Gaberricci ed il mondo che verrà

Cari amici, vi scrivo, avrebbe detto uno dei più intelligenti (e sottovalutati) cantautori italiani, in una canzone dedicata a quei giorni paradossalmente carichi di desiderio di novità che si ripetono sempre uguali a se stessi che sono i giorni che stiamo vivendo anche noi proprio adesso; ed avrebbe poi aggiunto: così mi distraggo un po’.

E, forse, le intenzioni di quel grande musicista e della sua missiva, scritta nel 1979, non divergono eccessivamente dalle mie, che non sono un grande musicista (e nemmeno un grande blogger, se è per questo) e che vi sto scrivendo qui ed ora.

Da quando sono il proprietario (l’autore? Il tenutario? Come si chiama uno che ogni tanto scrive qualcosa su un blog?) di questo spazio, non ho mai scritto un post di buoni propositi per l’anno nuovo; se volete saperlo, anzi, da quando sono nato non ho mai scritto proprio in nessun posto (nemmeno in un’ipotetica lavagna dentro la mia testa) una lista di propositi per il nuovo anno: e non certo perché la mia persona non avrebbe bisogno di qualche miglioria. Oddio, qualche: dire che io ho bisogno di qualche miglioria è come dire che la sera del 14 aprile 1912 il Titanic aveva bisogno di qualche riparazione.

No, il fatto è che io sono convinto che scrivere da qualche parte “Ok, per l’anno che viene ho intenzione di fare le seguenti cose buone” sia, suppergiù, l’equivalente di scrivere “Se verrò eletto, queste sono le cose che prometto di realizzare”. E no, non dico solo nel senso che tutt’e due le cose vengono scritte, il più delle volte, per accaparrare simpatie, complimenti, voti o altri benefit di diverso tipo, ma anche nel senso che non ho mai capito come si facciano a scrivere, l’una e l’altra cosa, prima di sapere cosa succederà nel periodo di tempo per cui si sono scritte. Credete che quando George W. Bush cercava di convincere gli americani ad affidargli le sorti loro e nostre per i successivi quattro anni (impresa improba, che incredibilmente gli riuscì), disse loro qualcosa a proposito di al Qaida? O che Obama, durante la trionfale campagna che l’ha portato alla prima elezione, si sia intrattenuto a discutere di come avrebbe fatto fuori l’ISIS, o risolto la crisi economica mondiale che di lì a qualche anno avrebbe svelato al mondo (sorpresa sorpresa) che il turbocapitalismo non è un sistema economico sostenibile? No, e perché? Perché (a meno di non voler sposare le più estreme tra le teorie del complotto) il più delle volte, durante un anno solare come durante un periodo di presidenza, ci troviamo ad avere a che fare con situazioni che non avremmo mai previsto, quando abbiamo pronunciato i nostri sacri voti a fare questo e quello.

Riuscirete a rispettare quell’impegno ad andare al cinema almeno una volta la settimana, se troverete una ragazza/un ragazzo, cosa che per quanto abbiano cercato di convincervi del contrario non potete programmare? E soprattutto, riuscirete a rispettare quell’altro proposito, che avete scritto più in piccolo? Quello di tentare di osservare dall’alto (ma in posizione orizzontale) qualsiasi cosa del sesso opposto che vi si avvicini e che anche solo paia ancora di essere in grado di respirare e di utilizzare in maniera acconcia i propri organi sessuali? No, naturalmente: ed è per questo che, ad ogni capodanno, io rinuncio a guardare avanti per volgermi, piuttosto, indietro. Per questo, e per tutta una serie di peculiarità caratteriali che non è il caso di stare a sviscerare qui.

Ora: quando è stato eletto Donald Trump (che non mi sembra abbia mai parlato, nel suo viaggio americano dal Maine allo stato di Washington, di quell’invasione aliena che lo costringerà a decisioni impopolari nel 2019), mio fratello mi ha mandato un messaggio che diceva, più o meno, “E con questo, il 2016 si conferma l’anno peggiore della storia”. Mio fratello si riferiva anche a tutta una serie di dispiaceri personali che non citerò in questa sede; pur tuttavia, il suo giudizio mi sembra quanto meno avventato, soprattutto quando ci si ferma a riflettere su quello che potrebbero dire gli antichi romani del 476, gli uomini medievali di uno qualsiasi degli anni tra il 1348 ed il 1353, quando imperversava la peste nera o, se è per questo, gli indiani d’America del 1492. D’altronde, non si può negare che, se ci ripenso a posteriori e se tolgo dal bilancio questo blog, che si è confermato fonte di numeri per me comunque lusinghieri (scrivo, e qualcuno mi legge e commenta senza che io debba supplicare di farlo: per me è già un grosso successo), il 2016 è stato un anno effettivamente povero di soddisfazioni. Faccio solo tre esempi.

Innanzitutto, ci sono stati anche per me svariati casini personali, il più grosso dei quali, ovviamente, è stata la fine (giunta abbastanza presto, il primo di marzo) delle avventure di quel mio alter ego di pixel che era stato Neurosurgery Kid. E sì, lo so: dopo avervi dilaniato i maroni per sei mesi con tutte le disavventure, gli scazzi, le vessazioni che provavo a svolgere quel lavoro che tanto improvvidamente avevo scelto, dovrei piuttosto ricordare il giorno in cui sono andato a dare le dimissioni come un giorno di festa, e di festa grande, per di più. Ma non è così: prima di quel giorno, avevo sempre citato la frase “Bisogna essere molto cauti ad esprimere i desideri, perché qualche volta si avverano”, perché era arguta; dopo quel giorno (e tutti quelli che lo hanno preceduto, che comunque erano almeno per una frazione parte del 2016) la cito perché è vera. Abbandonare Neurosurgery Kid mi ha costretto ad inventarmi una vita che non credevo di dovermi inventare, a stringere rapporti che avrei preferito tenere più laschi, ad aggrapparmi a cose che avrei dovuto lasciar andare, a scendere a patti con la mia coscienza spinto dalla necessità del momento. Non è mai una bella cosa, dover accettare un compromesso con se stessi.

Anche a livello politico, non è che sia stato un anno di soddisfazioni. I fascismi di vario genere (come se ne esistesse più di un genere) continuano a prosperare ed a godere di ottima salute ovunque, in giro per il mondo, e le persone che ho intorno, quando non sono troppo impegnate a gioirne, si limitano ad accogliere questo fatto con rassegnazione e disinteresse: che poi sono le forme di approvazione preferita dal fascismo stesso. La cosa peggiore di questi fascismi è che, “invece de darse na punta da qualche parte e risorversela tra di loro”, continuano a rompere il cazzo in giro per il mondo, travestendosi da Babbi Natale per fare strage dentro un ristorante, pieno di persone che certamente non meritavano di morire per quel peccato veniale che è desiderare festeggiare una festa sopravvalutata come il Capodanno, oppure rivendicando come Nostrum un mare che loro non sentono affatto, che delle cose nostre ci dovremmo occupare, e non lasciare di buon grado che diventino un cimitero a cielo aperto, gonfio di cadaveri che hanno avuto la sola colpa di non essere nati nello stesso posto in cui siamo nati noi.

E, come se non bastasse, anche il campo dell’immaginario ci ha assestato i suoi colpi: tanti artisti che mi avevano in un modo o nell’altro segnato ci hanno lasciato, in questi trecentosessantacinque giorni. Nel 2016 se ne sono andati Dario Fo, David Bowie e Leonard Cohen. Tra tutti coloro che sono, come si dice, passati a miglior vita, mi (s)piace soprattutto ricordare Alan Rickman, lo straordinario interprete del professor Severus Piton nei film di Harry Potter: da sempre appassionato della saga del maghetto con la cicatrice a saetta, quando ho sentito la notizia della sua morte, mi sono sentito come se fosse morto uno di famiglia. Con la sua morte, e con quella dell’autore del mio romanzo preferito, quello che a sedici anni mi fulminò e mi portò a stare dove ora sto scrivendo queste parole, Umberto Eco, in questo 2016 è morta un po’ (un bel po’) della mia infanzia, della mia adolescenza, della mia innocenza.

Eppure, nonostante ciò, non riesco a guardare al 2016 con astio; certo, ci ha dato i suoi dispiaceri: ma quale anno non lo fa? Ho rinunciato a Neurosurgery Kid, ma ciò mi ha portato a vedere Napoli ed i suoi tesori, a lavorare per un mese in un posto bellissimo ed a tornare a godermi Roma nei giorni di un nuovo concorso; i fascismi si affermano, ma non si spegne mai il desiderio di ricacciarli nella fogna da cui sono usciti, e qualche compagno di lotta lo si incontra anche su queste pagine, e ci si parla, ci si confronta, si ride; gli eroi del nostro immaginario muoiono. E quindi? Guardate dietro quanto ci hanno lasciato per non sentirci da soli.

Vogliamo estremizzare? Il 2016 se ne va lasciandoci parecchie ragioni per cui voler morire; ma se ne va lasciandocene pure almeno altrettante per non farlo. Si alza il vento, bisogna vivere.

Nella splendida lettera in cui chiedeva di morire, Piergiorgio Welby scrisse a Giorgio Napolitano queste parole: “Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude”; il gruppo spagnolo dei Mago de Oz, nella loro “Danza del fuego”, la metteva più o meno negli stessi termini: “Quando senti un bambino che ti chiede perché il sole viene e poi va, digli perché nella vita non esiste la luce senza l’oscurità”.

E finalmente, guardo avanti al 2017 e, forse mi sbaglio, ma mi sembra più luminoso di quel che pensavo sarebbe stato, alla fine del 2015. Non è stato perfetto, ha avuto parecchi lati in ombra, ed a nessuno piace l’oscurità, a me meno che a chiunque altro. Eppure, non riesco ad odiarla, questa oscurità che non mi è piaciuta e che continua a non piacermi.

Perché? Perché devi pure averla, un’oscurità da maledire, prima di poter accendere una candela.

Buon anno a tutti.

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16 thoughts on “Gaberricci ed il mondo che verrà

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