Et si

L’originalità non è certo un mio cruccio: per questo motivo, non mi faccio problemi a ripetere che la Grecia, ed Atene in particolare, per coloro che, a causa dei loro studi e dei loro sogni, l’hanno sempre reputata l’origine di tutto ciò che noi oggi siamo, il motivo per cui pensiamo nel modo in cui pensiamo, il punto di partenza di una storia (o forse di una Storia) ininterrotta fino ai giorni nostri, è una vera e propria delusione.

Di tutto ciò che nella capitale dello stato ellenico ho visto (ed è stato molto, anche se il mio viaggio è stato breve) l’unica cosa capace di muovermi a reale commozione non è stata il Partenone, non l’Eretteo, non la biblioteca di Adriano; no, ciò che di più bello ricorderò (e qualcuno mi prenderà in giro per sempre per questo, lo so) è stato qualcosa che ho adocchiato nel (brutto) museo dell’Agorà; qualcosa che non gode dei favori di una posizione espositiva privilegiata, che non è presente sui depliant turistici e non è illuminata dalle luci cocenti della notorietà.

La faccio finita con la suspense e ve lo dico: sto parlando dei cocci con cui, più di duemila anni fa, gli ateniesi ostracizzarono Temistocle.

Spiegare in cosa consistesse la cerimonia dell’ostracismo è abbastanza facile (ed infatti risulta abbastanza chiaro anche leggendo Wikipedia). Nell’antica Atene, una volta l’anno, si svolgeva un’elezione tutta particolare: in essa, infatti, i cittadini non votavano coloro che volevano accedessero a particolari cariche pubbliche (alcune delle quali, tra l’altro, erano assegnate a sorteggio) ma, viceversa, incidevano su cocci di ceramica (in greco ostraka, da cui il nome dell’istituto) i nomi di coloro che ritenevano troppo potenti, benvoluti o maneggioni e che, per questo, rischiavano di diventare tiranni. Se un certo cittadino riceveva la metà dei voti dei partecipanti, che dovevano essere almeno seimila, allora veniva cacciato dalla città per un periodo di dieci anni, in modo da favorire un ricambio nella classe politica. So cosa alcuni di voi stanno pensando; ma erano altri tempi, e comunque questa votazione era influenzabile quanto tutte le altre (Platone parlava di Atene come di una teatrocrazia).

Più arduo e complesso è, invece, spiegare chi fosse Temistocle; il suo nome, certo familiare a molti, non trova infatti nella cultura popolare lo stesso spazio che è riservato ad altri che ne condivisero i tempi e le imprese. Basti dire che Temistocle fu contemporaneo di Leonida, e che, come lui, combattè i Persiani. Pure, quanti invocano il nome di Temistocle, nel momento in cui si trovano a fronteggiare un avversario che li sovrasta in numero e potenza, come l’impero persiano sovrastava le poleis greche? Quanti ricordano che la battaglia delle Termopili durò due giorni, un’inezia, per il corso di una guerra, e che si concluse con una sconfitta e, quel che è peggio, con un sacrificio utile unicamente a consegnare coloro che lo subirono alle (sterili) glorie della vox populi? Quanti sanno che, se non fosse stato per Temistocle, che prese la difficile, impopolare e però vincente decisione di evacuare Atene, lasciando che i persiani la saccheggiassero, e di andare a combatterli sul mare, dove già avevano dimostrato di essere inferiori, probabilmente i greci quella guerra l’avrebbero persa? Come dissi una volta ad un ragazzo che ha frequentato la mia stessa scuola, se Temistocle si fosse comportato nello stesso testardo, egoistico modo di Leonida, al liceo classico avremmo studiato persiano, non greco.

Lo so: quando si parla di storia, è sempre un errore credere che essa sia, per così dire, agita dai grandi uomini e, viceversa, subita da coloro che non sono riusciti a far risuonare sotto il cielo il loro nome per una o due generazioni, figurarsi fino ai giorni nostri. Eppure, non neghiamolo: come si fa a non essere affascinati da Alessandro Magno, o da Annibale, o da Giulio Cesare? Durante le loro vite, questi personaggi sono stati talmente importanti che se una qualunque delle loro decisioni fosse stata diversa, l’intera storia ne sarebbe cambiata; o, seppure non fossero cambiati i fatti, senza dubbio sarebbe cambiata la prospettiva da cui noi osserviamo quei fatti. E lo stesso si può dire, probabilmente, anche delle decisioni di altri, che riguardarono quei personaggi.

Pensiamo al citato Giulio Cesare: cosa sarebbe successo se, invece che un manipolo di uomini ricchi e potenti, preoccupati per la progressiva erosione dei loro privilegi che l’ascesa di Cesare stava gioco forza causando, a decidere di ucciderlo, alle idi di marzo o in qualunque altro giorno del calendario, fosse stata una rivolta di plebei, esasperati perché Cesare, accentrando sempre più il potere nelle sue mani, cancellava dei diritti (notare la sottile differenza tra diritto e privilegio) che i loro avi avevano guadagnato a costo della vita? Una massa di cittadini in rivolta avrebbe avuto la stessa capacità di manovra di un gruppuscolo di congiurati? Cesare sarebbe morto, o si sarebbe salvato? Augusto sarebbe riuscito a farne sua l’eredità, posto che un’eredità fosse esistita ancora? E, se dopo quello che sarebbe restato comunque uno dei primi omicidi politici della storia, tutto fosse andato esattamente nello stesso modo in cui lo abbiamo studiato nei libri di storia… i suoi successori avrebbero voluto comunque divinizzare Cesare, renderlo l’imperatore per antonomasia come fecero, calpestando il fatto che, almeno formalmente, Cesare tenne il comando sempre nel pieno rispetto delle leggi della Roma repubblicana? Forse no, ed allora Tiberio, Caligola e Claudio non ci avrebbero tenuto, ad aggiungere Cesare alla (già lunga) lista dei propri nomi propri; e Cesare non sarebbe diventato, da nome proprio, il titolo cesare, di cui si fregiarono tutti gli imperatori romani, quelli bizantini ed anche gli ottomani. Da questo titolo, derivano il tedesco Kaiser ed il russo zar: troveremmo così terribile Ivan il Terribile, se invece che zar lo sapessimo, semplicente, re di tutte le Russie? Forse no. Cosa dico forse: sicuramente no; è vero che il modo in cui pensiamo deriva dal modo in cui parliamo, esattamente quanto è vero il contrario. E, visto che ormai stiamo giocando all’ucronia, mi sovviene a questo proposito un altro esempio di quanto grande sia il fascino (malato, me ne rendo conto) e l’attrattiva che questi uomini emanano. Tanto grande, in effetti, che esso permane intatto anche quando essi non decidono affatto.

Se ne può pensare quello che si vuole e, in modo più ampio, si può pensare quello che si vuole dell’attività bellica (personalmente, ne provo il massimo ribrezzo), ma non si può non ammettere che Napoleone Bonaparte è stato, probabilmente, il più grande genio militare degli ultimi cinquecento anni; ad Austerlitz, ad Ulma, a Jena Napoleone dimostrò una capacità tale, che è ironico che la più importante tra le battaglie che egli combattè, quella di Waterloo, non sia stata decisa da una sua ferrea risoluzione, ma dal caso. Come molti forse sanno (anche perché è stato raccontato in tanta, grande letteratura), quel giorno l’esercito francese si trovava in maggioranza numerica per poche, fondamentali migliaia di unità; l’esercito inglese, accampato nei pressi di Bruxelles, più volte attaccato da un avversario tanto nervoso quanto desideroso di rivalsa (come i persiani che sfidarono Temistocle), era prossimo ad una rovinosa sconfitta, e solo l’arrivo degli alleati prussiani, al comando del generale von Blucher, avrebbe potuto salvarlo.

Non parleremmo la lingua che parliamo, se quel giorno il caso (nella forma di una nuvola di pioggia) non avesse deciso per tutti noi; l’Europa non sarebbe il continente francofono (con le sacche regionali di resistenza, che grazie a Dio emergono qui e là) che conosciamo, se il generale von Blucher non si fosse impantanato a pochi chilometri da Waterloo, permettendo così a Napoleone (ed alla Fortuna, in quell’occasione sua fondamentale alleata) di sbaragliare gli inglesi, mettere in fuga il duca di Wellington e riprendere la sua marcia trionfale, interrotta solo momentaneamente a Lipsia due anni prima.

(un interessante articolo che ho voluto tradurre dal francese)

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8 thoughts on “Et si

  1. Ho fatto più o meno le stesse riflessioni lo scorso Natale, quando sono stata una settimana ad Atene (e fra poco ci torno, con grande gioia). Cocci e Temistocle. Ho un post nel cassetto sulla Grecia: se ne sta lì, aspettando un mio cenno. Grazie per avermelo ricordato.

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