Indice terapeutico

Ricordo che quando diedi l’esame di farmacologia, che non è l’esame più difficile che ho sostenuto, mi chiesero quale fosse l’indice terapeutico del paracetamolo. Che, viceversa, è probabilmente la domanda più difficile che mi abbiano fatto, in quei sei anni in cui hanno tentato di insegnare alla mia riottosa persona, se non proprio a far del bene, quanto meno a non fare del male.

L’indice terapeutico infatti è un numero, e, c’è poco da fare, un numero o lo sai o non lo sai. D’accordo: alle brutte, puoi provare ad inventartelo; ma siccome i numeri sono infiniti, la tua probabilità di prenderci è uno su infinito: cioè, tende a zero. Ed infatti, io non ci presi, e la professoressa che mi stava interrogando fu costretta a dirmi (suo malgrado, ne sono sicuro) che la risposta giusta era quattro, forse anche meno. E questa, secondo me, è una cosa interessante anche oggi, anche se è passato qualche anno e trovo molto improbabile che qualcuno possa trovarsi di nuovo a farmi la stessa domanda.

L’indice terapeutico (abbreviato in IT), infatti, è una misura della sicurezza di un farmaco; per la precisione, si tratta del rapporto tra la dose che è capace di provocare un effetto tossico nel 50% di chi lo assume (TD50), e la dose che, invece, produce un’efficacia clinica, sempre nella stessa popolazione (ED50). Più è bassa la dose tossica, o alta quella efficace, più il farmaco è pericoloso da utilizzare (è il caso, ad esempio, del warfarin, un anticoagulante, o della digossina, un antiaritmico); viceversa nel caso opposto.

Ora, prima della facoltà di medicina, io ho frequentato il liceo classico; è una scelta di cui non mi pento, ma non posso certo dire di aver amato la materia lo caratterizza: il greco antico, che ho trovato una lingua troppo gonfia di eccezioni e spesso inutilmente complessa. Molti sostengono che tale grado di complicazione sia un’inevitabile conseguenza del fatto che questa lingua si fosse sviluppata proprio per esprimere concetti arzigogolati. Non sono d’accordo con questa affermazione a vari livelli, e prima di tutto perché secondo me confonde causa ed effetto; pure devo ammettere che, in almeno un caso, la lingua che fu di Senofonte e Platone mostra una modernità che mi stupisce ancor oggi: questo caso è quello della parola farmacon, che significa sia farmaco, sia, viceversa, veleno. Mi permetto un piccolo commento: trovo l’indice terapeutico piuttosto affascinante. Forse perché nasce dall’incontro tra la profondità del ragionamento teoretico e la concretezza del pensiero matematico; tra lo spirito latino e quello anglosassone, se vogliamo cedere ad un facile luogo comune.

Ma comunque: l’indice terapeutico del paracetamolo, ce lo conferma una fonte autorevole come un docente universitario, è quattro; in altri termini, ciò significa che la dose in grado di provocare un effetto avverso è appena quattro volte la dose necessaria a far sì che il paracetamolo faccia effetto. Verità matematica tanto incontrovertibile, quanto di scarso interesse nella vita di tutti i giorni, dirà qualcuno; qualcuno che evidentemente ignora che paracetamolo è il nome scientifico di uno dei farmaci più consumati al mondo, e che viene venduto in qualunque farmacia degna di questo nome, e senza ricetta medica, sotto varie denominazioni commerciali, la più famosa delle quali è sicuramente Tachipirina.

Ora, facciamo due conti della serva: la Tachipirina viene prodotta in varie posologie, ma passati i dodici anni si assume, di solito, nella forma di compresse da un grammo; usualmente, questa dose porta a degli effetti benefici (scomparsa della febbre e del dolore) nella maggioranza dei pazienti: assumiamo, tuttavia, che il cinquanta per cento delle persone che mandano giù una compressa non ne abbiano nessun beneficio e, sia pur approssimando per difetto, diciamo che la ED50 sia di un grammo. Se moltiplichiamo questo valore per quattro (e forse anche per un po’ di meno), otteniamo la TD50: quattro grammi. Che, poi, è la dose che le autorità di controllo statunitense consigliano di non eccedere nell’arco di una giornata; le autorità italiane, più caute, fissano questo limite ad un valore ancora più basso (tre grammi). Quindi, sì: quattro compresse di Tachipirina (probabilmente anche meno) in una giornata possono provocare effetti avversi; e non effetti avversi tipo capogiri e cefalea, eh, no: il paracetamolo ha una tossicità epatica che, a dosi più alte, può essere anche letale.

Ed ecco la “cosa interessante” cui accennavo un cinquecento parole fa: che un farmaco potenzialmente mortale, e che comunque può presentare effetti collaterali anche se si eccede di poco la dose “giusta”, sia tanto consumato; ancor più interessante è anzi considerare che il paracetamolo, per una serie di motivi, è uno dei farmaci più spesso somministrati nei bambini (a dosi più basse che negli adulti, va sottolineato con onestà).

Quanti genitori apprensivi hanno riempito i propri pargoli di paracetamolo non appena il termometro ha superato i 38 gradi? Quanti si sono preoccupati che la pillola magica potesse avere qualche altro effetto, oltre a far tornare la temperatura del proprio pupillo al di sotto di quella soglia oltre la quale vengono promessi delirio, epilessia, meningite, sindrome di Steven Johnson, pianto e stridore di denti? E quanti di loro… ok, ok, forse sto calcando un po’ troppo la mano. Non vorrei avere sensi di colpa sulla coscienza. Cambiamo argomento, allora, e torniamo un attimo al mio esame di farmacologia, se permettete.

Perché c’è un altro particolare curioso che vorrei discutere con voi: ed è che quella non fu l’unica domanda che mi fu fatta, quel giorno; in particolare, un professore mi chiese di dirgli tutto ciò che sapevo sul tetraidrocannabinolo (THC), il principio attivo della marijuana. Risposi (con più sicurezza che sull’indice terapeutico del paracetamolo) dicendo a che recettori si lega, citando il fatto che nel nostro encefalo esistono recettori specifici per quella sostanza, sottolineando che un overdose di THC è praticamente impossibile, ricordando che si tratta di uno stupefacente che non da nessun grado di dipendenza fisica e che ben di rado si rende colpevole di morti per così dire “indirette”, come invece fa la sostanza d’abuso più consumata al mondo: l’alcol etilico. Che rallenta i riflessi quanto una canna, ma in più offre pure una pericolosa sensazione di onnipotenza. Tutte affermazioni che rifarei anche oggi, e che allora il professore parve apprezzare.

Non esiste al mondo azione più bieca che dare addosso a due genitori che hanno perso un figlio in circostanze tragiche; e, badate bene, è dare addosso anche citare a sproposito la parola “eroe”, cercando di salvare una legge a tutti gli effetti fallimentare, e che porta il proprio nome. Ho molti difetti, ma non sono un mostro; e poi, so che i genitori cercano sempre di fare del proprio meglio. L’ho visto fare ai miei, e gliene sono grato; cercherò di farlo anche io, un giorno.

Non so come si sarebbe comportata mia madre, se si fosse resa conto che avevo con me un po’ di erba da fumare; e non so neppure come mi comporterei io, se scoprissi lo stesso di un mio futuro figlio. Forse anche io chiamerei la Guardia di Finanza, come ha fatto la madre del sedicenne di Lavagna che, dopo essere stato perquisito e trovato in possesso di dieci grammi di marijuana, si è buttato giù dal balcone. Ma, se con quelle che sono comunque delle vittime di questo dramma non ce la si deve prendere, non lo stesso si può dire della società che ha prodotto quel colossale equivoco che è la sua vera causa. Perché no, questa non è una tragedia della droga: questa è una tragedia dell’incomunicabilità, del moralismo e dell’ignoranza. Dell’ignoranza (o della malafede) di chi ancora considera la marijuana una droga peggiore dell’alcol.

Di chi ancora considera che non ci sia nessun bisogno di insegnare alle persone (ed ai genitori segnatamente) ad usare bene i farmaci (e cioè, a non ingozzare il bambino di Tachipirina appena il termometro segna più di trentasette, ed a non dargli farmaci omeopatici se ha una polmonite) e, contemporaneamente, ritiene che sia corretto che un consumatore occasionale di marijuana sia trattato come un boss di “Gomorra”.

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11 thoughts on “Indice terapeutico

  1. alla madre in questione bisognerebbe provare a prescrivere una visita psichiatrica e con i farmaci bisognerebbe non scherzare. di tanto in tanto i ” bugiardini “andrebbero letti, giusto per spaventarsi e non eccedere nell’assunzione di veleni.

  2. Assolutamente d’accordo, e non ti so dire quanto mi inquieta notare nei miei alunni tanta confusione sull’argomento, rafforzata per giunta dagli interventi a scuola della polizia o dagli appositi percorsi. Cerco di scansarli il più possibile… ma certo non oso intervenire di persona perché come fa un insegnante di Lettere a parlare in modo scientifico di droghe? E mai un cane (letteralmente) che venga a parlarci delle pasticche da discoteca…

    • In effetti hai ragione. Quando andavo agli incontri sulla droga a scuola era un profluvio di parole sulla marijuana (e sull’alcol, bisogna ammetterlo) piuttosto che sull’ecstasy o, per dire, sulla polvere d’angelo. Evidentemente, erano convinti che noi giovani fossimo “traviati” dalla “propaganda” sulle “droghe leggere”.

      Se non fossi lontana mi offrirei volontario :-).

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