Nell’ordine e nella disciplina!

Ho iniziato da poco a leggere “Godel, Escher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante” (da qui in poi, GEB) di Douglas Hofstadter, e mi sta piacendo; talmente tanto che mi sono spinto a definirlo “uno di quei libri che mi aspetterei che uno come ammenicolidipensiero mi consigliasse”. Ma forse lui l’ha fatto prima che io cominciassi a seguire il suo blog, ed io sono ingeneroso.

La bellezza di un’opera artistica (entità quanto mai soggettiva, ne convengo), quale che essa sia, si misura nella vastità delle idee nuove che fa venire in mente a chi la legge/osserva/guarda/ascolta o, per usare un unico termine che ultimamente pare andare parecchio di moda, la fruisce. Ho giudicatco ottimo un concerto dei Dream Theater a cui ho assistito un paio di anni fa con mio fratello (era il suo regalo di compleanno ed io l’ho accompagnato): pure, quella sera, il gruppo di Boston (che comunque apprezzo) non ha suonato neppure una canzone che io già conoscessi. Nonostante ciò, sulla via del ritorno, costruii tutta una complicata mitologia che ruotava intorno ai due diversi significati che, in inglese, può avere l’espressione burning disc, ed ad un modo tutto nuovo di intendere un album di cover, anzi, per meglio dire, un album cover (cioè un album che ripete in tutto e per tutto, a distanza di anni, un disco prodotto da un altro artista: vedi ad esempio Morgan che rifa Non all’amore non al denaro né al cielo di De Andrè). La mitologia continua ad esistere solo nella mia testa (ma forse un giorno, chissà): ma è stato quel concerto a farla nascere.

Nelle poche pagine di GEB che ho già letto, Hofstadter presenta il concetto di “sistema formale”; mi permetto di riassumerlo: un sistema formale è un sistema costituito da alcuni “punti di partenza” (che l’autore chiama assiomi) e da alcune regole che da essi permettono di derivare dei “risultati” (che l’autore chiama teoremi). Diciamo che io voglia formare un sistema formale che utilizzi solo le cifre 1,4,8,9, e che questi numeri possano essere (1) variamente combinati tra loro, e che (2) queste combinazioni possano poi essere sommate o moltiplicate tra di loro: 1,4,8,9 sono gli assiomi; (1) e (2) le regole; 189, 41, 9 (inteso come risultato di 9×1) i teoremi. Spero di essere stato chiaro quanto Hofstadter; se non lo sono stato, la colpa è mia e non sua: posso non averlo spiegato bene, ma il concetto è per me piuttosto chiaro e, anzi, è già divenuto fecondo. Per questo motivo, mi sento di dire che GEB è bello o che, per lo meno, lo sono quelle poche pagine che io ho letto: prima di esso, infatti, non mi era mai passato neppure per l’anticamera del cervello di considerare la politica come un sistema formale.

Però, pensateci: poniamo come assioma che “il mondo è diviso in classi che si combattono tra di loro”, diamo come regola “ogni possibile soluzione deve passare per la lotta di una classe contro l’altra” ed avremo, su per giù, tutti i teoremi del comunismo; viceversa, diamo per assioma che “l’uomo deve perseguire il suo guadagno”, come regola “tutto ciò che deve fare lo stato è rimuovere gli impedimenti che consentano quanto stabilito nell’assioma” e, ad un di presso, giungeremo a tutto ciò che è stato ipotizzato dal liberalismo; dall’assioma “la nostra vita fa schifo”, con la regola “ogni cosa deve essere colpa della politica”, si ricavano parecchi teoremi, la maggior parte dei quali contraddittori tra loro, ma che comunque sono parecchio di moda ai giorni nostri.

Volendo spingere il gioco un po’ più oltre, si può anche arrivare a dire che i concetti di “destra” e “sinistra” possono essere considerati dei sistemi formali; io ritengo, anzi, che essi possano essere ancor meglio inquadrati come “supersistemi formali”, nel senso che in almeno una di questi due supersistemi di livello “maggiore” tutti gli altri sistemi devono rientrare; in altri termini: esistono delle regole e degli assiomi che sono dicotomici, e rispetto ai quali tutte le ideologie politiche devono esprimersi, in uno dei due soli modi ammessi. Se in quei temi scelgono una certa strada, allora sono di destra; altrimenti, di sinistra. Poi, si può anche divergere sulle regole del livello “minore”.

Mi rendo conto che questa enunciazione ricorda un po’ troppo da vicino la teoria dei tipi, che nel suo libro Hofstadter si propone di combattere: ma non è detto che ciò che non va bene per la logica, non vada bene neppure per la politica. Che poi io non ho niente contro la teoria dei tipi, anche perché ne so quanto di arte cinese del quattordicesimo secolo.

Ma torniamo alla destra ed alla sinistra: quali siano gli assiomi e le regole che definiscono questi due supersistemi è un’attività in cui, fin dai tempi in cui le loro denominazioni moderne furono inventate (in conseguenza di una cosuccia che si chiama Rivoluzione francese, magari ne avete sentito parlare) si sono misurati in parecchi: sempre meno di quelli, comunque, che hanno tentato di convincerci, ad ogni piè sospinto, che essi fossero ormai supersistemi desueti, da abbandonare per essere sostituiti da “competenza”, “onestà” e simili, altre fumose entità. Sospetto che questo sia ormai diventato un assioma della destra, ma non ne sono sicuro.

Ad ogni modo, tra le opinioni che io conosco a questo proposito, spuntano quella di Wu Ming, secondo cui assioma proprio della sinistra è “esiste un conflitto tra le classi causato dalla natura stessa della società”, mentre proprio della destra “il conflitto non esisterebbe, se non ci fossero dei ‘sabotatori’ esterni che lo alimentano”; quella di Norberto Bobbio, che sosteneva che obiettivo della sinistra è “la giustizia” (a volte declinata in giustizialismo, mi permetto di aggiungere), mentre quello della destra “la libertà” (spesso declinata in libertinismo, c.s.); ed una terza, probabilmente la mia preferita anche se non ricordo chi sia stato ad elaborarla, che indica nella sinistra quella forza politica che si propone di risolvere i problemi del mondo con “l’inclusione”, mentre nella destra quella che vuole farlo con “l’esclusione”. Penso che sia per questo, che sono di sinistra; e penso pure che sia per questo, se pochi giorni fa Trump, con uno dei suoi primi atti da presidente, ha dato il via alla costruzione della Grande Muraglia Americana (credits del mio coinquilino). Se permettete, vorrei dare i miei due centesimi a questa discussione. Cercherò di essere breve.

Raccontavo in quest’articolo, ormai un anno e cinque mesi fa, di come “un’idea ottocentesca della gerarchia” mi stesse schiacciando sotto il suo peso; con il tempo, ho imparato quell’idea ottocentesca essere professata da una persona che non può essere definita altrimenti, pur senza avere in mano tutti gli assiomi che definiscono quel supersistema, che come uno sfegatato tifoso della destra. Le due cose, ritengo, non possono essere scollegate: ho infatti notato col tempo (anche ultimamente) come caratteristica degli uomini e delle donne di destra sia quelle di considerare l’ordine e la disciplina non già come mezzi per raggiungere un fine, ma come un fine in loro stessi. Per chi appoggia i partiti della destra dell’arco costituzionale, pare, gli ordini vanno eseguiti perché sì o, forse sarebbe meglio dire, perché lo dico io; allo stesso modo, tenere in ordine un mobile o una scrivania non serve a trovare prima le cose, quanto, piuttosto, a costruire un Nuovo Ordine Mondiale (non uso il termine a caso) privo di crimine, sindacalisti ed immigrati, tutti più o meno accomunati da quell’orrenda caratteristica di portare disordine, casino, sporco. Come se ci fosse qualcosa di sbagliato a lamentarsi di ciò che non si trova giusto, oppure se si avesse colpa di non potersi permettere una doccia al giorno.

Ecco, penso che questo sia il secondo motivo per cui io mi definisco di sinistra: non provo nessuna fascinazione né per l’ordine, né per la disciplina. Dall’ordine inteso come organizzazione, si passa in fretta all’ordine come imposizione; e sulla disciplina, la penso più o meno come Totò: la vita è come l’esercito, c’è sempre un fesso a cui devi dire sissignore. E, come se non bastasse, tutte le volte che penso a “nell’ordine e nella disciplina!”, non mi vengono in mente le magnifiche sorti e progressive dell’umanità: no, mi viene in mente quello che succede in questo film di Asterix, dal minuto 3:40 al minuto 4:55.

Vogliamo dire che questo post partecipa ai Venerdì del libro? Ma sì, dai, perché no.

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5 thoughts on “Nell’ordine e nella disciplina!

  1. uh. se non te l’ho mai consigliato faccio ammenda – o forse sei semplicemente tra i fortunati che non ho ammorbato decantando le lodi del libro (a partire dalla copertina) 😉
    (a mia discolpa: lo lessi quando ancora non sapevo cosa fosse un blog).
    per quanto riguarda largomento dx/sin: ho fatto mia una riflessione di rosellina balbi, giornalista di repubblica, anni fa: “Personalmente, sono ancora e sempre del parere che la distinzione da fare sia quella tra l’eguaglianza e il diritto all’eguaglianza. La prima non esiste (per fortuna): ciascuno di noi deve fare la sua corsa e arrivare dove potrà, saprà e vorrà. Altra cosa è la parità delle condizioni di partenza: è questo che la sinistra deve ottenere, così come deve continuare a battersi perché la innegabile diversità tra gli uomini non diventi pretesto per la discriminazione e il sopruso dei forti nei confronti dei deboli.” (ne raccontai qui: https://ammennicolidipensiero.wordpress.com/2013/11/29/vecchie-carte-da-gioco/).
    buon fine settimana

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