O Stato…

(Attenzione: in questo articolo si fa un uso disinvolto delle lettere maiuscole)

Nell’ultimo mese, un evento che credevo non mi avrebbe mai spinto a questa conclusione mi ha fatto riflettere sui ringraziamenti che dovrei rivolgere a [inserire nome di divinità a piacere] per il fatto di essere un uomo molto, molto fortunato.

Sto parlando, ovviamente, dell’epocale decisione presa da Mark Zuckerberg (o da chiunque si occupi di queste cose dalle parti di Menlo Park, California) di introdurre anche su Whatsapp la funzione “Storie”, mascherandola abilmente dietro la denominazione “Stato”.Per quei tre o quattro di voi che fossero stati senza WiFi nell’ultimo mese (qualcuno un giorno troverà anche voi, come furono infine ritrovati anche quei soldati giapponesi che nel 1960 credevano ancora di essere in guerra, e non in affari, con gli Stati Uniti): con l’ultimo aggiornamento della popolare app di messagistica, è stata introdotta la possibilità di condividere con tutti i propri contatti (o anche solo con alcuni di loro) degli “stati”, ossia dei contenuti multimediali (foto, video, testo, e magari anche tutte queste cose insieme, non ho ben indagato) che restano visibili per solo ventiquattr’ore, prima di essere cancellati (dal telefono del “condividente” e da quello dei “condivisi”, ma l’esperienza del passato ci autorizza a dubitare dell’amnesia dei server di Facebook, che dal 2014 possiede Whatsapp). In questo, i capoccia dell’azienda bianca e blu hanno dimostrato di volersi accodare a quanto già fatto, e con successo, da altre piattaforme di social network: dallo stesso Facebook a Instagram (pure di proprietà di Zuckerberg), fino a Snapchat e Telegram.

Non so cosa stia accadendo sui vostri smartphone (possiedo purtroppo il numero di telefono di uno solo di voi, che non so come vorrà interpretare questa frase) a seguito di questa rivoluzione, di cui senza dubbio solo la mia miopia storica mi impedisce di vedere la portata, ma una veloce statistica fatta dando sguardi quotidiani allo schermo del mio mi dice che la cosa è stata accolta con una certa indifferenza. Sono pochissimi (forse un 2% dei miei contatti) coloro che vedo utilizzare lo “Stato” con una certa frequenza; senza dubbio, molti meno di quelli che, in passato, sceglievano di scrivere qualcosa di personale sotto la propria immagine profilo, qualcosa che andasse a sostituire l'”Hi there! I’m using WhatsApp!” che la app ci scriveva di default (e di cui, per quel ben noto tratto del mio carattere, oggi sento la mancanza, pur non avendolo mai sopportato). Se togliamo coloro che si sono serviti della funzione solo per irriderne l’introduzione, per abbandonarla subito dopo, poi, la percentuale scende ulteriormente; ed è appunto per questo, che mi sento un uomo fortunato: ho incontrato nella mia vita e sono entrato in intimità (almeno, quanto basta per scambiarmi con loro il numero di telefono) con persone che, per la stragrande maggioranza, di questo incredibile tool non sentono il bisogno. Ed io mi trovo bene, con chi si accontenta dell’essenziale (ma che poi, al momento giusto, chiede l’impossibile).

Presumo che molti di loro intuiscano questa mia stima; presumo pure che, intuendone i motivi, debbano essere rimasti piuttosto stupiti. Non ricordo infatti esattamente quando ma, qualche giorno fa, alle 00.00 esatte (perché il senso del ridicolo mi fa difetto, ma non quello del teatro), anche io ho inviato per l’etere qualcosa, affidandolo a questo “Stato” cui avevo guardato, fino a quel momento, con diffidenza.

Ora, io mi rendo conto che le regole dello storytelling imporrebbero che, a questo punto, io facessi l’ormai proverbiale passo indietro e vi lasciassi lì a chiedervi cosa fosse, quel qualcosa; ho avuto però modo di accorgermi, col tempo, che le regole dello storytelling sono spesso contrarie a quelle della buona creanza, insegnatemi ormai molto tempo fa, ed a costo di sforzi a volte davvero estenuanti, da quella santa donna di mia madre. Per cui, ve lo dico subito che il qualcosa in questione era questo disegno qui

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Disegno ispirato ad un famoso racconto di Augusto Monterroso (che trovate anche nella pagina Wikipedia a lui dedicata) ed accompagnato da una frase forse più malcostruita che criptica: “Almeno, che siano belle storie (anche se disegnate male)”.

Adesso, possiamo fare il proverbiale passo indietro; anche se, in realtà, c’è davvero poco da andare indietro: chi mi conosce sa che io sono letteralmente innamorato delle storie. Quando, qualche anno fa, per un curioso scherzo del caso e con mia sorpresa mi ritrovai ad essere vincitore di una tornata settimanale di #ioleggoperché (informazioni qui), il tema che scelsi per la settimana successiva fu, appunto, storie (che, qualcuno mi fece notare, in realtà non è un tema). Vivere le storie è, probabilmente, la cosa che più amo al mondo; staccato di qualche posizione, e superato da alcuni degli altri piaceri della vita, c’è il creare storie: che, poi, è il motivo per cui sta in piedi questa baracca, per cui da un paio d’anni cerco disperatamente di avere mani lunghe abbastanza per fare l’illusionista e per cui non riesco mai a levarmi di mente quella frase di Wu Ming che dice: “Dobbiamo raccontare storie con ogni mezzo necessario“. Sì, è vero: lo dobbiamo.

Perché, guardiamoci in faccia: il campo delle storie viene eroso, giorno dopo giorno, da chi, dopo aver occupato posizioni di potere ad ogni livello, cerca anche di occupare (e rivoltare come un calzino) il nostro immaginario. No: non sto parlando di chi quotidianamente spaccia storie “tagliate male”, sperando di riempire sale cinematografiche e di svuotare scansie nelle librerie; sto parlando di chi sarebbe abbastanza intelligente da raccontare ed invece si accontenta di vendere. E sto parlando, pure, di chi cerca di convincerci (con successo vieppiù crescente, man mano che le connessioni WiFi si diffondono maggiormente nel mondo) che l’unica storia che vale la pena di raccontare, l’unica a cui i consumatori dovrebbero interessarsi è la nostra. Appunto in questo senso, va questa nuova funzione Stato: vi siete resi conto che, con Facebook, potrebbe passare addirittura un’ora, prima che tutti i vostri amici si rendano conto che vi siete fatti una foto con papa Francesco? Tranquilli, c’è qui Whatsapp! (Tanto, alla fine, quelle foto tutte negli stessi computer vanno a finire)

Eppure, ce ne sarebbero di storie da raccontare, lì fuori, insieme con la verità (cit.). Ci sono i racconti di Monterroso e di Fredric Brown. Ci sono dei libri interi di Borges. Ci sono i romanzi di Dick. Ci sono i Goonies, Indiana Jones, Ritorno al futuro e, se a voi piacciono (a me non tanto, ma qui non si sta parlando di gusti), ci sono Inception e Titanic. C’è Dylan che suona al festival di Newport nel ’64 e, cinquantadue anni dopo, fa la stessa cosa alla premiazione per il Nobel, anche senza suonare. C’è Walter Bonatti che viene abbandonato dal CAI, dopo che senza di lui (e senza Amir Mahdi) Compagnoni e Lacedelli non avrebbero mai raggiunto la cima del K2, il monte più difficile da salire tra gli Ottomila. Storie di gloria e storie di infamia. E non c’è bisogno di un (costoso) corso di storytelling per farlo: avete lo Stato di Whatsapp. Raccontare storie, storie più interessanti di quelle che Zuckerberg vorrebbe farvi raccontare per suo tornaconto, non è mai stato così facile.

Dicevo su che molti dei miei contatti, vedendo che avevo aggiornato il mio Stato, dovrebbero essersi molto stupiti: mentivo (d’altronde, mentire è indispensabile, per raccontare alcune storie). La verità è che, almeno se devo fidarmi di quello che mi dice la app, nessuno ha visto l’aggiornamento; probabilmente non devo, visto che almeno una persona l’ha visto e mi ha risposto: d’altronde, la cosa non ha suscitato l’interesse che mi sarebbe piaciuto suscitasse. La colpa, certo, è stata della mia scarsa perizia nell’uso di matita e pennino; d’altronde, questa idea sono sicuro di non essere stato il primo ad averla né, men che mai, credo di averla avuta meglio di qualcun altro. Se non ho visto gli Stati Whatsapp fiorire di quello per cui sarebbero stati creati, cioè di storie, è stato perché, evidentemente, utilizzarli in questo modo non interessa (quasi) a nessuno.

D’altronde, da una cosa che si chiama Stato non ci si può aspettare altro che lotti per lo status quo.

Bonus track: la tavola di uno che, a disegnare, era bravo davvero

pertini-fumetto-1

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20 thoughts on “O Stato…

  1. Mi rallegra molto non essere la sola ad aver avuto di queste “elucubrazioni” e (onestamente) provo un pizzichino di invidia (non cattiva, però) per la compiutezza con cui hai espresso il tutto. Questa nuova “funzione” ha destato immediatamente i miei sospetti… chiamiamoli così… sospetti perchè non ne comprendo la necessità ( se non farsi ulteriormente i fattacci altrui) e non mi piace la giustificazione propostami da WhatsApp alla mia FaQ di protesta: ossia che è un modo per rendere W. sempre più simile a una piattaforma social… di “sociale” non c’è un piffero. Rendere pubblica la propria vita privata, con una frase ad effetto o le labbra a culo di gallina è solo giocare a fare i vip (quando – tra l’altro – non se ne hanno le possibilità).
    P.s. Bellissima la vignetta!

  2. “purtroppo”?!? mumble muble…
    vorrei, in ogni caso, citare in proposito l’esimio caparezza:

    p.s. a me, che soffro di pragmatismo, quella finestrella con scritto “stato” è semplicemente ciò che ha inutilmente soppiantato l’elenco dei contatti – che credo non sia più raggiungibile e che era tutt’altro scomodo, anzichè dover digitare ogni volta il nome.

  3. Grazie a questo post ho scoperto l’esistenza di “Stato”, malgrado ce l’avessi sotto il naso da giorni… Più o meno come il 98% delle cose che sono sullo smartphone e che non uso: per pigrizia, per ignoranza o perchè non ne sento il bisogno… Se “stato” adesso mi insegnasse ad aprire una portafinestra bloccata e con una maniglia rotta giuro che lo userei subito!

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