Non mi piacciono le saghe, parte II

Confesso: mi piacerebbe affermare il contrario, ma sono stato un bambino in tutto e per tutto normae; in quanto tale, ho dato ai miei genitori una quantità inenarrabile di problemi e problemini che a ripensarci oggi forse la Genitrice ed il Padre si fanno quattro risate, ma che all’epoca, giovani per come erano giovani, debbono essere loro sembrati degni dei più raffinati dilemmi prodotti dalle più acute menti di tutti i tempi.

A mia discolpa, tuttavia, almeno in una cosa non sono mai stato fonte di ambasce: il cibo.

Come avrete avuto forse modo di intuire da quel che ho raccontato qualche tempo fa, infatti, da bambino ero capace di ingurgitare qualunque cosa mi fosse messa davanti agli occhi e, suppongo, avrei potuto fare lo stesso anche da bendato. Mia nonna ricorda ancora, di tanto in tanto, come prima dell’anno di età già macinassi spaghetti al sugo (prendendoli dal piatto con le mie stesse mani paffute), e penso di essere stato l’unico che avrebbe potuto giocare al gioco “ecco che arriva l’aeroplano!” con un aeroplano vero al posto del cucchiaio, e mi sarei sbafato non solo il carico, ma anche le ali, la carlinga, il carrello e la cabina di pilotaggio con tutti gli strumenti, le lucine colorate e probabilmente pure i piloti.

Dal che, si evince che la Genitrice non si sia mai trovata nella condizione di dirmi quella frase, perché non mi sono mai rifiutato di assaggiare e, quindi, di spazzolare quel che mi metteva nel piatto, che si trattasse di cicoria, di carote, di carne di cavallo o di cavoletti di Bruxelles (mangio ancora tutte le cose citate con un certo gusto); pure, sono convinto che, se i miei gusti fossero stati appena appena più aristocratici, quando avessi scansato rifiutandomi sdegnato anche solo di avvicinare alla mia bocca quell’orrore che mi aveva propinato, non si sarebbe tirata indietro e me l’avrebbe sbattutta sul muso, quella frase.

“Se non lo provi, non puoi sapere se ti piace”.

Intendiamoci, tra i molti aforismi prodotti dalla saggezza popolare ad uso e consumo di genitori con figli problematici (ossia, ad uso e consumo di tutti i genitori), questa è probabilmente una di quelle che contiene la maggior dose di verità, ed io stesso, che pure non sono ancora padre (ma il Padre aveva solo un anno più di me, quando nacqui io), mi sono trovato più volte a ripeterla, a fratelli riottosi, ad amici schizzinosi, a coinquilini che non comprendono la bontà insita in una pasta col gorgonzola o in una salsiccia di fegato. Ma, d’altronde, non mi è capitato di rado di essere il bersaglio, e non l’utilizzatore, della frase in questione; e, in quei casi, a tutte le età, ho risposto come farebbe qualunque bambino normale: “Lo so già che non mi piace”. Forse, crescere significa imparare a venire a patti con le proprie contraddizioni.

Prendete il mio disamore per le saghe, ad esempio. La verità è che io, nella vita, di saghe narrative ne ho sperimentate molto poche, ed alcune, per altro, mi sono anche piaciute parecchio (Harry Potter, Indiana Jones, Ritorno al futuro); pure, sento come una sorta di rifiuto per qualunque prodotto si sviluppi oltre la soglia invalicabile del libro unico (anche da novecento pagine, non importa) o delle tre ore di film, e mi rendo conto, quando vado in libreria, di rimettere giù con velocità sospetta tutti quei titoli la cui copertina riporti un numero ordinale diverso da “Primo in classifica in”(che pure a volte può essere motivo di dubbio). C’entra il mio amore per la narrativa breve, certo, ma non so se questa preferenza sia atavica o sia determinata dall’aver incontrato, nella mia vita di fruitore, ottimi interpreti del genere della short story (come Poe o, massimo esempio, Fredric Brown); ma c’entra anche che, spesso, le saghe si sviluppano in quel punto nefasto in cui convergono artificiosità ed affetto del pubblico. Il quale, sono a volte portato a pensare, è determinato, più che da ogni altra cosa, dal desiderio di vedere quale boiata può essersi inventato l’autore, per garantire ancora un po’ di respiro ad una storia che, invece, sarebbe più sensato lasciar morire dignitosamente (se si può ancora parlare di dignità per “cose” come Il trono di spade).

Date queste premesse (Gesù, settecento parole di premesse e parlo di bellezza della brevità!), direi che non c’è bisogno di dire quali possano essere le mie reazioni, all’uscita del primo trailer del seguito di Blade Runner, film che ho molto amato e che, proabilmente, avrebbe un posto molto in alto in un’ipotetica classifica dei miei dieci film preferiti. Ma, volendo essere del tutto sincero, non posso attribuire la negatività di queste reazioni unicamente ad una mia idiosincrasia; a causarla è anche la tempistica con cui questa pellicola arriva (un seguito a 35 anni dall’originale? Andiamo, stai facendo un altro film) e, soprattutto, la storia che, in linea di principio, vorrebbe andare a “completare”. Blade runner non aveva alcun bisogno di essere completato: e non perché si tratti di un capolavoro.

Io sono dell’idea che le opere narrative possano essere divise in due grandi categorie: quelle che lasciano spazio per un seguito e quelle che non lo lasciano. In entrambe le categorie trovano posto dei capolavori: prendiamo Indiana Jones, per esempio. I predatori dell’Arca perduta è una pietra miliare del genere d’avventura; d’altronde, è anche un film che permette (ed anzi, in un certo senso incoraggia) un seguito. Purché questo seguito, ovviamente, sia bello come Indiana Jones e l’ultima crociata e non inguardabile come Indiana Jones e i teschi di cristallo (che, d’altronde, è un film che non è mai esistito, e quindi, nessun problema).

Le avventure dell’archeologo che non perde mai il cappello paiono essere fatte apposta per uno sviluppo “ad infilzamento” (in cui ad un evento ne fa seguito un altro e quindi un altro e poi un altro ancora…), volto a portare il “livello” della ricerca (che è alla base di ogni buon racconto d’avventura) sempre più in alto, mentre si assiste anche allo sviluppo dei personaggi.

Prendiamo invece Il maestro e Margherita: anch’esso è, obiettivamente, un capolavoro; pure, non si vede come se ne potrebbe dire qualcosa di più, oltre quello che ne ha già scritto Bulgakov. La sua storia è perfetta così com’è, una sola parola in più o in meno la renderebbe fasulla o, peggio ancora, banale; i suoi personaggi sono stati sviluppati fin dove era possibile, e cercare di raccontare ulteriori loro avventure finirebbe per dimostrare che quei personaggi non sono fatti di carne e sangue (o di zolfo e pece), ma di carta ed inchiostro. Che è il peccato più grave in cui può incorrere un narratore, e soprattutto un narratore di opere di lunga durata: perché, diceva Borges in Altre inquisizioni, lo scrittore di racconti deve concentrarsi sulle situazioni, ma quello di romanzi sui personaggi.

Ho letto recentemente (dopo che molti me lo avevano consigliato) L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafòn, e l’ho trovato un buon romanzo. Ma non capisco come lo spagnolo abbia potuto riempire con i personaggi di quel romanzo altri tre libri. Soprattutto, non capisco come abbia fatto a venderli: questo desiderio del lettore di sapere tutto di una storia che gli è piaciuta non lo comprenderò mai. Per me, ciò che c’è di più bello di una storia è che tutto quello che non ti è stato raccontato, puoi figurartelo come vuoi; ed il fiorire delle fanfiction dimostra che non sono l’unico a pensarla così. Perché abbiamo tutto questo bisogno del canone?

Ma comunque: io credo che Blade runner appartenga alla seconda categoria. Per questo motivo, non posso che sposare in pieno le parole con cui il Dottor Manhattan, nell’articolo linkato sopra, ha accolto l’idea di vedere cosa succede dopo la fine delle avventure di Rick Deckard: “è come fissarsi sull’aspetto che doveva avere il controcampo del Cenacolo di Leonardo. Cosa c’era sulla parete opposta? E chi se ne frega”. Deckard ha concluso la sua opera; Rachel, Roy Batty, Pria e tutti gli altri personaggi di quel film, pure. A cosa ci serve, adesso, andare a rivangare quel passato? A cosa ci serve un seguito che, fin dal trailer, risponde ad una delle domande che il suo predecessore aveva lasciato aperte, e gli toglie così una parte del suo fascino (come avrebbe detto Umberto Eco: l’intellettuale non da le risposte, fa le domande)? A nulla.

E sì, lo so che oggi come oggi di Blade runner 2049 non interessa a nessuno, vista la strage di Berlino e tutto ciò che dovrà accadere nei prossimi giorni (che lo sappiamo, cosa segue stragi come quella). Eppure, forse, questo mio articolo parla anche di quello (e spero che questa mia frase non suoni irriguardosa): perché sia l’attentato, sia le (davvero inevitabili?) reazioni che verranno, sono un sequel di quanto abbiamo già visto in luglio.

Un sequel di cui avremmo fatto volentieri a meno.

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7 thoughts on “Non mi piacciono le saghe, parte II

  1. Di stragi e di attentati oggi ne parlano tutti. Ma proprio tutti. Come se ci fosse qualcosa da dire…
    Quindi hai fatto bene a buttarti su qualcosa di diverso e di più “leggerò”.
    Anche a me non piacciono le saghe, ma io non faccio testo visto che non guardo neanche un film se supera le due puntate.
    E andiamo d’accordo anche sul cibo: mangio di tutto e di più. (Mia nonna mi diceva sempre: “meglio regalarti qualcosa, che invitarti a pranzo. Mi costerebbe meno”) 😊

  2. Ti dirò, le saghe non piacciono nemmeno a me, non riesco a stare dietro a questo richiamare continuamente i personaggi per rimetterli al lavoro in svariate situazioni spesso assurde. Inoltre, hai citato uno dei miei libri preferiti, “Il maestro e Margherita”, e meno male che nessuno si sognerà mai di farci una seconda puntata a quel racconto.

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