Sette su cinque milioni

Da qualche mese, per varie motivazioni (che, al solito, sarebbe lungo e tedioso spiegare), vivo in Veneto. E lo sapete come vanno queste cose: una volta che uno in un posto ci vive, ne approfitta pure per guardarsi un po’ intorno.

Per la precisione, sfruttando negli scorsi mesi taluni momenti che il mio lavoro ha avuto la buona creanza di lasciare liberi, ho provveduto ad esplorare una fetta di Veneto corrispondente, più o meno, al territorio compreso nel raggio di un centinaio di chilometri dalla città in cui faccio base (che è più o meno al centro del profondo Nord Est), nonché alcune aree limitrofe amministrativamente non appartenenti al Veneto. Non che questo sia molto importante, in effetti: dovremmo ricordarci un po’ più spesso, infatti, che in Italia il concetto di confine ha ben poco senso, e che comunque, come dicevano i Pooh, per chi vola non c’è frontiera.

Ma comunque: il paesaggio, qui, è ovviamente molto diverso da quello a cui lunghi anni di frequentazioni di luoghi montuosi mi hanno abituato, ed anzi, visto che certe abitudini sono dure a morire, ed anzi si spera che non muoiano mai (soprattutto quando un posto l’hai amato come io ho amato L’Aquila), ringrazio il cielo di essere venuto a vivere in una città da cui, volgendo gli occhi in almeno una direzione, si hanno delle montagne che dell’orizzonte escludano il guardo; questo, ovviamente, non mi sta impedendo di apprezzarlo o, almeno, di apprezzarne taluni aspetti. Volendo sintetizzare quanto più possibile questa lunga frase: il Veneto (in cui includo anche le sopraddette aree limitrofe) mi sembra una bella regione, né migliore né peggiore delle altre in cui ho vissuto; di sicuro, la trovo troppo bella per taluni dei suoi abitanti, e troppo brutta per taluni altri, i quali sono meno famosi perché meno rumorosi dei primi. Non è un giudizio particolarmente significativo, mi rendo conto, visto che qualcosa di simile si può dire di qualunque posto al mondo.

(Sì, lo so che ho appena dato una prova del fatto che la sintesi non è il mio lavoro).

Due settimane fa sono stato a Padova, e, devo essere sincero, non l’ho trovata bella come mi sarei aspettato (un po’ come mi è successo con Atene, anche se non ad un livello così profondo). Mi ha emozionato camminare per le sue vie, certo: Padova è sede di un’università tanto antica quanto famosa, in essa si trova uno dei teatri anatomici più famosi al mondo e, senza mezzi termini, si può dire che la medicina moderna, quella in cui io ed i miei colleghi siamo stati cresciuti, sia nata qui. Qui ha compiuto le prime descrizioni dei nostri organi interni Andrea Vesalio; qui studiò William Harvey, lo scopritore della circolazione sanguigna; qui ha insegnato Giambattista Morgagni, il padre dell’anatomia patologica. In quelle stesse vie in cui io ho camminato, in quelle stesse piazze dove mi sono fermato, sotto gli archi di quell’imponente palazzo che si chiama Palazzo della Ragione, avranno camminato anche loro; quella stessa aria che io ho respirato, l’hanno respirata (forse, solo, con molte meno polveri sottili) anche quelle persone, senza le quali una parte di quel che sono oggi (la parte che ogni mattina mette lo stetoscopio sulla schiena di una persona con una brutta tosse) non esisterebbe.

A Padova, per un periodo (uno dei più fecondi della sua vita) visse ed insegnò anche Galileo Galilei; e dev’essere per questo che i miei pensieri padovani sono stati, per così dire, matematici. Mentre ero lì, ed affrontavo il disappunto per non aver potuto ammirare la tomba di Antenore, attualmente in restauro (e quando mai), mi è capitato infatti di chiedermi: chissà quante possibilità ci sarebbero state, di nascere padovano. La risposta giusta, a ben vedere, è: nessuna.

Non mi piace molto pensarlo (ho un’ottima opinione del libero arbitrio), ma è un dato di fatto che io, il mio corpo e le connessioni neuronali che mi hanno portato a fare le scelte che hanno prodotto quello che sono, esistevano già, per così dire, a priori nel DNA dei miei genitori e, per la precisione, in quello spermatozoo e in quell’ovulo che, fatalità! (qui si usa spesso, questo intercalare), quella notte di novembre di un ventotto anni fa si incontrarono, si piacquero e decisero di continuare insieme quel gioco che si chiama vita; e, datosi che né mia madre, né mio padre, a quel che ne so, hanno mai avuto la benché minima intenzione di trasferirsi tra Po e Dolomiti, questo dovrebbe chiudere la questione.

Lo stesso si potrebbe dire anche di un bambino non ancora nato?, sento chiedere qualcuno di voi (non è vero, ma non ho trovato un artificio retorico migliore di questo); la risposta, come giustamente intuito da chi ha posto quest’arguta domanda (captatio benevolentiae) è, ovviamente, no. Possiamo anche calcolarla questa probabilità, anzi; purché ci accontentiamo di una stima piuttosto approssimata.

L’Italia ha, andando a spanne, circa sessanta milioni di abitanti; Padova, invece, di abitanti ne fa poco più di duecentomila. Supponiamo, che per semplicità, tutte queste persone siano in grado di concepire un figlio stanotte, e che, essendo Dioniso in piena attività in questo periodo, tutti decidano di farlo; supponiamo, pure, che qualunque bambino che abbia almeno un genitore (ci ricordiamo che i figli si fanno in due, sì?) residente a Padova, nasca e cresca anch’egli a Padova. Disponendo di questi numeri, e facendo un calcolo piuttosto sbrigativo (e probabilmente sbagliato), se ne deduce che la probabilità che uno qualunque dei bambini italiani che nasceranno da qui a circa nove mesi sia padovano sono di: centomila su trenta milioni (probabilità che il papà sia padovano; stiamo considerando la popolazione equamente divisa tra maschi e femmine) più centomila su trenta milioni (probabilità che lo sia la mamma); ossia, dello 0,66%.

Vogliamo spingere i nostri calcoli un po’ più in là, e supporre che quel bambino debba essere proprio uno specifico abitante di Padova? Nella città veneta si trova un famoso caffè, il Caffè Pedrocchi, fondato nel 1772 ed a tutt’oggi in attività; alcuni miei colleghi che lo avevano frequentato da studenti mi hanno consigliato di andare a provare l’omonimo caffè Pedrocchi, una sorta di cappuccino con sopra panna, menta e cacao. La mia passione per i sapori contrastanti mi ha condotto fin lì; non sono stato deluso (se non dal prezzo, decisamente eccessivo per un cappuccino aromatizzato alla menta).

Il Caffè Pedrocchi è, evidentemente, una delle attività di maggior successo di Padova; ci vuole, ammettiamolo, una gran fortuna a nascere in quell’eletta schiera che si spartisce i dividendi di quel locale. Quanta fortuna, per la precisione? Esageriamo: che, di quei duecentomila padovani che hanno deciso di diventare padovani, venti (sempre equamente divisi ambosessi) siano destinati ad ereditare in qualche modo una parte degli incassi del Pedrocchi; quindi, la probabilità di essere padovano del Pedrocchi è: dieci su centomila (se il papà è del Pedrocchi) più dieci su centomila (se lo è la mamma). Probabilità totale: una su cinquemila. Considerando che solo uno 0,66% di tutti i bambini italiani che nasceranno sarà padovano, la probabilità che un bambino preso a caso sia un padovano del Pedrocchi è all’incirca di sette su cinque milioni. Non così poco, se si considera che la probabilità di fare sei al Superenalotto è, su per giù, di uno su oltre seicento milioni; si potrebbe, a questo punto, addirittura avanzare la modesta proposta di indire una lotteria in cui il fortunato possessore del biglietto vincente diventi, ipso facto, uno del Pedrocchi.

La mia potrebbe sembrare una provocazione, verso i monopoli di stato o verso il Pedrocchi; non lo è. La letteratura si è già nutrita di simili suggestioni; in un racconto intitolato, appunto, La lotteria di Babilonia, nella sua raccolta Finzioni, Borges giunse, anzi, addirittura ad ipotizzare una società in cui ogni aspetto della vita delle persone fosse determinato da una lotteria, la cui estrazione si svolgeva, per di più, nel più assoluto segreto, ad intervalli che nessuno conosceva ed ai cui risultati si adeguava non per convinzione, ma per fede. Questa apparirà un’esagerazione letteraria; ma tale giudizio è miope, e non considera quale influenza abbia il gioco d’azzardo sulle vite di molti.

Così, la mia proposta, di inserire come “jackpot” di una lotteria un posto nel consiglio di amministrazione del Pedrocchi (o di qualunque altra impresa italiana, per carità), può essere vista come una specie di estensione del concetto alla base del Win for life, che promette una certa cifra ogni mese per vent’anni.

L’unica differenza, probabilmente, è che la mia proposta è più onesta.

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22 thoughts on “Sette su cinque milioni

  1. Caspita, sei venuto a Padova e non me l’hai detto?
    Se ti va, la prossima volta (compatibilmente con gli impegni) ci si incontra.
    Il Pedrocchi è costoso, specie se ti siedi al tavolino, ma ha una storia dietro tutta da scoprire.
    Esiste comuqnue anche una stanza interna dove ti puoi sedere senza obbligo di consumazione.
    Non sono tuttavia suo cliente abituale, in tutta la mia vita ci sarò entrato si e no 10-15 volte, e tra l’altro studiavo all’Univerisità a soli 100 metri.

    Comunque a livello artistico Padova potrebbe stupire: Cappella degli Scrovegni (Giotto, capolavoro assoluto mondiale), il Prato della Valle (seconda o terza piazza più grande del mondo con un’isola al centro), le piazze, le chiese. Io son contento di viverci.

    Alla prossima, ciao

    • Agli Scrovegni purtroppo per entrare si deve prenotare con mesi d’anticipo, la mia è stata una gita estemporanea, e quindi… il Prato della Valle invece l’ho visto, lavorando vicino ho molti colleghi che hanno studiato a Padova e sapevo bene che dovevo andarci :-). Piazza molto particolare, mi è piaciuta!

  2. mi sono perso un attimo anch’io sui numeri, ma effettivamente constato che questo è uno di quei post in cui riesci a dare del tuo meglio per scrivere in tremila parole quello che avresti potuto dire in cento 😛
    (ma non è neanche tanto questo, il punto, perché sai che mi piace leggerti. il punto è che mi citi i pooh, e questo è stato un duro colpo, ma davvero duro da accettare XD )

  3. A differenza di Amme, anch’io apprezzo i Pooh, e mi stupisco. Il Gaber che non t’aspetti. Non dico che sia una discografia titanica, la loro. Ma meritano più rispetto di quanto gliene venga tradizionalmente accordato. Per il resto: una prospettiva interessante.

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