L’invenzione

Ho sentito dire, una volta, che negli ultimi duecentocinquant’anni sono state inventate più cose che nel lasso di tempo compreso tra tremila anni fa ed oggi.

Non so quanto vi sia di vero in quest’affermazione; ricordo chi me la comunicò, un mio coetaneo che è fonte che usualmente ritengo affidabile. Il che, come prova, dovrebbe essere abbastanza, perché potete ben capire che questo non era un titolo che si conferisse a cuor leggero, in una società quale era la nostra fino a non più di vent’anni fa. Comprendo che ad alcuni, soprattutto tra i più giovani e segnatamente tra quelli che vengono chiamati, con una dose di disprezzo che non condivido, i nativi scritturali, questo calcolo potrà apparire inverosimile, soprattutto in ragione di un suo inemendabile “vizio di forma”: com’è possibile essere tanto precisi nella misurazione e nella somma, senza avere a disposizione documenti scritti che risalgano ad oltre due decenni orsono? Come essere sicuri che la nostra memoria e la nostra capacità matematica non ci tradiscano, senza uno strumento che ci permetta di elencare e di verificare? Obiezioni comprensibili, per quanto ingenue; mio nonno era capace di andare da un punto A ad un punto B già prima di comprare un’automobile, e Wolfgang Amadeus Mozart ha composto il Don Giovanni anche se ancora nessuno era riuscito a produrre uno strumento per registrarlo.

D’altronde, queste stesse obiezioni dimostrano che, se quella ricostruzione storiografica non è corretta dal punto di vista quantitativo, senza dubbio lo è da quello qualitativo: può anche darsi che i babilonesi, i greci, i romani, gli arabi, i carolingi, i vichinghi, gli spagnoli del Secolo d’oro e gli inglesi della prima metà dell’Ottocento siano stati capaci, tutti insieme, di inventare di più di quanto siamo stati capaci di fare noi ed i nostri antenati più prossimi; d’altro canto, nessuna delle loro belle scoperte supera, per impatto, quella compiuta, dopo almeno cinquant’anni di ricerche, per così dire, di avvicinamento, da alcuni oscuri scienziati della prestigiosa università della California. Quanti degli uomini che hanno vissuto ai tempi di Socrate, di Nabucodonosor, di Filippo II, di Cristo (la cui fama è giunta ai giorni nostri solo grazie alle parole, prima sussurrate, poi urlate, di generazioni e generazioni di uomini; cosa avrebbe potuto fare, Cristo, se solo avesse saputo che poteva scrivere?) sono stati capaci di produrre una frattura nella storia tanto grande, da spingere qualcuno a dire (ma, tra qualche anno, quel qualcuno, probabilmente, un pensiero tanto notevole lo metterà per iscritto) che noi, che siamo nati ai tempi in cui i maestri insegnavano senza lavagna ma solo con computer e microfono, assomigliamo più ai fenici, che ai nipoti (ancora di là da venire) che verranno educati all’utilizzo dell’alfabeto? Pochissimi, a voler essere magnanimi; nessuno, a voler essere realisti. A confermarlo, ci sono le esperienze di molti, compresa la mia; che, sia chiaro, riporto non perché la ritenga più degna delle altre, ma piuttosto perché la conosco meglio.

Una precisazione, prima di iniziare: non vorrei che voi mi confondiate con coloro che scambiano una descrizione dei fatti con un lamento per i bei tempi che furono. Sono sempre stato dell’idea che i tempi sono volubili, testardi, e privi di qualsivoglia attributo estetico; non sono mai né belli né brutti e, che tu lo voglia o no, cambieranno, come sono sempre cambiati. L’unica cosa che puoi fare, è cercare di essere più creativo di loro.

L’uso dei telefoni cellulari si diffuse in modo massiccio quando io ero ancora alle scuole superiori; a quei tempi, condividevo con alcuni dei miei compagni alcuni interessi fanciulleschi che, col passare degli anni, sarebbero diventate il mio lavoro. Fu uno di questi compagni, che ai giorni nostri, se non vado errato, fa il consulente d’investimento, a dirmi, con un certo terrore (o forse con un certo sollievo), che tale invenzione (a cui tutti coloro che non erano animati dalle nostre stesse passioni guardavano con un certo entusiasmo) rendeva impraticabile la strada che, fino a pochi anni prima, ci era parsa tanto appetibile. Intendiamoci: non sarò certamente io a negare che uno strumento, come il cellulare, che è virtualmente in grado di renderti sempre rintracciabile, renda la vita molto, molto difficile per chi, come me, ha deciso di vivere, se non fuori, quanto meno di lato alla legge; ma c’è anche da dire che uno strumento è, per l’appunto, uno strumento, e bisogna ricordarsi che tutto dipende sempre dall’uso che se ne fa. Quando ancora facevo il topo d’appartamenti, una volta rischiai quasi di finire in un brutto guaio con un mastino napoletano, per colpa di una suoneria scattata al momento sbagliato; d’altronde, prima dell’invenzione del cellulare nessuno avrebbe mai trovato credibile la frase “La sto chiamando da sotto casa sua, lei ha vinto una Ferrari, scenda a ritirarla!”, per il semplice fatto che nessuno avrebbe potuto fare una telefonata da un posto diverso dalla propria casa o, al limite, da un bar o da una cabina telefonica (ma non tutti i palazzi sorgono in prossimità di una di queste due costruzioni, il cui numero è oggi purtroppo in considerevole calo). Mi rendo conto che nessuno dovrebbe trovarla credibile neppure ora, ma sono uso non sfidare la sorte lamentandomi di quanto rende meno ostico o più remunerativo il mio lavoro.

A questo proposito: so che esistono taluni maldicenti che sostengono che un lavoro come il mio si può fare solamente per una spiccata, vorace avidità; rigetto decisamente questa ipotesi. Certo, ho ricavato dei guadagni dalla mia attività; ma non è per questo, che ho continuato a svolgerla per tutti questi anni. Se, infatti, fossi stato animato unicamente dal desiderio di denaro, avrei continuato a fare lo scassinatore, o il grassatore, oppure mi sarei iscritto a giurisprudenza (mi scuso per questa banale battuta); certamente, non avrei continuato nella difficile strada del falsario, che richiede, oltre ad ottime capacità attoriali, anche una non indifferente padronanza delle principali tecniche di disegno ed incisione e delle buone doti atletiche, e garantisce un introito mensile certamente meno consistente di quello garantito da molte altre, nobili professioni. Soprattutto quando, come me, si decide di scambiare una quantità di denaro prodotta in proprio con una, lievemente inferiore, prodotta dalla Zecca dello stato, solo nella misura necessaria a soddisfare i miei bisogni primari e taluni miei capricci; per il resto… se per caso a qualcuno di voi fosse mai capitato di chiedersi da dove fosse venuta quella banconota da venti che non ricordava di aver messo nel portafogli, ora potrebbe aver trovato la risposta: da lunghe ore di appostamento, da uno studio approfondito delle abitudini degli abitanti di un certo palazzo, e da un uso disinvolto di alcuni manufatti in filo di ferro. Che, ovviamente, sono la parte divertente del mio lavoro: perché appagare il desiderio di far concorrenza ad un monopolio statale mi riempie di felicità. Gioia e rivoluzione, se capite cosa voglio dire.

Alla luce di tutto questo, alcuni tra i più informati di voi potrebbero chiedersi perché io abbia deciso di abbandonare questa carriera; e cosa c’entri questo mio (ve lo anticipo: apparente) abbandono, con l’invenzione della scrittura. Che, lo ammetto, ha reso il mio lavoro molto più difficile che in passato: perché, quando si deve far apparire qualcosa identico a qualcos’altro, farlo con un disegno è molto più semplice che con una parola, come mi sono reso conto la prima volta che ho tentato di riprodurre il numero due. In una forma complessa, quale può essere un viso o un arco di trionfo, un piccolo particolare, per certe caratteristiche del cervello umano con la cui spiegazione non voglio annoiarvi, può facilmente passare inosservata; viceversa, una a appena più lunga di quanto atteso viene subito notata. La difficoltà, tuttavia, non mi ha mai spaventato; non posso dire lo stesso, invece, della paura di essere sorpassato.

È per questo motivo che ho deciso di mettere le mie competenze (senza falsa modestia, piuttosto ampie) alla luce di una nuova professione.

Lo scrittore.

Sapete, ho quasi finito di scrivere il mio primo racconto (racconto. Sì, è un bel nome).

Parla di un falsario che diventa scrittore.

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6 thoughts on “L’invenzione

  1. Io non saprei come formulare una risposta dettagliata o attendibile ma mi viene da dire che la scena iniziale di 2001 Odissea nello spazio è self-explanatory tutto cominciò da quella scimmia.
    Poi vi sono state scoperte a raffica inframezzate ap parenti periodi di stasi.
    Oggi che gli strumenti ci sono c’è solo da andare per tentativi.
    Agli ignoranti sembra magia pura ma tutto è frutto di calcoli e di combinazioni io esco adesso da un eco color doppler e ti assicuro che sono rimasta affascinata dal fruscio e dal fiotti del mio sangue che vedevo e sentivo attraverso un monitor….

    SherafuoritemaugurixilRacconto

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