Su Masterchef, conversazione (spero) con Paolo Zardi

Un paio di giorni fa, Paolo Zardi di Grafemi ha dedicato un articolo (questo) a Masterchef. Come molti (praticamente tutti) gli articoli che scrive, anche questo ha catturato il mio interesse; alcune delle cose che Paolo diceva le ho condivise, altre no: mi sono però reso conto che, a volerle riassumere, le une e le altre, in un commento, ne sarebbe venuto fuori uno che sarebbe stato più lungo dell’articolo stesso, il che è contrario alle consuetudini (cit.). Ho quindi fatto di necessità (argh, è una settimana che non scrivo niente!) virtù (ma sai che forse…), e quindi eccomi qui.

Nel suo articolo, Paolo traccia una sorta di racconto del “percorso di avvicinamento” che lo ha portato a diventare spettatore accanito del reality di Sky, che è probabilmente (lo dico per quelle tre o quattro persone che non lo conoscessero) il programma culinario italiano più longevo di sempre (se si esclude La prova del cuoco, ovviamente, che in barba alle mode, agli scazzi ed ai cambi di dirigenza RAI continua indefesso ad andare in onda da diciassette anni).

La storia parte, ovviamente, con i due protagonisti che non si conoscono, non si parlano e comunque a stento si sopportano; Paolo afferma di aver fatto parte di quell’ampia fascia di pubblico che ha guardato e guarda a Masterchef con snobbismo e “legittimo sospetto”; d’altronde, qualunque intellettuale (e qualunque persona voglia atteggiarsi ad intellettuale) è obbligato da una sorta di riflesso condizionato a parlar male di qualunque reality show gli venga proposto, da quando il Grande Fratello ha invaso i nostri schermi, giusto qualche mese prima della Prova del cuoco. Ritengo questo un atteggiamento che ognuno dovrebbe abbandonare, ma di cui nessuno dovrebbe sentirsi in colpa; se qualcuno di voi ha pensato, come Paolo, che fosse giusto criticare Masterchef perché

si parla di cibo (argomento abbastanza volgare in un mondo in cui c’è gente che muore di fame), i giudici si comportano come il sergente di Full Metal Jacket, i concorrenti si affannano sulle pignatte come se fosse questione di vita e di morte, è un reality (quindi è male per definizione), non è culturale, Cracco si atteggia da rockstar

non se ne faccia un cruccio, poiché ricordo, piuttosto chiaramente, di aver letto parecchi critici televisivi, anche blasonati, fare al programma le stesse, identiche rimostranze. Probabilmente, senza averlo visto, senza averlo visto fino in fondo, o avendolo visto fino in fondo, ma senza essere stati totalmente onesti. Innanzitutto con se stessi.

Penso infatti che compito di un critico non dovrebbe essere quello di dirci se una cosa è bella oppure brutta, quanto piuttosto di dirci se una cosa è ben fatta oppure no; che poi, era anche l’opinione di un certo tizio irlandese di nome Oscar Wilde, e di una pletora di suoi colleghi (tra i quali mi piace ricordare Edgar Allan Poe). Ed una cosa (e su questo sono in massimo accordo con Paolo) è certa: Masterchef è fatto bene. Dannatamente bene. Lo so, perché ne ho seguito un paio di stagioni come spettatore “collaterale” (mio fratello ne è un grande appassionato… e le sue capacità culinarie ne hanno positivamente risentito, devo dire).

Analizziamo Masterchef come congegno narrativo: i suoi personaggi funzionano, sono realistici (e non è così scontato, in un reality show), tra di loro tutti diversi ma sempre tutti riconoscibili; la storia in cui sono inseriti dosa bene i momenti di azione, di emozione e di thrilling (e ciò non è sempre vero per le edizioni di altri paesi: quella australiana, ad esempio, è un melenso polpettone, più soporifero di Via col vento); non mancano mai i colpi di scena e non c’è mai un errore nella gestione del ritmo se non, a mio modesto parere, da quando è stato introdotto Antonino Canavacciuolo, che come capacità recitativa è al di sotto di Cracco e Barbieri (Bastianich è una macchietta comica, lo sa benissimo e lo sfrutta furbescamente). Aggiungiamo poi che l’intero impianto è costruito attorno ad un argomento su cui pensiamo di sapere tutto, e di cui ci vengono invece fatti scoprire, puntata dopo puntata, misteri e sorprese: il cibo.

Tutto questo può essere pacificamente ammesso; ma, d’altro canto, io posso anche pacificamente ammettere che La terra desolata è uno dei testi di poesia più belli del Novecento (il più bello, probabilmente) e che il suo autore, Thomas Stearn Elliot, è uno dei più grandi letterati mai vissuti: questo non mi porterà tuttavia ad essere d’accordo con i messaggi che La terra desolata veicola, e con quelli che Elliot difese per tutta la sua vita.

Ecco, questo è lo stesso tipo di problema che ho con Masterchef e che, nonostante la sua quasi perfezione tecnica, non riesce a farmelo piacere ad un livello personale.

Iniziamo da un assunto su cui, credo, saremo tutti d’accordo: il cibo non è un lusso, è un diritto. Ricordo sempre (l’ho fatto anche un paio di volte su questo sito) il mio professore di diritto del liceo che spiegava che, tra tutti i diritti, quello alla salute è il più importante, perché, se questo non viene garantito, gli altri neppure possono esserlo; mangiar bene rientra, senza dubbio, nei requisiti fondamentali per stare bene: tuttavia, si sta oggi diffondendo, un po’ in tutto il mondo, l’ideologia secondo la quale è giusto che il cibo di qualità sia a disposizione soltanto delle classi economicamente privilegiate. Di quest’ideologia, Masterchef ed i suoi conduttori si fanno propagandisti sfegatati: ricordo distintamente di aver sentito Carlo Cracco dire, durante un’intervista, che non gli interessa che “la gente normale” non possa permettersi i cibi che serve nei suoi ristoranti perché “la gente normale” ha altri problemi. Proprio qui ti sbagli, caro Carlo: perché uno dei problemi della “gente normale” è che muore sempre più spesso di patologie legate al cibo, e ne muore perché si sta facendo una politica classista sul cibo (ne ho parlato anche qui).

Certo, non posso (e non voglio) aspettarmi che un programma culturale faccia simili giuochi per uomini di dottrina (cit.); pure, credo non sia questo l’unico punto in cui Masterchef si pone come un deciso difensore dell’esistente. La competitività spiccata ed a tratti esasperata dei protagonisti, ad esempio, ben si accorda a tanti discorsi che si ascoltano quotidianamente e che incontrano la viva approvazione ad ogni livello (dalle conferenze stampa dei presidenti del consiglio agli aggiornamenti degli status su Facebook) a proposito di “successo”, “riuscita”, “gestione delle risorse” e simili. Lo abbiamo capito: viviamo in un mondo che ha accettato il darwinismo, ma solo il darwinismo sbagliato, quello sociale. Negli anni Trenta del secolo scorso, Bertolt Brecht scriveva in una delle sue poesie più toccanti: “come posso mangiare e bere, se ciò che mangio lo sottraggo a chi ha fame ed il mio bicchiere d’acqua manca a chi ha sete?”, e poi aggiungeva, dolorosamente: “Eppure, mangio e bevo”. Oggi, non sembriamo più capaci non solo di esprimere, ma anche solo di provare il dolore o almeno l’imbarazzo che deriva nel sapere che il nostro benessere è costruito a spese di altri uomini; anzi, affermiamo con orgoglio che è giusto che tra gli uomini esista una gerarchia, che alcuni debbano venire prima di altri. Ponendoci, ovviamente, sempre nei primi posti della graduatoria.

Anche qui: non mi aspetto certamente che sia Masterchef, a far tornare agli uomini un po’ di empatia; a ben vedere, anzi, è un compito che non tocca neppure all’arte, ormai incapace di dare agli uomini messaggi che possano portare nella loro mente per più di un quarto d’ora. Tuttavia, sarebbe bello vedere che almeno ci si prova, che in un programma che, come ricorda (ancora una volta giustamente) Paolo, è in buona parte finzione, la condivisione e l’empatia possono ancora trionfare sulla concorrenza, e che, non dico ci si fermi ad aiutarlo, ma quantomeno non si gioisca se ad un avversario casca di mano la pentola, mentre la porta dai giudici per ricevere (in silenzio, al limite ringraziando mitemente alla fine) il loro giudizio e, soprattutto, una lunga serie di insulti più o meno creativi.

Ecco, questo è un altro degli aspetti del programma che me lo rende indigeribile: il fatto che i giudici debbano sempre umiliare i concorrenti. Comprendo le motivazioni che spingono gli autori a raccomandare a Barbieri, Cracco, Bastianich e Canavacciuolo di tenere questo atteggiamento: lo diceva già Dostoevskij nel Giocatore, che agli uomini piace vedere gli altri uomini umiliati (probabilmente anche in conseguenza di quanto dicevamo su); e, in ambito televisivo, grazie a quel meccanismo esoterico che va sotto il nome di share, ciò che piace agli uomini si trasforma automaticamente in ricche commissioni pubblicitarie. Ciò che non riesco a comprendere è come questo possa essere spiegato all’interno della logica dello show: hai davanti dei cuochi che, per quanto molto dotati, sono pur sempre degli amatori e che, oltre che per competere, lo ripetono tutti, sono lì per imparare. Dal mio punto di vista, non ha senso coprirli di improperi all’inizio, quando ancora hai potuto insegnare loro molto poco; e, d’altro canto, non ha senso farlo neppure alla fine: perché, se non hanno imparato, allora la colpa è tua. Ho avuto una lunga serie di insegnanti che affermavano convintamente che mettere un quattro ad uno studente era mettere un quattro anzitutto a se stessi, che non erano stati capaci di trasmettere quel che dovevano a quello studente; in altre parole, che erano stati cattivi insegnanti. Ogni volta che Cracco fa volare una braciola, ogni volta che Bastianich cestina un risotto, ogni volta che Barbieri sputa un raviolo, sta in realtà dicendo: sarò un bravo chef, ma come insegnante non valgo una fava.

Ad ogni modo, a quest’ultimo difetto si può guardare con sufficiente clemenza: ho frequentato abbastanza gli ospedali, e soprattutto quelli universitari (quelli che come fine dovrebbero avere la formazione), da considerare le più violente delle sfuriate di Bastianich niente più che un’innocua boutade, una graffiante battuta da salotto. E, con tutto il rispetto per le professioni altrui, negli ospedali si insegna qualcosa che, forse, è lievemente più importante, che imparare a cucinare per bene delle capesante.

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33 thoughts on “Su Masterchef, conversazione (spero) con Paolo Zardi

  1. Sono pienamente d’accordo. Senza dire che far volare una braciola, sputare un raviolo e cestinare un risotto sono azioni più che deprecabili. Maggiormente in periodo in cui la gente passa in rassegna i rifiuti del mercato per mettere insieme la cena. Berenice

  2. Non avrei saputo dirlo meglio, soprattutto la parte sull’umiliazione, Ho due figli che seguono appassionatamente Masterchef, e non sono tipo da proibire o censurare, ogni tanto cerco di rimanere con loro (facendo violenza al mio lato snobistico, devo dire, molta, molta violenza) proprio per cercare di far passare per quanto possibile il messaggio che non è “necessario” e tantomeno “giusto” che la scelta sia tra essere umiliati o umiliare. La società non aiuta, ma ci si prova.

  3. Eppure, leggendo l’articolo su Grafemi, mi trovo ampiamente d’accordo anche con quello… solo, ecco, va bene l’umiltà, va bene anche il merito (ultimamente la parola mi fa venire l’orticaria, ma questo penso sia dovuto al modo in cui viene troppo spesso usata), va benissimo dare dignità a una professione (ma i grandi chef stellati sono sempre stati delle rockstar, mi pare, tutti gli altri che si fanno il mazzo… così così, diciamo), ma non l’umiliazione, e per quello che ho visto (anche se appunto, un po’ a sprazzi) non ho visto un grande rispetto per chi si mette in gioco. Fermo restando che chi partecipa al programma sa benissimo a cosa va incontro, ovviamente, ma è il modello di rapporto tra le persone che viene presentato a chi guarda, che a me piace poco…

  4. Bello, quessto post! 🙂
    Se Masterchef fosse un programma perfetto, anche dal punto di vista morale, o addirittura etico, se insegnasse l’eguaglianza sul cibo e il rispetto per le persone, il problema non si porrebbe nemmeno: tutti sarebbero d’accordo nell’elogiare questo programma, come accadeva con il “Portobello” di Enzo Tortora quasi quarant’anni fa, e come è successo, di recente, al Sanremo di Carlo Conti. Nessuno avrebbe avuto niente da ridire.
    Masterchef non è politicamente corretto. Da poco, credo una stagione o due, è stata introdotta la “dog bag”, che obbliga i concorrenti a recuperare il cibo non cucinato, e mangiarselo in separata sede. Può essere visto come un gesto intelligente, oppure, più verosimilmente, come una furbata per tenere buoni i critici più moralisti. Secondo me è bene che ci sia, ma non cambia la sostanza della cosa.
    Il punto, però, per me è diverso – diverso il problema. Nel mondo esistono ristoranti il cui coperto costa mille euro. Dalle mie parti c’è un posto che ha ricevuto tre stelle Michelin: il menù “piccola degustazione”, servito a pranzo, costa più di duecento euro. Esistono anche macchine da un milione di dollari, scarpe da diecimila, orologi da duecenomila, e via dicendo. I ricchi, ahimè, esistono da sempre. Come i poveri, d’altra parte. “La prova del cuoco” si rivolge a un pubblico casalingo, domestico: le uova in camicia, la pasta alla amatriciana, il sugo per le polpette. Masterchef racconta un’altra storia. Al di là delle trattorie e delle pizzerie, ci sono ristoranti dove si mangia bene. Poiché la qualità costa, non sono per tutti. Se questo è un problema, dobbiamo capire come cambiare la nostra società in senso più ugualitario. Entri nel ristorante Cracco? Versa 1000 euro per le cucine popolari. Oppure aboliamo la proprietà privata – un’iniziativa che sarei ben disposto a sostenere, per inciso. Partirei piuttosto da là. Indiginarsi per Masterchef e continuare a comprare scarpe prodotte da bambini vietnamiti è uno stile di vita semplice da seguire – una lavatina alla coscienza e poi tutto come prima.

    Masterchef racconta la storia di persone che vogliono diventare chef in un ristorante per ricchi. C’è gente che studia per entrare in una società che fa brokeraggio in borsa, altri che fanno ingegneria meccanica sperando di lavorare, prima o poi, alla Ferrari e questi che, costretti dalla vita a rinunciare al loro sogno, scelgono di partecipare a una trasmissione. E il punto è che Masterchef, paradossalmente, dice loro: siete degli ingenui babbei. Fare lo chef è difficile, richiede sacrificio, competenza, dedizione. Volete provarci? Volete vedere cosa vi aspetta in una vera cucina, con delle persone che stanno aspettando il loro piatto in sala, e che hanno deciso di pagare due o trecento euro per mangiare quello che prepararete? Bene, sappiate che assomiglierà a quello che vivrete qui per qualche mese. Avete scelto una strada riservata a pochi, e non faremo nulla per illudervi che sarà semplice.
    Una settimana fa sono andato a vedere una partita di calcio di mio figlio, un tredicenne senza alcuna voglia di correre. Dopo il primo tempo ho avuto modo di sentire la sfuriata dell’allenatore verso i ragacci, colpevoli di non essersi impegnati in alcun modo contro una squadra oggettivamente scarsa. E ho capito due cose: che era molto più duro – cento volte di più! – di una qualsiasi lavata di capo dei quattro chef, e che aveva ragione. Non c’entra l’umiliazione: se c’è una competizione, le cose funzionano in questo modo.
    Moralmente, Masterchef non è peggio del calcio, dove un talento inutile per il benessere e la crescita del mondo viene remunerato in misura incredibilmente superiore ai guadagni di uno chef stellato. Si tratta solo di capire se si è disposti ad accettare il fatto che l’uguaglianza è un’aspirazione legittima, ma costantemente frustrata dalla realtà. Con i guadagni di Ronaldo si potrebbero sfamare 26.000.000 di bambini denutriti. E’ un dato di fatto. Eppure continuiamo a guardare le partite di calcio. Se dovessimo abolire tutti i divertimenti che non tengono conto della disuguaglianza e della povertà, probabilmente non esisterebbe l’Occidente.

    Ma anch’io ho i tuoi dubbi – non vorrei mai diventare l’avvocato di Masterchef. Era Hegel che parlava di tesi, antitesi e sintesi? 😉
    Grazie per questo tuo intervento, a presto!
    Paolo

    • Ecco, la dog bag mi sembra un’ipocrisia bella e buona. Se vuoi essere politicamente scorretto (una cosa che sta diventando ormai fastidiosamente di moda), abbi almeno il coraggio di esserlo fino in fondo. Se vuoi umiliare i concorrenti, non nasconderti dietro al merito ed all’umiltà.

      Per il resto, sono ovviamente tutte cose che so, e non è mia intenzione abolire Masterchef né nessuna altra forma di divertimento “immorale”. Ho anzi sottolineato che so bene che non si può chiedere a Masterchef di farsi carico di compiti che non ha… di converso, preferirei non si additasse come esempio.

      Grazie per essere passato!

  5. ps aggiungo un’ulteriore breve considerazione: per motivi che io non conosco (probabilmente retaggio di qualche selezione darwiniana) ci appassioniamo alle sfide, agli scontri, ai combattimenti. In una partita di calcio, assistiamo al tentativo di una squadra di sconfiggere l’altra; l’esultanza per i gol umilia gli avversari. Nella boxe e in tutte le arti marziali il combattimento non è neppure simulato.
    Se sapessimo come finisce un incontro di calcio, ci piacerebbe di meno: ci piace questo tipo di suspense.
    Nel caso di Masterchef, lo scontro è tra i concorrenti; ma poiché ciascuno lavora sui propri fornelli, è necessario creare un altro tipo di conflitto, ed è quello – inventato, perchè non ha ragione di esistere – tra chef e concorrenti. Alla fine, dei venti finalisti diciannove perderanno questa battaglia (e ogni volta c’è l’onore delle armi, sempre piuttosto asciutto e poco retorico, rispettto ad altri reality o talent); ma uno sicuramente la vincerà. Questo meccanismo è semplicemente perfetto.

    A presto!

  6. Bel post, e mi piace l’argomento, perché a me i programmi di cucina attizzano sempre 😊Il discorso sugli sprechi alimentari peró, lo ammetto, un po’ mi perplime. Quanta gente si potrebbe mettere a tavola con quel che spendono ad ogni puntata PER LE LUCI di Masterchef? O di un qualsiasi quiz? D’accordo, si potrebbe rivedere tutto il meccanismo televisivo, e magari decidere di farne a meno, ma trovo ingiusto colpevolizzare per lo spreco di cibo un programma dove, sospetto, lo spreco di cibo (che poi non è affatto detto che venga sprecato, è solo una supposizione, mi sembra) sia il minore tra gli sprechi minori che l’organizzazione comporta.
    A qualsiasi mensa scolastica succede ben di peggio, e mi figuro negli ospedali, se non è cambiata di parecchio la legislazione negli ultimi anni…

  7. Forse riusciamo ad arrivare a una sintesi…. Il mio punto di partenza era la critica a priori di Masterchef, e lo snobbismo che ci sta dietro. La mia esperienza diretta è che si tratta di un programma fatto bene, in grado di raccontare delle storie, con una buona tensione e avvincente. Rimane il fatto che si tratta di una trasmissione basata sul cibo (e quindi potenzialmente poco rispettosa di chi il cibo non ce l’ha), che fa leva su alcuni “miti” contemporanei – il successo, la fama, i ristoranti per l’elite – e in cui l’umiliazione dei concorrenti ha un ruolo centrale (di questi tre difetti, il primo mi sembra il meno grave – vedi commento de il diario di Murasaki). Che dici?

  8. sai che con la tivvù esce tutta la mia odiosa spocchiosità… ma è stato interessante leggere le tue (vostre) riflessioni. di masterchef ignoro, e continuo ad ignorare volentieri, l’esistenza, fatto salvo due o tre riferimenti: uno, una volta mi fecere vedere la parodia di crozza – e solo dopo ho capito che la parodia non era così distante dalla realtà. l’altro, due o tre sere fa per caso mi hanno detto che a mc insegnano a cucinare il plancton, citando cifre di migliaia di euro a non so che cosa, se grammi o chili. il plancton. capisco quelli a cui viene il sospetto che darwin si sia sbagliato (ma solo perché non valutano gli effetti a lungo termine). detto ciò, potrai intuire come a prescindere da tutto, non posso che empatizzare con la seconda parte del tuo testo…

  9. Non avendo mai visto Masterchef non sono nella condizione di esprimere un giudizio, posso dire tutt’al più di essere inciampata in qualche puntata di Back off…anche lì il copione è lo stesso, sostanzialmente. In particolare Ernst Knam non lesina scene come quelle descritte …”Ma non ti vergogni a violentare con questo dolce le nostre papille gustative?” ha tuonato una volta, lasciandomi perplessa a dir poco. Concordo sulla questione che sia opportuno giudicare le cose in base alla loro efficacia e a come sono fatte piuttosto che su un iconico giudizio bello/brutto.
    Detto questo, è sempre un piacere leggerti

  10. Che chi ha fame non possa giudicare il cibo è verissimo, perché la fame è un grande insaporitore e ti rende molto adattabile, quindi non ti permette un equa valutazione. Anche quel grandissimo impiastro di Cicerone, in un brano che mi fruttò uno dei miei rarissimi otto a latino, fa tutta una tirata prendendola dal lato opposto, cioé che quando hai fame e sete mandi giú di tutto, con riferimento al micidiale brodetto spartano e a (Antonio?) un qualche generale romano che raccontò di come in piena battaglia bevve con gran gusto in un fiume pieno di sangue e cadaveri… vabbé, il concetto è quello.

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