Prologo – The festival was over

Uscendo dal cancello del carcere, Jack non volle guardare il cielo; si rifiutò pure di puntare gli occhi verso le scarpe a punta, ormai fuori moda da anni (ma esisteva ancora, una cosa che si chiamava moda?), che si sporcavano finalmente della polvere morta, ma vera, del suolo, e non di quella tanto viva quanto artificiale che le aveva sporcate fino a quel giorno.

Non osservò la cupa presenza dell’enorme Marte, che si divertiva a fare il bullo in quell’estrema periferia della galassia, giganteggiare nel cielo di Fobos, e neppure gettò l’occhio nella direzione di Giove e della cintura degli asteroidi, quel confine di rocce stellari che qualcuno stava cercando di scavare per motivazioni che non comprendeva ma che senza dubbio erano idiote come tutte quelle che avevano spinto a fare tutto ciò che avevano fatto tutti gli uomini, da quando avevano deciso di lasciare quella tana di talpe che era diventata la Terra e di andare a trasformare in una tana di talpe anche Marte ed i suoi due stupidissimi satelliti. Era chiaro: le sue motivazioni rientravano nel conto.

Se l’era promesso, in tutti quegli anni: non avrebbe dato ai secondini che sicuramente lo osservavano da dentro la guardiola la soddisfazione della faccia sorpresa di quello che per anni ha avuto per unico orizzonte le quattro pareti della sua cella, e che all’improvviso si ritrova ad avere a disposizione tutto un pianeta, per quanto rosso e minaccioso; aveva progettato, piuttosto, di regalare a chi quel cancello lo stava varcando in senso opposto quel sorriso ironico che una volta gli avevano assicurato essere tanto affascinante (ma la donna che glielo aveva assicurato lui l’aveva pagata, e quindi il suo giudizio, per quanto… ma lasciamo perdere); non per irriderli, ma per dimostrare loro che si poteva davvero entrare lì dentro ed uscirne, se non proprio uguali, quanto meno interi.

Ma non fece né l’una, né l’altra cosa; e non dovette farsi violenza né in un senso, né nell’altro. Semplicemente, non guardò nient’altro che non fosse quella trincea, che qualcuno si ostinava a chiamare strada, che collegava il carcere di Fobos e la fermata della navetta per Marte; e la guardava, non la vedeva (tanto andava in linea retta, senza svolte né incroci, l’aveva studiata fin troppo bene dalla bocca di lupo che era stata il suo unico contatto col fuori) ed intanto pensava. E sì, gli sarebbe piaciuto poter dire che stava riflettendo su un argomento talmente impalpabile da poter apparire profondo (tipo il futuro), ma la verità era che stava pensando ad un vecchio film. O, per amor di sintesi, ad un film: che, almeno a quanto ne sapeva lui, su Marte l’arte della cinematografia aveva avuto la stessa sorte delle scampagnate all’aria aperta. Con la differenza che queste avevano almeno un motivo per essere scomparse: in un pianeta senza atmosfera, era difficile trovare l’aria aperta, fuori dalle Installazioni Nazionali. Ed anche dentro, a dire il vero…

Mentre rideva, si disse che era un bene essere uscito da solo: uno, perché di compagnia ne aveva avuta abbastanza per altre dieci o quindici vite; e due, perché se quel breve viaggetto se lo fosse dovuto fare con uno che era più giovane di lui (e le probabilità in questo senso erano altissime), avrebbe dovuto innanzitutto spiegargli cos’era un film, quindi perché un film in generale poteva far ridere, e poi più in particolare perché quello lì faceva ridere lui; a quel punto, ci sarebbe stato probabilmente bisogno di tutta una serie di chiarimenti su cosa significassero le parole comico e tragico e, soprattutto, avrebbe dovuto trovare un modo per fargli capire cos’era un profilattico che non lo facesse finire di nuovo dentro.

“Un profilattico, non usato. Uno, usato”. Niente, tutte le volte che ripensava alla scena del Ciccione riccio che usciva dal carcere e passava a ritirare la sua roba, proprio come aveva fatto lui quel giorno, ed al funzionario mingherlino che, tra le altre cose, gli ridava pure quelle due, non riusciva a non fare un sorriso. Non ironico, stavolta: che un orologio rotto ed un paio di pantaloni neri li aveva pure lui, e li portava addosso; ma non gli avevano ridato nessun profilattico. Perché su Marte era vietato produrli, venderli e farne menzione, certo; ma anche perché, da quando ci era sbarcato, non aveva più scopato. E pensare che il sesso ed il cinema erano le due cose che aveva amato di più al mondo, tanto da pensare di farne un mestiere. Col sesso non ci sarebbe mai riuscito, aveva dolorosamente dovuto rendersi conto in fretta, e così aveva dovuto ripiegare sul cinema. Mai su quello pornografico (ecco, almeno la pornografia, che aveva un fiorente mercato clandestino marziano, non avrebbe dovuto spiegargliela, al suo ipotetico compagno): che i piaceri non andrebbero mai mescolati, come sa chiunque abbia provato a fare sesso dopo un pasto abbondante.

Sarebbe stato facile pensare che era stato per quello che aveva imparato mentre faceva quello che tanto gli piaceva, che aveva trascorso gli ultimi diciassette anni su Fobos; ma a lui le cose facili piacevano solo a tratti, e quello era un momento in cui non le gradiva. D’accordo, lavorando per le più scalcagnate (ma erano tutte scalcagnate: d’altronde, erano le ultime) produzioni terrestri, aveva imparato due o tre concetti a proposito dell’elettricità, che aveva poi applicato per finalità diverse dal far sembrare meno rivoltante un attorucolo che si sperava di far diventare un sex symbol; e, se proprio qualcuno glielo avesse chiesto, avrebbe sottolineato che erano stati quei due o tre conetti (e, quindi, il cinema) a fargli mettere da parte abbastanza soldi da pagarsi il trasbordo dal terzo al quarto pianeta del sistema solare; ed in maniera legale, per di più.  Quelli, ed un’interpretazione piuttosto spregiudicata del codice penale (ma tanto era un periodo in cui la gente leggeva poco).

Ma, se era finito in galera, era stato perché aveva avuto la presunzione di pensare che quelle due o tre cose, e la stessa spregiudicatezza, avrebbe potuto applicarle anche sul Pianeta Rosso, il mondo di frontiera, la terra dove non esistono mezze misure eccetera eccetera; e se ci era rimasto sei anni più del previsto, era stato perché non aveva capito subito, come invece chi aveva deciso di incarcerare ulteriormente quelli che avevano finito di scontare una pena offrendo loro un lavoro, che c’è solo una persona più sadica di un criminale che è stato pizzicato: un secondino frustrato.

Nessuna delle due cose aveva a che fare col cinema; e, seppure ce l’avesse avuta, be’: tutto ciò che gli era rimasto (si fa per dire) era quello, ed aveva intenzione di continuare ad amarlo. Ed infatti amava il cinema.

Talmente tanto che, quando vide i due ragazzi che, era ovvio, stavano aspettando lui, disse: “Scommetto che state per farmi un’offerta che non potrò rifiutare”.

1 – continua

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