Su Del peggio del nostro peggio

Un creazionista è uno che quando non sa spiegarsi perché qualcosa è successo da la colpa a Dio. In pratica, se torna a casa prima dal lavoro e trova la moglie al letto nuda e le lenzuola sporche di sperma, pensa che la moglie lo abbia tradito con Dio. E magari è pure contento.

Nell’articolo che precede questo, la puntata di dicembre 2016 di “Del peggio del nostro peggio”, esprimevo le mie perplessità circa la futura prosecuzione di questa rubrica che ci ha accompagnato per tutto il 2016 ed in cui mi sono travestito da stand up comedian e mi sono divertito a commentare (mettendoci almeno la voce, anche se non la faccia) gli eventi capitati nei dolorosi dodici mesi che hanno costituito quell’anno.

Ammenicolidipensiero, mio amico virtuale (virtuale ancora per poco, spero) di vecchia data nonché, evidentemente, appassionato lettore delle facezie che si potevano tirar fuori a proposito del cambio di governo, non ha preso la cosa bene: e questo mi ha sinceramente stupito.

Non mi considero un tipo molto divertente e non credevo che qualcun altro potesse davvero ridere per le cose che scrivo. La sua reazione, dunque, mi ha spinto a riconsiderare tutto quanto avevo “prodotto” negli ultimi dodici mesi ed a chiedermi: dovrei davvero continuare con questa rubrica? E, nel caso, perché sì e perché no?

Comincio col rispondere alla domanda più facile: perché sì?

Be’, intanto perché, per poter avere qualcosa da dire su ciò che è accaduto il mese precedente, necessità preliminare imprescindibile è sapere cosa è accaduto il mese precedente; il che, evidentemente, ha un ricaduta positiva di non secondaria importanza: quella di fare colazione con caffè, biscotti e notizie del giorno precedente. Piluccando i vari siti di informazione che la Rete ha da offrire, spulciando le testate dei principali giornali italiani, interessandosi delle locandine che i giornalai mettono fuori dai loro esercizi e confrontando quali notizie vengono date da chi, come e con quale risalto, si impara a guardare all’informazione con un occhio diverso, e si allena in maniera eccezionale il proprio senso critico. Sto leggendo qualcosa che è vero, o mi sono imbattuto in una bufala? Come faccio a scoprirlo? Chi ha scritto questo articolo ha qualche interesse a darmi una versione distorta dei fatti e, seppure lo ha, siamo sicuri che quell’interesse ha prevalso sulla sua etica professionale (posto che si possa parlare di etica professionale per uno che, nella maggior parte dei casi, è pagato per scrivere centomila parole al giorno quanto io per misurare la pressione ad un singolo paziente)?

Non solo: immaginate che, domani, i No Chiosco delle Bibite a piazza Quindici gennaio (non so neanche che è accaduto, il quindici gennaio) approfittino di una visita del neo-guarito presidente Gentiloni nel loro paese per manifestare al proprio dissenso, e pensate, ad esempio, ai diversi modi in cui “la Repubblica” ed “il manifesto” potrebbero parlare di uno scontro tra i suddetti manifestanti e le forze dell’ordine. Saremo tutti d’accordo, credo, nel dire che la prima tenderebbe o a minimizzare la portata dello scontro, o, viceversa, a parlarne con toni apocalittici, in modo da sottolineare che i manifestanti erano o irrilevanti, o barbari assetati di sangue e di acquasantiere di San Pietro in cui far abbeverare i loro cavalli; il secondo, invece, tenderebbe a fare l’opposto. Questo fa parte del gioco, ed io so almeno dalla quinta elementare che è impossibile parlare di qualcosa, di qualunque cosa, senza far trasparire la propria opinione. Il vero punto è: come fa Repubblica a far apparire i No Chiosco come una banda di terroristi pericolosi quanto insignificanti e, viceversa, come fa il manifesto a presentarli come degli eroi della causa anticapitalista? Come viene impostato il discorso? Quali parole, quali espressioni si usano in un caso e nell’altro?

Per scrivere bene, dice Stephen King, bisogna fare solo due cose: scrivere molto e leggere molto. Da quando ogni mese mi siedo al computer a fare un riassunto di tutto quello che è capitato nel mese precedente con l’intenzione di darlo in pasto a voi (che di sicuro mi ringrazierete per questo, eh), mi sono reso conto che il consiglio è buono, ma parziale: non basta scrivere molto e leggere molto, bisogna scrivere cose diverse e leggere cose diverse. Cose che essere in qualche modo costretti a scrivere un monologo satirico costringe a fare: e questo è un bene perché, nonostante i molti anni di esercizio, direi che sono ancora ben lontano non dico dalla perfezione, ma anche da un risultato comunque apprezzabile.

Il secondo punto per cui vorrei continuare a scrivere Del peggio del nostro peggio è che è tanto impegnativo quanto divertente e stimolante. Far ridere non è facile, e ne sia prova il fatto che le tv sono piene di programmi contenitore per comici falliti, e di comici falliti ne presentano un venti per serata, ciascuno dei quali per non più di cinque minuti: perché sanno che, passato quel breve lasso di tempo, avrebbero consumato quel poco di buono con cui riescono a far ridere. Per contro, sono davvero pochi i comici che possono permettersi di fare spettacoli da due ore, in solitaria, e di far ridere dalla prima all’ultima battuta; personalmente non sono un fan dell’idea di “talento” ma, se davvero questa caratteristica esiste, be’, quei pochi comici sono coloro che ce l’hanno.

Ora: come dicevo su, io non credo affatto di essere una persona divertente; scrivendo questa rubrica, poi, mi sono reso conto di quanto è difficile essere divertenti, per così dire, a comando. Ogni puntata di Del peggio del nostro peggio durava qualcosa come sei minuti, per un totale di una trentina di battute: molto poco, avendo un mese di cose su cui sbizzarrirsi; moltissimo, considerando il vuoto assoluto che avevo in mente ogni volta che mi sedevo davanti al computer e scorrevo la lista su cui avrei dovuto lavorare. Non potete neppure immaginare la soddisfazione che provavo ogni volta che riuscivo a scorgere un collegamento insperato tra due eventi, o a ribaltare in maniera originale un tormentone; la soddisfazione, ed il divertimento. A volte, lo confesso anche se non dovrei, mi sono ritrovato a ridere da solo, per le stesse cose che avevo “inventato”: una prova che, come diceva uno dei miei grandi maestri (Daniele Luttazzi), non è importante l’idea della battuta, ma la tecnica con la quale la si scrive. E questo è un altro motivo per cui vorrei continuare con Del peggio del nostro peggio: perché mi ha permesso di capire molti dei meccanismi che stanno dietro al comico, e di mettermi alla prova con un genere che leggo, osservo ed apprezzo (in qualche caso addirittura scrivendone) almeno da quando avevo quattordici anni. Metà della mia vita; più della metà, se consideriamo solo la mia vita da lettore.

Infine, ci siete voi, ragazzi, che in più di un’occasione avete dimostrato di apprezzare (realmente, devo credere: non sono ancora abbastanza ricco e/o famoso, perché qualcuno rida della mia barzelletta su Lenin e l’amante del papa senza che ce ne sia necessità) le cazzate che scrivo. Ora, lo so che questa che ho scritto sembra una frase da youtuber che sta per lanciarsi nella più improbabile delle challenge, ma il fatto è che (sarà forse la quindicimillesima volta che lo dico), se io ho aperto un blog, è perché credevo di avere qualcosa da dire, e volevo che qualcuno mi ascoltasse; viceversa, come saprà mi segue da un po’, ritengo di non avere particolari capacità e, per questo motivo, tendo sempre a credere di non essere in grado di far nulla, tanto che, a volte, non mi metto neppure alla prova e rinuncio prima ancora di aver iniziato. Per uno che non crede di essere divertente, qualcuno che dica che si è divertito (come faceva clipax sotto un Del peggio del nostro peggio di qualche tempo fa) è immensamente, per quanto egoisticamente, necessario.

Bene, è ora il momento di rispondere alla domanda più difficile: perché no? Uno dei motivi lo trovate in epigrafe a questo post: scrivere una rubrica mensile mi costringe, giocoforza, a restare ancorato agli avvenimenti che in quel mese sono capitati. E questo è un bene, come scrivevo su, e lo resta fino al momento in cui non ti vengono in mente battute come quella, che ti sembrano buone (ma forse ti sbagli) ma che sai che non potrai utilizzare finché qualche politico non si farà sfuggire che secondo lui il creazionismo e l’evoluzionismo dovrebbero avere lo stesso peso nei programmi di scienze naturali. Che è un’affermazione che, in tempi di presidenza Trump, potrebbe anche essere rilasciata domani, per carità: ma questi è uno di quei casi in cui, secondo me, la salute fisica e mentale deve essere preposta ad una bella battuta (o presunta tale).

C’è, in second’ordine, una ragione di ordine tecnico: le battute satiriche non sono fatte per essere lette, sono fatte per essere ascoltate; non solo, dirò di più: sono fatte per essere ascoltate in un contesto live. Ed io so, che col numero molto modesto di visualizzazioni mensili che può vantare il mio blog, non mi capiterà mai di poter calcare un vero palcoscenico, davanti ad un vero pubblico che ha pagato per venirmi a sentire (e questo è un bene, perché presumo che un pubblico pagante sarebbe infinitamente più esigente di un pubblico di amici); per cui, mi sono rassegnato alla triste necessità di accontentarmi di fare satira “in differita”, attraverso la parola registrata. Il problema è che, anche se ci ho scherzato su per tutto un anno, mi sono stancato della mia voce, che ritengo non del tutto adatta al comico (e, più in generale, alla recitazione), e soprattutto della mia voce registrata male, con gli scarsi supporti che può offrirmi la tecnologia al prezzo che sono disposto a spendere per essa.

Infine, c’è un terzo problema, forse il più grave: e cioè, che la satira è un genere in gran parte misconosciuto e malinterpretato e che, nonostante questo, in molti pretendono di praticare. Questo pone me, come i molti che praticano genuinamente (e con più successo) il mio stesso gioco, in una situazione doppiamente imbarazzante: uno, perché devi dividere la categoria di “autore satirico” (boom!) con molti che non hanno capito che satira non significa dire le parolacce ed essere politicamente scorretti, ma dire le parolacce ed essere politicamente scorretti prendendosi una responsabilità e mettendosi dalla parte del più debole (il che significa che non può esistere una satira “neutra”, perché, come insegna Bansky, quando c’è uno scontro e si resta neutrali, si sta favorendo il più forte); due, perché, ogni volta che vai a scrivere una battuta, corri il rischio che essa sia stata già pensata, scritta, diffusa, trasformata in meme, resa un prodotto virale e, in una parola, consumata da quel mondo massimamente consumistico che è Internet, che è un mercato in cui le merci (tra cui sono incluse, ovviamente, anche le persone) diventano vecchie nel giro di minuti. Un tempo, era pensabile che due persone, una in Australia e l’altra in Niger, avessero avuto la stessa idea; oggi corri sempre il rischio di passare per “quello che ha copiato” o, peggio ancora, di non far ridere perché già qualcuno aveva pubblicato parole molto simili alle tue. E sì, lo so che questo cozza con quanto ho detto sopra a proposito di contenuto e tecnica: ma sta di fatto che molti di quelli che ascoltano la battuta, questa differenza non la sanno e, quindi, quando sentono che stai andando apparentemente nella stessa direzione, smettono di prestarti attenzione. Ed è facile farlo, quando basta una semplice scrollata del mouse.

A questo punto, bisognerebbe rispondere alla domanda veramente difficile: quindi, continuerò con Del peggio del nostro peggio? Ma si è fatto tardi, io ho già scritto oltre millenovecento parole, che sono talmente tante che penso rispolvererò il vecchio tag Troppo lungo da rileggere. E poi, fidatevi, la tecnica serve davvero a qualcosa: è l’elemento di base della comicità è la sorpresa.

Ci vediamo a fine mese.

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13 thoughts on “Su Del peggio del nostro peggio

  1. ho letto e ti rispondo con calma, merita una riposta approfondita – o un post.
    la rilessione comunque mi è piaciuta molto e per intanto mi prendo il ruolo di correttore di bozze (che ci vuole sempre): banksy e non bansky 😉
    a presto!

  2. Guai a te se smetti!
    Ti ho scoperto tramite Ammenicoli (che adoro!) e non ti mollo più.
    Quindi continua! Con le rubriche, con i post, con il serio e con il faceto. Insomma, basta che scrivi! 🙂

  3. Io penso che dovresti fidarti degli amici. se ti dicono che apprezzano… dividere la categoria con altri che non si prendono responsabilità? Beh, pazienza, la responsabilità di prendersi la responsabilità è strettamente personale 🙂

  4. dunque, rieccomi.
    volevo fare due considerazioni. in questo tempo io ho letto DPDNP con gusto, ma lo avrei letto anche se non mi avesse fatto ridere. questo lo dico perché la mia lettura non ha mai nemmeno lontanamente avuto l’intento di una “valutazione” della battuta in sè (non ne sarei in grado: l’unico mio metro di giudizio potrebbe essere una risata di pancia, che ho comunque avuto leggendoti), ma trovo interessante – come tu stesso scrivi – il modo in cui a partire da un fatto viene declinata una certa satira (ragion per cui ti preferisco nella forma scritta). «rem tene, verba sequentur» è il senso con cui riassumerei il tuo primo pensiero, è ciò che di base apprezzo è il tuo modo di “possedere” l’informazione. lo sforzo di confrontare più fonti, dubitare, riflettere, non è banale. richiede tempo, e questo è tutt’altro che secondario. ti confesso che più volte hai colmato mie lacune informative, ed è stato piacevole utilizzare il tuoi post come punti di partenza per arrivare a quella determinata informazione. nel tuo caso il motto “o taci, o di’ cose migliori del silenzio” per quanto mi riguarda risponde alla seconda parte, la qual cosa oggi come oggi è tutt’altro che scontata.
    [OT, messaggio promozionale: te l’ho mai detto che avevo scritto (scritto è una parola grossa… curato, meglio) un libro sull’argomento informazione?]
    la seconda: fare satira per un periodo più lungo di 5 minuti, magari anche improvvisata (evitando nel contempo figure di m…, crozza docet), e far divertire richiede non solo è difficile, è qualcosa che rasenta l’unicità (ragion per cui, ad esempio, mi inalbero nei confronti di chi ritiene immeritati i riconoscimenti a fo o di chi ritiene benigni un genio, per dire). cercare, al tempo stesso, l’unicità della satira (gioco di parole…) è qualcosa che forse rappresenta una contraddizione in termini. la satira è necessariamente sovrapensiero e non è escluso che la stessa battuta – ma applicata in contesti e forme diverse – sia in grado ugualmente di soprendere e far ridere (vedi il classico “secondo la questura”, che ripetuto come tormentone diventa noiso ma calato nel momento giusto… – tu ad esempio hai ben più dei 5 lettori che millanti, ma secondo la questura… 😛 ). in questo senso, è facile capire come possa aver tratto vantaggio spinoza.it da una community di utenti che oltre a produrre satira produce feedback. non mi preoccuperei in ogni caso del fatto che qualcuno, prima di te, possa aver detto o scritto la stessa cosa: non fai satira di mestiere, è legittimo credere che non passi la gioranta a scandagliare la rete prima per sapere se qualcuno in niger ha già fatto la medesima battuta, e nessuno credo possa contestare l’eventuale buona fede. è legittimo, per altro, considerare che la satira su un determinato argomento sia in qualche modo limitata, che possano ad esempio non esistere infinite batutte, su ruby, mister B e mubarack.
    infine: io sarò ben contento se prosegue DPDNP, ma so che anche se dovesse andare in soffitta sarà per un’evoluzione – e non è detto che questa non sia ancora più accattivante. siccome in generale sono per le evoluzioni, l’odore di stantìo non mi entusiasma, ben venga qualunque decisione rispetto a DPDNP.

  5. va’ che combinazione, sul discorso fonti. appena ricevuta questa chicca tramite una newsletter:

    WIKIWHERE
    Realizzato da un team di ricercatori universitari tedeschi, questo motore di machine learning analizza le fonti di Wikipedia, mettendo in evidenza la loro provenienza geografica. È sufficiente inserire il link di un articolo e avviare l’analisi per scoprire che anche la famosa Enciclopedia libera non e’ immune dai pregiudizi geopolitici che potrebbero minare l’imparzialita’ del racconto storiografico. Ogni voce, infatti, e’ trattata alla luce di fonti diverse e cambia a seconda della versione nazionale dell’enciclopedia che si sta consultando. Un esempio e’ la guerra Russia-Ucraina in Crimea. Analizzandola si scopre che la voce inglese da’ piu’ peso alle fonti ucraine che non russe; quella tedesca fa il contrario, mentre quella italiana si orienta principalmente su fonti anglosassoni.
    URL: http://wikiwhere.west.uni-koblenz.de/
    Categoria: Politica e societa’

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