Un classico (o, per meglio dire, Il Classico)

E così, alla fine, sono andato in Grecia; giacché c’ero, anzi, sono pure tornato indietro, e con la scusa mi sono visto Bergamo e Triviglio (se si può dire di aver visto due città, dopo averne ammirato le stazioni).

Il mio è stato un viaggio formativo? Ovvio che lo è stato, tutti i viaggi lo sono: anche quelli che portano a Triviglio. Che, ho scoperto mentre aspettavo il treno successivo a quello che ho visto sfilarmi davanti agli occhi per colpa della forza centrifuga (lunga storia che vi racconterò un’altra volta), fa 29000 abitanti, è un importante crocevia stradale e ferroviario ed è la capitale europea dei trattori.

Ma sto divagando, forse è il caso di tornare al punto. In che cosa la mia esplorazione della culla del pensiero occidentale, Atene, la città che vide sfilare sotto i suoi portici Socrate (e Santippe), Platone, Aristotele, Erodoto, Pericle (ed Aspasia), Spesippo e molti altri di cui in questi giorni ho visto i nomi incisi sulle targhette blu che insegnano la toponomastica ateniese all’ignaro viaggiatore, è stata formativa? Che cosa mi ha insegnato, questa gita? Oh, più o meno queste cose qui, in ordine rigorosamente casuale (ma meno casuale di quel che sembri):

  • che volare è una gran figata, e che devo rifarlo quanto prima (tranquilli, non salirò nella cabina del pilota). Ecco, magari scegliendo, la prossima volta, una data più favorevole, per realizzare nuovamente quello che è il sogno della nostra specie dal giorno in cui fetidi pezzi di melma fuoriuscirono dalle acque ed urlarono alle fredde stelle “io sono l’uomo!”: è molto poetico, sapere che le Vibrazioni avevano ragione, quando cantavano “oltre le nubi è più sereno”, ma uno affacciandosi dal finestrino vorrebbe pur vedere qualcosa di diverso, rispetto ad un soffice manto di candide nuvole;
  • che ad Atene (e, mi è stato riferito, anche in tutto il resto del mondo) la lingua che si sente parlare con più frequenza, dopo quella locale e l’inglese, è l’italiano;
  • che aveva ragione il pope di “Mediterraneo”. I PR dei ristoranti mi fermavano dicendo “Ciao, vuoi mangiare?”;
  • che esiste qualcosa che nella sua realizzazione prevede la messa in gioco di più ingredienti della (squisita) parmigiana di melanzane di mia nonna, ed è la moussaka;
  • che è meglio non mangiare a pranzo la medesima, quando si ha intenzione di lanciarsi, al pomeriggio, nell’esplorazione della collina del Licabetto;
  • che questa collina è legata al mito di Erittonio, uno dei primi re di Atene, nato in un modo quanto meno singolare;
  • che ad Atene fa un freddo polare mediamente una settimana ogni otto anni. Inutile dire che tra il 6 gennaio ed oggi ho visto spesso il termometro segnare temperature negative;
  • che non si dice piazza Sintàgma, si dice piazza Sìntagma (e comunque si scrive Syntagma, e dovrebbe significare tipo piazza Unità);
  • che ad Atene ritengono sia meglio far osservare i loro reperti archeologici a debita distanza: non si può entrare in nessun posto, né avvicinarsi eccessivamente a nessuna opera. Questo toglie molto all’esperienza, ne convengo, ma visto quel che hanno combinato inglesi e tedeschi da quelle parti tra Ottocento e Novecento, i greci non hanno tutti i torti;
  • che, e qui incontrerò la contrarietà e financo la riprovazione di molti, l’Acropoli di Atene non è che altro che una ripida collina con la cima piatta, un gran bell’ingresso monumentale e un poco di rovine qui e lì (per altro, non tutte originali); il Partenone, padre e capo di tutti i templi del mondo, non è altro (vedi il punto precedente) che lo scheletro sventrato di quel che doveva essere ai tempi in cui ad assistere alle cerimonie da quelle parti andavano tutti quei signori che ho elencato sopra. Ed allora, sono (siamo) tutti deficienti, quei turisti che affrontano la salita alla collina, per andarsi a fare selfie davanti alla sua facciata? Forse no: perché, come ho detto a chi mi ha accompagnato, “non stiamo vedendo un classico. Stiamo vedendo Il Classico” (scusate se inclino alla frase storica);
  • che, negli anni Settanta, per soffocare una rivolta di studenti, i colonnelli da cui taluni nostri politici (Pino Rauti, per fare un nome) volevano prendere esempio, fecero abbattere da un carrarmato il cancello dell’università in cui i dimostranti si erano barricati, uccidendone molti; il cancello è ancora lì, davanti l’università, e la mia guida (che lo so che mi legge, e che quindi ringrazio), ben sapendo quanto queste cose mi tocchino, ha voluto portarmelo a vedere.

È stato proprio a pochi passi da quel cancello che, ironicamente, ho visto un altro “Il Classico”.

Ad Atene non si respira un bel clima. E, per quanto possa valere il giudizio di uno che ci è stato tre giorni e che ne ha visitato solo i luoghi più “turistici”, non sarà Syriza a migliorarlo; o, almeno, non lo farà nel modo che ci stiamo augurando tutti (d’altronde, ce lo avevano già dimostrato i primi giorni del governo Tsipras). In questo contesto, è logico, fisiologico ed anzi in un certo senso augurabile che qualcuno protesti, che dimostri (a se stesso, prima che a tutti gli altri) che c’è ancora qualcuno che pensa che un mondo diverso è possibile. Questo facevano un gruppo di manifestanti (anarchici, mi è stato detto: ma non importa), l’altra sera, vicino a quel cancello. Non ne ho contati più di una decina: attorno a loro, raggruppati su vari livelli, almeno il triplo di agenti, in tenuta antisommossa; un numero circa pari pattugliava le strade che incrociavano il largo viale che sfila davanti l’università. Le vie erano tutte chiuse al traffico veicolare (ma non a quello pedonale: ed altrimenti, alla scena non  avrei assistito): cosa che quel ragazzo col motorino non sapeva, o ha fatto finta di non sapere.

L’azione è stata fulminea. Il momento prima il ragazzo l’ho visto, il momento dopo è sceso dal motorino e non l’ho visto più, circondato com’era da un numero esagerato di caschi bianchi, scudi di plastica e manganelli. Non so se l’abbiano pestato e rimandato a casa con le ossa rotte. Non ho sentito rumori che me lo abbiano fatto pensare. Spero vivamente di no.

Chi era con me mi ha confidato di avermi trascinato via da lì perché aveva avuto paura: non posso biasimarla né rimproverarla, perché anche io ne ho avuta, e tanta. Non faccio parte di una generazione qualsiasi: l’ho già scritto una volta (non ricordo dove) ma io credo che per quelli che come me sono nati a cavallo tra gli anni Ottanta ed i Novanta uno degli eventi formativi sia stato il G8 di Genova, vissuto (a distanza) quando già eravamo troppo grandi per dimenticarlo ed ancora troppo piccoli per non averne il terrore. Al G8 di Genova, per quattro giorni, nel 2001, è andato in scena il sogno bagnato di quei politici che erano volati in quello stesso posto da cui io sono tornato ieri, che doveva trasformarsi, da culla della democrazia, in esportatore della dittatura sanguinaria dei colonnelli. In Grecia, se scene di arbitrio come quella a cui ho assistito ieri sera sono comuni quanto credo, va in scena adesso, e per ben più di quattro giorni.

Non ho parlato per parecchio tempo, dopo aver visto quei poliziotti far sparire nel loro “abbraccio” quel ragazzo. Da una parte, mi vergognavo, come ogni volta in cui sento che avrei dovuto fare qualcosa (ma cosa? Anche solo restare a guardare per testimoniare? E poi, cosa mi sarebbe successo? Cosa sarebbe successo a chi era con me?); dall’altra, ero incazzato come ogni volta che vedo un’ingiustizia. Incazzato come ogni volta che sento un “se l’era cercata”, “sì, ma chissà lui che aveva fatto”, “capirai, un delinquente in meno su questa terra”. Perché anche da noi, di tanto in tanto, si creano situazioni sospette (sottolineo sospette, perché la verità processuale è ancora in corso di accertamento) che fanno scendere i brividi lungo la schiena, quando si parla di “ordine pubblico”.

Ripeto, la vivo più sul personale di altri; e non solo per il “grande evento” del 2001. Federico Aldrovandi assomigliava tanto ad uno dei migliori amici che abbia mai avuto, che si chiama Federico. Stefano Cucchi è morto, forse, anche per colpa di alcuni medici. Davide Bifolco aveva sedici anni, porca troia, e semplicemente non si è fermato ad un posto di blocco: chiunque dovrebbe prenderla sul personale; e vale lo stesso per Gabriele Sandri (che si chiamava come me), e, non so voi, ma io sono terrorizzato dall’idea che qualcuno, per un sospetto, mi possa sparare da un lato all’altro dell’autostrada. Eppure, com’è possibile che il fatto che ci siano tante morti sospette non ci tocchi tutti? E se ci fosse del vero, in quello che dicono la sorella di Cucchi, la madre di Aldovrandi, i parenti di Bifolco? Ogni bastonata sulla testa di uno che non se lo merita (ed uno che sta protestando non se lo merita: figuriamoci uno che passa per sbaglio) è una bastonata sulla testa di ognuno di noi. Perché ognuno di noi può essere Federico Aldovrandi, una sera che torna a casa dopo aver alzato un po’ il gomito. Può essere Davide Bifolco, che vive a Napoli e non si ferma all’alt perché ha un’altra persona sul motorino (andiamo, chi di noi rispetta tutte le regole del codice della strada?). Ognuno di noi può essere Gabriele Sandri, che forse era stato un po’ esagerato, in passato, e d’accordo, ma nel momento in cui è morto si stava facendo i fatti suoi. E poi chi l’ha detto, che uno merita che la sua dignità, anzi, no, la sua integrità fisica vada rispettata solo quando si fa i cazzi suoi? Non si può sostenere una cosa del genere: non si chiama calma, non si chiama essere brave persone. Si chiama omertà.

Atene è stata deludente? Sì, un po’. Ma un viaggio di scoperta non consiste nel vedere nuovi posti, ma nell’avere nuovi occhi. O nel volgere i propri occhi, magari già vecchi, su cose che non si credeva di vedere, e trovarle drammaticamente uguali, anche tanto lontani da casa propria.

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19 thoughts on “Un classico (o, per meglio dire, Il Classico)

  1. è interessante la prospettiva del g8 come evento formativo. per me ha rappresentato, al contrario, uno spartiacque, un evento che ha “un prima” e “un dopo”, ma credo non ci sia bisogno di spiegare il perché.
    p.s. treviglio, non triviglio (che, per chi abita a est di milano, è appunto un po’ l’equivalente della bologna ferroviaria che unisce nord e centro)

  2. Stupenda la scena del Pope :). Bello questo post, l’ho letto davvero con interesse. Sarei curiosa di rivedere la Grecia oggi, anche se sono sicura che rimarrei toccata quanto te dalla situazione, visto come l’hai descritta.

  3. Concordo, volare è una figata! Anche sul resto, essendo di Genova credo non ci sia quasi neanche bisogno di dirlo. Sai quante volte ho sentito “se la sono cercata”. E lì c’era una persona a me molto cara, per fortuna non coinvolta nella parte peggiore, ma certo non un sovversivo.

  4. Interessante reportage. Devo dire, a tuo merito, che al di là della questione “avrei dovuto fare qualcosa?”, già rendersi conto di una situazione e maturare simili riflessioni non è proprio da tutti.
    Hai nominato una canzone de Le Vibrazioni di un periodo in cui speravo potessero essere un buon gruppo… speranza naufragata!
    Un mio amico al ritorno da un viaggio in Grecia alla mia domanda: “Com’è il Partenone?”, ha risposto laconicamente: ” Du’ pietre!”

    • Non è proprio da tutti, forse, ma tra chi non la matura e chi invece la matura ma non interviene, l’effetto è il medesimo, no? Sta di fatto che comunque il mio intervento avrebbe potuto risolvere ben poco.
      Ma, al di là di buono o cattivo… Le Vibrazioni sono ancora un gruppo?
      Mi duole doverlo ripetere, ma ha purtroppo ragione. E lo dice uno che le ama, le vecchie pietre (vedi tutto quello che ho scritto a proposito di Roma).

      • Ti sei dato da solo la risposta: “Sta di fatto che comunque il mio intervento avrebbe potuto risolvere ben poco”.
        Ehmmm… Vibrazioni? Gruppo? Perchè – a pensarci bene – lo erano?… :)))
        Si, infatti il tuo commento sull’Acropoli non mi ha sconvolto 😉
        P.s. Devo assolutamente leggere quello che hai scritto su Roma, allora!

      • Atticus Finch non sarebbe stato d’accordo…
        Intendo: ma suonano ancora?

        C’è tutta una serie di post che si intitola “A Roma andai, a voi ripensai” dell’agosto 2016 :-).

      • Se ti dico che noi non siamo in un romanzo o in un film… è brutto?
        Che io sappia, no… credo che Sarcina abbia intrapreso la carriera da solista… che gli ha portato pochi punti nelle classifiche musicali e molti in quelli dei talent show targati De Filippi.
        Grazie per il riferimento bibliografico

      • Visitata la Valle dei Templi ad Agtigento? In primavera con il profumo acre dei mandorli in fiore
        Alla faccia delle “du pietre” che cmq solo al pensiero fanno vibrare il cuore altro che la sindrome di Stendhal
        Shera

      • No, ma infatti per me il problema è stato il Partenone, non le due pietre. Paestum, ad esempio, la ricordo con immutato stupore da quindici anni. Ed il tempio di Efesto all’Agorà mi è molto piaciuto. Forse è il solito problema di distanza tra aspettativa e realtà.

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