi pure, eh. le mie pause caffè ti ringraziano. 😉

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