Evitando le buche più dure

L’uomo, diceva Aristotele, è un animale sociale, e questo è probabilmente uno dei pochi assunti dello Stagirita con cui non si può non essere d’accordo. Allo stesso modo, nessuno potrà negare (anche se probabilmente l’autore dell’Etica Nicomachea non l’ha mai detto) che l’uomo sia un animale viaggiatore (non animale migratore e nemmeno animale turista: viaggiatore), e che queste due peculiarità della nostra specie non possano essere disgiunte.

Non so quale di queste sia la causa e quale l’effetto, ovviamente; forse, gli individui della nostra specie prima si resero conto che ricercavano spasmodicamente il contatto con i propri simili, e solo poi, in conseguenza del piacere che provavano a stare insieme, si misero in viaggio alla ricerca di altri uomini. Chiaramente, non posso portare nessun argomento che provi questa ipotesi, e può anche darsi che le cose siano andate esattamente al contrario, e che prima l’uomo si è reso conto che aspirava a conoscere ciò che c’era oltre quel che il suo occhio poteva vedere, e solo in seguito, per minimizzare i rischi di un’avventura che doveva apparirgli (giustamente) parecchio perigliosa, abbia deciso di coinvolgervi altri uomini. Nel primo caso, significa che la “viandanza” dell’uomo  (su cui hanno scritto cose bellissime i Wu Ming) è una conseguenza dell’amore; nel secondo, della conoscenza. La circostanza in cui la nostra specie fa la figura migliore è quella che sta nel mezzo: come diceva Bertrand Russel, infatti, l’etica preferibile è quella che si basa sull’amore e sulla conoscenza, ed in cui uno tempera l’altro (non mi stancherò mai di ripetere questa frase).

Come ho avuto modo di dire in passato, le vicissitudini della vita mi hanno portato a non poter appagare il desiderio al viaggio che è connaturato a tutti gli uomini; pensate (e cercate di non prendermi troppo in giro per questo) che solo tra dieci giorni, a ventisette anni, prenderò il primo aereo della mia vita. Per come vanno le cose oggi, probabilmente, l’unica cosa che può fare un ragazzo di ventisette anni per la prima volta su un aereo è pilotarlo, me ne rendo conto (e ciò, ovviamente, comprende anche il sesso in alta quota, con tutti i problemi di pressurizzazione annessi e connessi).

Nonostante questo mio evidente limite, posso dire di aver visto ed in un certo senso vissuto parecchi luoghi legati al viaggio ed all’idea del viaggiare. Tra tutti, quelli che amo di più sono le stazioni.

Non posso negare, da uomo che ha vissuto il mondo più attraverso le storie che attraverso le esperienze (sempre che si possa accettare che tra le due cose esista qualche differenza), che grande peso in questo amore ha il notevole incipit di quel certo romanzo, scritto da un autore tedesco di una qualche importanza, che lessi a diciotto anni, e che raccontava di un clown e di un suo numero. Quel numero si intitolava Arrivi e partenze ed era ambientato, appunto, in una stazione. L’incisività di quell’incipit era tale che, alcuni anni dopo, una delle mie prime prove letterarie (di ben misera fattura, chiaramente) ruotava attorno alla sparizione di una stazione.

Anche su queste plaghe, più volte mi sono trovato a condividere con voi idee e paradossi che mi erano venuti in mente dentro delle stazioni; questo pezzo (che ovviamente si intitola Arrivi e partenze), per esempio, l’ho scritto, praticamente parola per parola, dentro la piccola stazione di una città abruzzese non così piccola. Quest’altro, invece, è stato partorito alla stazione di Napoli Centrale, famosa per aver dato il nome ad un esplosivo gruppo musicale italiano; il pezzo in questione denotava, ne convengo, un certo livore. Anzi, no: una certa delusione; quella che può nascere solo sulle macerie di un amore finito, e finito male.

Da qualche tempo, per motivazioni logistiche (lavoro in posti che sono lontani da casa mia: ed una delle caratteristiche del viaggiatore è che ogni tanto deve tornare a casa, giusto?), sono stato costretto a far ricorso, sempre più spesso, ai treni dell’alta velocità (la necessità mi ha portato a venire a patti con la mia coscienza… ma di questo parliamo magari un’altra volta). Ciò mi ha portato a frequentare stazioni in tutto e per tutto diverse da quelle fatiscenti ed intime a cui mi avevano abituato anni di viaggi su treni regionali tanto affascinanti quanto puzzolenti e, alternativamente, stipati o abbandonati da altri viaggiatori di vario genere (pendolari, ambulanti, studenti). Diverse non solo dal punto di vista architettonico (nell’articolo linkato su, riflettevo sul fatto che la nuova sistemazione di Napoli Centrale era talmente avulsa dal contesto in cui era inserita da essermi apparsa aliena), ma anche antropologico.

Mi spiego: ieri ho dovuto attendere un treno per quarantacinque minuti alla stazione di Roma Termini. Datosi che avevo di fronte tre ore e mezza di viaggio, avevo provveduto a portarmi dietro un libro; quando sono arrivato in stazione con così largo anticipo, quindi, mi sono detto: poco male. Adesso mi siedo da qualche parte e, nell’attesa, leggo. Più facile a dirsi che a farsi.

Roma Termini è la stazione principale di Roma, che è la città principale d’Italia; se ne deduce che Roma Termini è la stazione principale d’Italia. Per chi non ne fosse convinto, i dati sono qui, e parlano chiaro: Roma Termini da passaggio, annualmente, a qualcosa come centoventi milioni di passeggeri. Facciamo conto, per ipotesi, che il flusso di passegeri sia egualmente distribuito nel corso dell’anno: fa quattrocentomila passeggeri e rotti al giorno. Ora: io non pretendo certamente che chi si è occupato del restauro di Termini prevedesse quattrocentomila sedie; probabilmente, non ci sarebbe stato posto per i binari. Tuttavia, sarebbe stato lecito attendersi qualcosa di più degli otto posti a sedere in cui mi sono imbattuto, dopo una lunga quanto infruttuosa recherche.

Ma forse sono ingiusto: a Roma Termini (come anche a Napoli Centrale, se è per questo) i posti a sedere non mancano certamente. Basta pagare. La stazione romana pullula di bar, ristoranti ed altri luoghi di ristoro; ad un prezzo lievemente superiore a quello di qualunque altro bar della Capitale, si può usufruire non solo di un caffè e di una brioche, ma anche di un comodo posto a sedere, nell’attesa che il treno ad alta velocità 9879 per Milano Centrale recuperi le due ore di ritardo che ha accumulato a causa dei problemi sulla linea (perché l’importante è mettere un treno sui binari, chissenefrega se i binari non sono, per così dire, all’altezza). Ecco dove sta la diversità antropologica: l’uomo per cui è stata costruita la stazione Termini moderna non è lo stesso uomo per cui è stata costruita la stazione di Civita D’Antino (AQ). Quest’ultima si rivolge ad un uomo viaggiatore; la prima, ad un uomo consumatore o, per meglio dire, ad un uomo economico. Uno di quelli che sono stati convinti (ma ormai lo affermano risoluti, come se fosse un loro pensiero) che bisogna pagare, anche per avere un posto a sedere mentre si aspetta un treno.

Il turbocapitalismo ci ha convinto che i nostri diritti (mangiare, riposare, anche viaggiare e sedersi) sono in realtà privilegi, per cui dobbiamo corrispondere un prezzo. Trovo coerente che la violenza di questa ideologia mi sia stata sbattuta in faccia in una stazione, un posto che una volta amavo; uno dei molti di cui un mondo crudele si sta appropriando.

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14 thoughts on “Evitando le buche più dure

  1. Forse la fai troppo drastica, possibile che non ci sia una degna sala d’attesa alla stazione Termini? La cosa di cui sono più incuriosito è la destinazione del primo aereo che prenderai…

  2. Parto dal fondo: dalle mie parti le stazioncine come immagino dovrebbe essere quella di Civita d’Antino le hanno chiuse quasi tutte… Murate porte e finestre, sono state sostituite da macchinette emettitrici di biglietti e da qualche posto a sedere all’aperto tra i binari. Se ti va di lusso magari nella piazza della stazione forse c’è ancora un vecchio bar…
    A Santa Maria Novella invece sono stati ridicoli: per preservare l’edificio come opera architettonica hanno lasciato le vecchie insegne ma hanno cambiato tutto: così sotto all’insegna della cappella cattolica c’è un Conad, mentre sotto all’insegna del ristorante ci sono Sephora e Feltrinelli (http://firenze.repubblica.it/cronaca/2016/12/30/news/il_restyling_discusso_quando_la_spesa_si_fa_nella_cappella-155145332/)
    Per l’aereo non ti preoccupare: io a 50 anni non ci sono ancora salito perchè mia moglie ha il terrore. Per quanto ho potuto ho compensato con treni, navi e auto… e posso dire di aver girato un bel pezzo di Europa. A 6 anni però sono salito su un caccia militare guidato da mio zio… solo che mio zio era un meccanico e non un pilota, per cui ho scorrazzato avanti e indietro sulla pista dell’aeroporto, senza prendere il volo!

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