Dis-integrazione

Quando scrivo narrativa (il che capita sempre più raramente, purtroppo per me e fortunatamente per voi) cerco sempre di ricordarmi tre Regole fondamentali.

La Prima la imparai anni fa (mi sembra facessi ancora il liceo), in un sito internet che ospitava un corso di sceneggiatura per il cinema (corso che, ovviamente, ho seguito fino alla prima lezione, forse anche fino alla prima lezione e mezza). Era la seguente: le storie sono cinque o sei al massimo.

Della Seconda non ricordo chi mi fece edotto; probabilmente, l’ho sentita aleggiare intorno a me diverse volte, prima di coglierla razionalmente e di farla mia, a dispetto della riprovazione che essa provoca in molti scrittori (tutti più titolati di me, alcuni da me molto ammirati). Mi chiedo talvolta se possa essere fatta derivare dalla precedente, o se piuttosto sia vero il contrario; non desidero davvero trovare una risposta a tale quesito, anche se sarebbe opportuno in un articolo, come questo, che parla del rapporto di causa-effetto. Questa Seconda Regola è: le storie sono già state raccontate tutte.

L’Ultima viene da un auctoritas di provata fede: sir Alfred Hitchcock. Il quale, in un famoso libro-intervista scritto con François Truffaut, diede, a tutti gli imbrattacarte nati almeno dal 1966 (anno di prima pubblicazione del libro) in avanti, la seguente, importante lezione: il dramma è la vita, meno le parti noiose.

Di queste, quella che ho fatto più fatica ad imparare è senza dubbio la Prima: non collimava con quelle che allora, romantico come tutti i liceali, erano le mie idee sull’arte (ma che dico mai, le mie idee sull’Arte), e così cercai di non pensarci troppo su, per non rischiare di trovarmici d’accordo. Trascorso qualche tempo, letto Borges e, soprattutto, visti certi film, che venivano citati in quella stessa lezione e che io ancora non avevo visto (la cosa andava a mio grande detrimento), tuttavia, dovetti capitolare: sì, “L’esercito delle dodici scimmie” racconta la stessa storia di maledizione ed equivoco che veniva raccontata in “Ritorno al futuro”, e chissà in quanti altri film, libri, spettacoli teatrali e radiofonici (non tutti, necessariamente, di fantascienza). Tanto per fare un esempio.

Ho subito invece trovato perfetta, nella sua concisione, la Terza Regola; strano a dirsi, dal momento che trovo egualmente sensato il consiglio di Orson Welles: quando sei a corto di ispirazione, dai un’occhiata alla pagina della cronaca; che è, poi, come dire che la vita ha più fantasia dell’arte. Mi contraddico? E va bene, mi contraddico; d’altro canto, mi contraddico anche citando questa frase, nata dall’immaginazione fin troppo fervida di un poeta che non mi piace, e facendo finta di ignorare che Welles fece della bugia uno dei punti cardine della sua produzione, tanto da dedicarle addirittura un film (“F come falso“, meraviglioso).

In passato, a volte, ho seguito il consiglio di Welles; la cosa, tuttavia, ha portato, nella maggioranza dei casi, a cattiva narrativa (non che ne abbia mai scritta di più che accettabile, diremo). Tuttavia, trovo sarebbe quanto meno inopportuno seguirlo in questi giorni, in cui le pagine dei giornali sono piene di aggiornamenti, ormai futili, su quel che è successo tre giorni fa a Londra, e, soprattutto, sulle reazioni che ne sono seguite; reazioni prevedibili, perché già accadute, alle quali, credo, non riuscirò mai ad abituarmi.

Pure, sarebbe facile ricavare qualcosa da questi eventi; sulla qualità di questo qualcosa esprimo i miei più vivi dubbi, soprattutto ora che le ferite sono ancora aperte (in senso e figurato e letterale), i conflitti appena riemersi, la realtà sepolta sotto un cumulo di si dice e scoppia la polemica. Eppure, tutto quanto accaduto si adegua, con una precisione quasi pedissequa, alle Prime Due Regole: si tratta di una storia già raccontata e che si inserisce nel novero delle cinque o sei storie che si possono raccontare; in particolare, in quelle di maledizione ed equivoco, proprio come “Ritorno al futuro” e “L’esercito delle dodici scimmie”.

È una storia già raccontata, ad esempio, quella dell’ISIS che, dieci minuti dopo, rivendica un attentato di cui, senza i potenti mezzi offertile dalla moderna tecnologia, probabilmente neppure sarebbe venuta a conoscenza; e d’altronde, da una forza rapace ed imperialistica come l’ISIS, da una forza che ha preso ispirazione dall’unica storia di potere che sia stata mai raccontata sul territorio in cui si è radicata, è ben lecito aspettarsi che si appropri di tutto, anche dei morti ammazzati da qualcuno che, con ogni probabilità, dei suoi messaggi deliranti e propagandistici aveva recepito solo il passaggio relativo al paradiso pieno di latte, miele e vergini e che, messo di fronte ad una cartina, non avrebbe neppure saputo indicare dove si trova Baghdad, figurarsi La Mecca per girarsi da quella parte durante la preghiera.

È una storia già raccontata, e che si consuma a velocità sempre maggiore, quella che parla delle “innocenti vittime”, dei “giovani pieni di speranze”, dei “vecchi nonni che portavano a spasso i nipoti”, della “coppia che cercava la felicità”, del “bambino al suo primo viaggio all’estero”. Stavolta non è stato coinvolto neppure un italiano, e dunque presto le pagine dei social network torneranno a riempirsi delle petizioni anti-immigrati (purché vengano da qualunque posto più a sud di Busto Arstizio o meno ricco di Abu Dhabi).

Ed è una storia già raccontata, pure, e che probabilmente non dovremmo raccontare più, se qualcuno si premurasse di ascoltarla, quella di Adrian Elms, il cinquantaduenne che trovava talmente poco senso nella propria vita da decidere di mettersi al volante di un’auto e di andare a terminarla, una volta e per sempre, nel centro di Londra, dopo essersi trascinato dietro altre quattro persone che, forse, potendo, gli avrebbero anche dato una mano. Una storia di abbandono (Elms ha preso il cognome dalla madre); una storia di piccola criminalità, furti, arresti; una storia di speranza e di fede, che si trasforma in disperazione e follia. La stessa storia che abbiamo raccontato per gli attentati di Parigi e per quelli di Bruxelles.

Ripeto qui quanto scrissi, esattamente un anno fa: Adrian Elms non ce l’aveva con l’Europa, o con la Gran Bretagna, o con le persone che ha investito, o col Papa; Adrian Elms ce l’aveva col mondo. Col mondo che non era mai stato capace di sottrarlo a quella situazione di inferiorità sociale che non era imputabile a lui stesso.

Spesso, quando accadono questi eventi, la “parte offesa” ha l’impressione che, prima o poi, essi porteranno alla disintegrazione del proprio mondo; questo è un errore, perché la disintegrazione non è la conseguenza di quei fatti, ne è la causa. Disintegrazione intesa nel suo senso etimologico di non-integrazione, di incapacità di includere nel corpo sociale persone che di quel corpo sociale sono ai margini e che, lasciate lì, verranno prima o poi irretite dalle sirene di chi propone, contemporaneamente, una valvola di sfogo per la loro rabbia ed una forma di vendetta verso una felicità, che quelle persone non hanno mai conosciuto. Nemmeno al più banale dei livelli.

La prossima volta che qualcuno cerca di convincervi che destinare soldi alle carceri, o agli immigrati, sia “una vergogna”, ricordatevi di Adrian Elms. Ricordatevi di cosa sarebbe o non sarebbe potuto succedere, se qualcuno (qualcuno di diverso dai gestori delle pagine dell’ISIS) avesse stretto la mano che tendeva.

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6 thoughts on “Dis-integrazione

  1. Concordo al 100% ed aggiungo una nota. C’è qualcuno che per continuare a perpretare il suo sistema politico-militare-economico-finanziario ha sempre e comunque bisogno di un nemico su cui riversare il suo odio e le sue bombe. Ieri i nemici erano quei poveracci nei paesi comunisti che mangiavano i bambini… oggi i poveracci sono quelli che pregano rivolti verso La Mecca. Cambia spartito ma la musica è sempre la stessa… Giusto per fare un esempio: http://www.ilpost.it/2017/03/25/mosul-attacchi-aerei-stati-uniti/

  2. Ti rispondo con parole celebri e molto più precise di qualsiasi cosa la mia mente possa concepire:

    “There’s so many different worlds, so many different suns and we have just one world,
    but we live in different ones”.

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