Realtà e statistica

Sabato scorso sono andato a trovare mio fratello. non so dire perché (è sempre così, quando parlo con lui) ma ad un certo punto ci siamo ritrovati a discutere di Ducktales e della Saga di Paperon de’ Paperoni di Don Rosa. Consiglio visione degli episodi del primo e lettura del secondo a tutti (e anzi consiglio pure l’ascolto del disco che Tuomas Holopainen dei Nightwish ha dedicato all’opera di Rosa), purché poi non mi diventiate dei fanatici come buona parte di quelli che hanno letto la Saga e credono che sia l’unica cosa Disney che sia mai stata prodotta.

L’impressione di mio fratello era che il fumetto ed il cartone animato si assomigliassero parecchio; gli ho risposto, sfoggiando fiero le mie conoscenze su uno dei pochi argomenti, il fumetto Disney, su cui posso vantare una cultura enciclopedica (bella forza, l’ho letto a cadenza settimanale per quasi dieci anni), che aveva avuto l’impressione giusta, dal momento che tutt’e due prendono ispirazione dalla stessa fonte: e cioè, dalle storie scritte da Carl Barks.

Barks, soprannominato l’uomo dei paperi, è l’inventore di buona parte della Paperopoli che tutti conosciamo (perché la conosciamo tutti, non negate), abitanti compresi: basti dire che è l’inventore dello stesso zio Paperone, oltre che di molti personaggi “minori”. Per questo motivo, gode di ottima fama tra tutti i fan di Paperino e compagnia starnazzante; lo stesso Rosa, in un’occasione, ebbe a dire che lo considera il più grande scrittore del Novecento.

Ora, l’autore italo-americano certamente esagera, ma non c’è dubbio che, a livello di influenza, l’opera di Barks sia stata capitale, e bene fanno coloro che lo considerano il più importante autore Disney di tutti i tempi, nonché uno dei più bravi (e lo dice uno che non ne apprezza molto lo stile); certamente, il più bravo in lingua inglese: ma qui, vincere la partita è abbastanza semplice. Negli Stati Uniti, infatti, si è persa da tempo la tradizione del grande fumetto disneyano, tanto è vero che la Saga (che, ripeto, è un’opera che in quanto a trasformazione da lettore in adepto va seconda solo alla Bibbia ed al Corano) le sue prime edizioni non le ebbe in patria, ma nei paesi scandinavi.

Qualcuno, forse, potrebbe chiedersi il motivo di questa triste decadenza; mio fratello se lo chiedeva. Gli ho detto che, per parte mia, credo che da un lato ci sia la volontà della casa madre, che ormai da tempo non considera più la settima arte un mercato abbastanza redditizio da investirci dei soldi, e dall’altro (ma questo può essere forse una conseguenza del primo punto) la carenza di bravi autori che si dedichino alla difficile opera di trasformare quello che nasce come fumetto infantile in fumetto popolare, o, se vogliamo usare un termine ancora migliore, trasversale: quel fumetto, per intenderci, che in linea di principio nasce per un pubblico in età scolare, ma che poi in definitiva leggono tutti, perché riesce a coniugare leggerezza e profondità, avventura e significato. L’opera di transizione riuscì a Barks; e riuscì anche ad alcuni autori di altri paesi, non ultimo l’Italia, che può vantare anzi quella che è probabilmente la migliore scuola di fumetto Disney al mondo.

Tale transizione si nota, ad esempio, nel diverso ruolo che ha Pippo nelle storie italiane (soprattutto in quelle più recenti) rispetto a quello che gli ritagliano gli autori di altri paesi: altrove (ed anche nelle storie più “antiche” di alcuni grandi maestri italiani del passato, come ad esempio Guido Martina), Pippo è soltanto l’insopportabile spalla comica di Topolino, strampalato quando non francamente stupido, ed ha l’unico compito di far risaltare per contrasto la genialità ed il raziocinio del suo compagno d’avventure; in Italia, Pippo è invece un personaggio decisamente più interessante, tanto che a volte, quando ne leggi le battute, non puoi fare a meno di chiederti: ma sta dicendo una stupidaggine, o piuttosto sta aprendo la porta su delle possibilità che non avevo mai considerato? Questo cane che parla è semplicemente un disadattato, oppure il profeta di un mondo che non sappiamo ancora vedere? Ci sta divertendo, ci sta irritando, o piuttosto ci sta salvando?

Quest’immagine di Pippo, salvatore nella sua stralunatezza (quest’immagine di Pippo trickster, se vogliamo), emerge soprattutto nelle (bellissime) storie che gli hanno dedicato Giorgio Pezzin e Massimo De Vita. Nella saga della Spada di Ghiaccio (scritta dal solo De Vita), ad esempio, gli abitanti di un mondo “parallelo”, costruito secondo le classiche regole del fantasy, si rivolgono proprio allo spilungone dalle lunghe orecchie, per essere tratti in salvo dal cattivone che minaccia la loro serenità; e lo stesso fanno gli alieni protagonisti del ciclo dei Signori della galassia, ciclo nominalmente dedicato a Topolino ma in cui è Pippo a ricoprire il ruolo del Maestro. Curioso, questo articolo si è ritorto a formare uno Strano Anello: proprio durante il sabato che ho passato con mio fratello, infatti, ho acquistato il volume che raccoglie tutte le storie del ciclo. Chi lo ha curato, devo dire, ha fatto un lavoro non eccelso, e molti sono gli errori, a vario livello; ma non è di questo che mi preme parlare in questa sede, quanto piuttosto di un ulteriore Strano Anello, della cui esistenza mi sono appena reso conto.

Non entreremmo infatti mai nella storia dei Signori della Galassia, se Topolino e Pippo non fossero gli unici a credere alle (apparentemente) deliranti parole che un uomo, che tutti credono folle, utilizza per spiegare come abbia potuto perdere il controllo della sua auto e finire in fondo ad un lago; ecco lo Strano Anello: una narrazione su un personaggio che vive un’altra realtà prende avvio dalle parole di un altro personaggio che, all’improvviso, in una realtà altra (forse diversa da quella che vive Pippo) ci si trova catapultato. E che, in conseguenza di ciò, deve subire lo stigma che da sempre portano quelli che sperimentano realtà diverse: quello della pazzia.

Quando studiavo psichiatria, una delle cose che più mi inquietava della più inquietante delle malattie della mente, la schizofrenia, era il delirio, che caratterizza questa patologia, fosse un pensiero tanto potente, tanto pervasivo, tanto reale, pur nella sua irrazionalià, da non essere criticabile. Uno schizofrenico (e chiunque sia stato vittima di un delirio) trova semplicemente prive di senso le parole di chi cerca di convincerlo che lui non è il papa, che i vicini non hanno tentato di ucciderlo o che è ancora vivo e che il suo corpo non si sta lentamente decomponendo (sì, esiste anche questo tipo di delirio): come fa questo qui, si domanda lo schizofrenico, a non vedere che questa è la realtà? E certe volte (e di qui l’inquietudine) mi chiedevo: ma noi, come facciamo ad essere sicuri che non sia lui ad aver ragione? Solo in virtù del fatto che chi non crede alla sua interpretazione del reale sia in maggioranza numerica? Allora una società di pazzi potrebbe imporre la camicia di forza a chi dice che il mondo non è fatto di palline di formaggio, ma di atomi?

La letteratura, ed un racconto di Edgar Allan Poe in particolare, mi spingerebbero a dire che la risposta a questa domanda è sì; ma è più onesto dire che io la risposta non la conosco, e certamente non voglio percorrere quella pericolosa china che porta all’affermazione secondo la quale tutte le opinioni siano in parte vere. D’altronde, non posso neppure dimenticare che il mezzo più potente che abbiamo per descrivere quello che chiamiamo il reale (e cioè la scienza) non dimentica che la realtà non è unica e monolitica, ma è piuttosto una per ciascuno che la osserva: stando così le cose, per dare una definizione del mondo, non possiamo che fare la media tra tutte le nostre opinioni, tutte le nostre interpretazioni e, perché no, tutti i nostri delirii.

La realtà è ciò che emerge da questa operazione statistica, tra ciò che vede Richard Dawkins quando guarda un neonato e ciò che invece vede Pippo (o uno che crede fermamente di essere Pippo) quando guarda lo stesso neonato; e, che quella sia proprio la realtà, ce lo dice il fatto che, a furia di fare statistiche, su quella realtà possiamo fare previsioni che si avverano, se non sempre, in una buona percentuale dei casi. Una percentuale talmente buona, anzi, che possiamo anche evitare di preoccuparci del fatto che quella cosa misteriosa che abbiamo voluto chiamare (forse per colpa di qualcuno che vedeva l’universo in un modo un po’ troppo impersonale) Verità, in realtà non esista.

Qualcuno è dell’idea che il mondo là fuori non esista, e che noi, come in Matrix, non siamo altro che cervelli collegati ad un mondo virtuale costruito apposta per farci credere che, invece, qualcosa ci sia, e questo pensiero lo fa stare in ambasce; io, invece, mi chiedo: quand’anche fosse così, a noi cosa importa? Alla luce delle nostre conoscenze, l’una o l’altra cosa non ci cambia la vita. Lo stesso, credo, si può dire del fatto che non potremo mai giungere ad un modello perfetto del mondo che abbiamo davanti agli occhi: quel che abbiamo ora, ci permette di dire che domani il sole sorgerà, e per di più anche di affermare, più o meno, a che ora; e ci permette di dire, pure, che sembra la realtà più probabile che il signore del letto 62 non sia il papa, quanto piuttosto uno sfortunato individuo con un mescolamento non proprio corretto dei neurotrasmettitori.

Alla fine, credo di aver parlato in questo articolo di un po’ troppe cose, e, per di più, di aver anche sbagliato il titolo: che non doveva essere Realtà e statistica quanto piuttosto Realtà è statistica.

Ok, lo ammetto: ho scritto tutto questo solo per poter fare questo gioco di parole. E ne valeva la pena, anche se sono andato a tanto così dall’infilarmi nel pericoloso ginepraio che è nato intorno alla post-verità.

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