Tranne che in questo

Grazie ad un’offerta che sarebbe stato imbarazzante rifiutare, sto colmando una mia grave lacuna: domenica ho iniziato a leggere “Le tigri di Mompracem”.

Trovo dannatamente affascinante, nella sua tragicità, la storia personale di Emilio Salgari, tanto che sono andato perfino a vederne la tomba, nel brutto cimitero monumentale di Verona; uomo dai molti desideri, più o meno tutti inappagati, il padre di Sandokan si rifuggiò nella sua fantasia per acquietare in qualche modo quella voglia di mare e d’avventura che aveva portato lui, veneto “di terra”, ad iscriversi all’accademia nautica nella speranza di diventare capitano di lungo corso; forse convinto di avervi trovato una qualche consolazione, tuttavia, Salgari, da questa fantasia, finì per essere strangolato, con l’ironia che solo la sfortuna sa utilizzare.

Era stato tra i primi in assoluto, quanto meno in Italia,  a far ricorso a quello che oggi definiremmo guerrillia marketing: ad esempio, poco prima della pubblicazione de “Le tigri di Mompracem” (il cui titolo originale era “La tigre della Malesia”), fece appendere per tutta Verona manifesti con su scritto, semplicemente, “La tigre sta arrivando”; eppure, nonostante sapesse far uso così bene della pubblicità, fu comunque costretto, dalle circostanze (sua moglie si ammalò, e quando non esiste un sistema sanitario nazionale ciò significa spese), a lasciare che altri si accaparrassero larga parte dei guadagni dei suoi popolarissimi libri. Questi altri pensarono bene di ringraziarlo strangolandolo con contratti capestro, che lo obbligavano a scrivere, col suo nome e come ghost writer, anche tre o quattro romanzi l’anno. Povero, sfruttato e frustrato dalle ironie di chi leggeva con sufficienza i suoi romanzi, non ben cesellati come il suo autore avrebbe voluto perché scritti nella fretta e nella necessità, Salgari terminò la sua vita suicidandosi come un samurai giapponese, tagliandosi la gola e la pancia volgendo il viso al sole che sorgeva: nella sua ultima lettera, indirizzata ai suoi editori, li accusava delle loro responsabilità con lo stesso stile ardente che avrebbe usato per un monologo di Sandokan e, alla fine, li congedava con parole di estremo disprezzo: “vi saluto spezzando la penna”.

Un personaggio romanzesco, nella migliore accezione del termine; un personaggio romanzesco che aveva scritto romanzi, che io non avevo mai letto. Era tempo di rimediare.

Sarà perché conosco abbastanza la sua storia, ma non posso scindere la storia de “Le tigri di Mompracem” dal fatto che l’uomo che l’ha scritto era nato a Verona, una città in cui ogni strada, ogni piazza, ogni edificio, perfino le mura (e non sto scherzando), parlano di quelli che sono, forse, i personaggi di fantasia più famosi di tutti i tempi: Romeo e Giulietta. La storia di Sandokan e di Marianna, la perla di Labuan, e del loro amore tormentato ed impossibile, sembra echeggiare quasi parola per parola quella tra il Montecchi e la Capuleti; d’altronde, mi è venuto subito di pensare, qual è il ruolo di Yanez, se non quello che nella tragedia shakespeariana è attribuito a Mercuzio ed a padre Lorenzo, quello della voce della ragione, di chi sa che forse chi si lascia guidare dalle proprie passioni è più nobile di chi invece cogita a mente fredda su ogni possibilità, ma che ottiene poi qualcosa, e non si ritrova tra le mani solo lo sterile eroismo dell’emotivo? E così via.

D’altronde, è piuttosto facile trovare in quasi tutte le opere narrative che sono state scritte dopo di lui (ed anche in molte che sono state scritte prima di lui), accenni o apparenti citazioni di temi e pensieri di cui Shakespeare ha trattato nelle sue opere. D’altronde, se si scorre il catalogo delle sue opere, e ci si tirano in mezzo anche i sonetti, Shakespeare sembra aver trattato davvero di tutto; e non solo ha trattato di tutto, ma ha scritto quasi tutte le sue opere con una tale maestria che qualunque uomo, volendo, può trovare una frase che sembra uscita dalla sua penna, solo scritta meglio. In un testo che, se non vado errato, era contenuto nella raccolta “Altre inquisizioni”, Borges citava la frase seguente, di cui purtroppo non ricordo la paternità: “Shakespeare assomiglia a tutti gli uomini, tranne che in questo: che assomiglia a tutti gli uomini”.

È, probabilmente, solo per la coincidenza temporale tra la lettura di Salgari e quella, contemporanea, di “Godel, Escher, Bach: un’eterna ghirlanda brillante” di Douglas Hofstadter (di cui ho parlato qui), ma non posso scindere questa singolare capacità di Shakespeare dal tema di fondo di quel libro: quello del messaggio e dell’intelligenza necessaria per coglierlo. Mi spiego meglio: Hofstadter dedica una buona parte del suo libro a spiegare come i messaggi, cioè i significati ulteriori che infondiamo in ciò che creiamo, necessitino di un’intelligenza per essere colti; così, per esempio, guardando il codice di Hamurrabi ci rendiamo conto che esso significa qualcos’altro, oltre ad una serie di linee e triangoli incisi in una lastra di pietra: questo ci consente di tentare di dare un senso a quelle forme e, alla fine, di decodificare la scrittura cuneiforme (riscoprendo, nel mentre, uno dei codici legislativi più antichi della storia). Penso che si celi in questo, la grandezza di Shakespeare: nell’essere riuscito ad infondere in ogni parola che ha scritto un significato, nell’aver celato in ogni riga un messaggio che almeno un uomo può decodificare e fare propria; nell’essere riuscito, cioè, nella mirabile impresa di stimolare l’intelligenza di ogni uomo. Non saprei dare una definizione migliore di genio.

C’è, però, un passo ulteriore che Hofstadter fa, e che è fonte per me di un brivido che forse dovrei chiamare fantascientifico: e cioè, riflette Hofstadter, se noi troviamo in quella stele un messaggio, e siamo poi in grado di tradurlo, è perché, in generale, tutti i nostri cervelli lavorano nello stesso modo e, in particolare, lo fanno quello di chi la stele l’ha scolpita e quello di chi la interpreta. Se definiamo però l’intelligenza come la capacità di cogliere significato, allora stiamo dando una definizione che o è “antropocentrica” (ossia, che considera intelligenti solo quelle “cose” che colgono messaggi costruiti dall’uomo), o comprende anche intelligenze altre, che non colgono i messaggi che noi cogliamo, ma ne colgono altri per noi oscuri. Hofstadter pensa, visto che il suo testo parla di questo, all’intelligenza artificiale; d’altronde, io penso alle tartarughe, che “colgono” il campo magnetico terrestre che noi non avremmo mai neppure scoperto, se non avessimo inventato la bussola (ma qui siamo più nel campo del sensorio che dell’intelligenza, e quindi forse il mio esempio è improprio).

Ad ogni modo: come la vedreste, se Shakespeare avesse voluto inviare con le sue opere messaggi che nessuno di noi ha mai colto e, a causa della nostra configurazione biologica (e quindi neurale) non potrà mai cogliere? In una raccolta di racconti, tempo fa, lessi un what if (anche qui, purtroppo, non ricordo né il titolo, né l’autore) che partiva da questa semplicissima domanda: e se Shakespeare si fosse trasferito tra gli indiani d’America? La storia, piuttosto godibile, si basava sulle iniziali difficoltà, incontrate da un drammaturgo, nel far comprendere ad un popolo che non ha mai avuto una tradizione teatrale cosa significa drammaturgia. Alla fine di quel racconto, Shakespeare riusciva parzialmente nel suo intento: ma ci riusciva perché lui e gli indiani sono comunque uomini. E se questa premessa fosse sbagliata?

Shakespeare assomigliava a tutti gli uomini, dicevamo: e, a ben vedere, questo suo mimetismo fa di lui un outsider, un diverso, un alieno rispetto alla razza umana. Se può esserlo stato, alieno, in senso lato, non potrebbe esserlo stato, pure, in senso proprio? L’E.T. di Spielberg usava il giocattolo di un suo amico terrestre, per inviare segnali all’astronave che l’aveva smarrito; Men in black ci parla di grandi artisti (Elvis, per esempio) che non sono morti, ma “tornati al loro pianeta”. Non potrebbe essere così anche per Shakespeare? Nascoste tra le pieghe dell’Amleto, che abbiamo trovato indimenticabile per un puro scherzo del destino (lo stesso che fece morire Salgari povero, dopo aver inventato tecniche che oggi rendono ricchi molti), non potrebbe forse esserci una richiesta d’aiuto, o il manuale di istruzioni per costruire un’astronave?

Sia chiaro, questa è una mia proposta semiseria: se vogliamo, sto facendo un po’ come Peter Kolosimo, che faceva finta di scrivere “trattatistica” ufologica per riavvicinare l’uomo ad un senso di meraviglia verso il mondo che stava perdendo (non so se ci sto riuscendo bene quanto Kolosimo, però). E poi, diciamoci la verità: Shakespeare potrebbe essere stato anche solo un mezzo; magari la sua capacità di colpire tutti è sì straordinaria, ma ancora totalmente umana, ed è stata furbescamente sfruttata da qualcuno per far avere ad un messaggio che volevano trasmettere, chissà a chi, la massima risonanza possibile. Perché non pensare agli attori, dunque? O magari, perché no, ai tipografi che stamparono il First Folio, la prima opera omnia del Bardo: e se noi ci fossimo sempre concentrati sui punti sbagliati, di quel testo?

Esiste una tecnica che si chiama steganografia, che consente di nascondere in un testo un messaggio, senza che un eventuale intercettatore possa rendersene conto: diciamo che voi vogliate comunicare ad un vostro amante/complice/interlocutore l’ora a cui dovete incontrarvi per i vostri fini; gli inviate un messaggio, apparentemente innocuo (che so, una ricetta di cucina) cosicché, anche se qualcuno sta spiando la vostra corrispondenza, non può capire che, magari, l’ora dell’incontro si può ricavare contando i punti presenti nella pagina che avete inviato, ed i minuti, invece, contando le virgole. Per capirci: laddove un messaggio crittografato rivela che c’è un segreto, ma rende difficile capire quale, un messaggio steganografato cela anche la stessa esistenza del segreto.

E se fosse così anche per l’Otello e Sogno di una notte di mezza estate? Se invece di concentrarci sulle parole di Puck, dovessimo invece andare a guardare il carattere tipografico che fu scelto per stamparle? Quanta informazione si può nascondere dentro una grazia tipografica? E la spaziatura tra le varie righe, può volerci dire qualcosa? E ancora, giacché se ne è parlato: che senso ha inserire punti, virgole, parentesi, addirittura trattini, in un testo che è destinato alla stampa? Chi deve leggerli, quei testi? E soprattutto: quante cose, che noi non possiamo vedere, si possono celare in un testo?

Le mie, ovviamente, sono solo domande ipotetiche e, anzi, come ho scritto più su, fantascientifiche. Spero, comunque, che apprezzerete la ricetta che ho voluto consigliarvi in questa nuova puntata di “Piatti per gente che lavora“, e che il signor WordPress (come lo chiama la mia amica Simona, in arte pagsy), che certo non è mosso da secondi fini, ve l’abbia fatta arrivare esattamente come l’ho scritta io.

Advertisements

6 thoughts on “Tranne che in questo

  1. l’ho letto talmente da piccolo che, se lo rileggessi ora, sarebbe come farlo per la prima volta. non lo metto tra i futuri programmi perché ho già un lista discretamente corposa; in compenso, dato che avevo dimenticato le vicende personali di salgari, questo è stato un utile promemoria. sempre in compenso, leggerei volentieri il what if su shakespeare (che immagino essere molto più breve), se tu lo ritrovassi.

  2. E’ molto bello questo post, sarà che Shakespeare e Salgari, per quanto diversi, sono entrambi amori di gioventù (il primo è rimasto, ma anche il secondo ha un posto riservato nel mio cuore). Mi piacciono molto le osservazioni sul messaggio, su quello che può significare coglierlo o non coglierlo, su quanto chi “assomiglia a tutti gli uomini” sia proprio per questo un outsider, diverso da ogni altro… mi suscita una serie di domande che neanche riesco a districare adesso, ma è un groviglio affascinante 🙂

  3. Il mio mi piace e in parte sulla parola perché ho visto la lunghezza dell’articolo…
    Ho scoperto Salgari e tutti i suoi libri che occupavano un ripiano delle librerie di mio nonno che quando tutti facevano spallucce lo riteneva uno degli scrittori tra i più interessanti e ancora lo è tutto oggi.

    Passerò con calma e per il momento ti lascio il mio buongiorno.

    Sherabientot

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s