Un articolo lungo quasi ottomila metri (che poi non significa che sia più facile)

Domenica scorsa, nell’ambito di quel progetto di esplorazione della regione Veneto e zone finitime di cui ho parlato anche nel post precedente (nel caso la sua lettura vi spaventi: tranquilli, ci saranno pochi numeri, in questo articolo, anche se parecchie parole in più), sono stato a Trento.

Non ho intenzione, almeno per ora, di spendere parole sulla bellezza o sulla bruttezza del capoluogo del Trentino; piuttosto, dirò che una sua caratteristica è evidente anche per il visitatore distratto: Trento non è quella che uno si immagina.

Tanto per cominciare, agli occhi di chi ha potuto conoscerla solo sulle cartoline e sui libri di geografia e, soprattutto, di storia, essa appare irrimediabilmente piccola, per una città della sua importanza. Il suo centro storico si gira a piedi in meno di tre ore (se avete un passo particolarmente lento) e, mi dice Wikipedia, considerando pure le sue frazioni più remote, non raggiunge i centoventimila abitanti. Per fare un raffronto, Padova, di cui abbiamo parlato nel post linkato più su e che nei libri di storia merita solo un rapido accenno nel maxi-elenco che arricchisce (si fa per dire) il capitolo sull’evoluzione del comune in signoria e che ci informa che i Malaspina avevano il potere su Rimini, gli Estensi su Ferrara, i Visconti su Milano ed i Da Carrara su Padova (perché uno non si ricorda mai le cose davvero importanti), di abitanti ne fa più del doppio.

Intendiamoci: questo non è giudizio di merito; è una mia impressione. Pure, mentre eravamo da qualche parte tra via Rosmini e via XXIV Maggio (che anche la toponomastica può essere, in qualche modo, una forma di violenza o almeno di prevaricazione), non ho saputo trattenermi ed ho detto, a chi era con me: “Certo che a guardarla così, è come aver fatto una guerra mondiale per conquistare Pizzoli“. Non me ne vogliano i trentini all’ascolto.

L’altra caratteristica di Trento che non si può fare a meno di notare (assenza, più acuta presenza) è che non è affatto una città di montagna. Anche questa volta me lo conferma Wikipedia, ed anche questa volta non ne avevo bisogno, grazie: da davanti il portale del duomo di San Vigilio ho volto gli occhi in su, ed ho visto Sardagna, la frazione che si staglia sul suo abitato da sopra un costone di roccia talmente ripido che, per raggiungerla, si deve prendere la funivia. Ebbene: il dislivello tra la frazione ed il centro è palpabile, eppure Sardagna sta a soli seicento metri sul livello del mare. Trento è circondata da monti, alcuni dei quali magnifici nella loro asperità, ma è una città di fondovalle, ed in questo il posto che le somiglia di più, tra quelli che ho visto, è Verona, che come lei è costruita sulle rive dell’Adige; anche a Trento, probabilmente, d’estate si soffoca per il caldo, e solo un ingenuo abitante del “sud” (cioè, di quasi tutto il resto d’Italia) potrebbe pensare: vado a prendere il fresco a Trento. Da lì, sono ben lontane le rigidità delle cime alpine; non esiste nessuna “zona della morte”, attorno a Trento, come, d’altronde, non esiste in nessun altro posto del mondo che non sia in una ristretta porzione dell’Asia.

“Zona della morte” è un concetto alpinistico, e indica quella zona (solitamente, oltre gli ottomila metri di altitudine) in cui sopravvivere per più di pochi minuti senza riportare gravi danni fisici è impossibile. Più si sale, meno ossigeno c’è nell’aria; meno ossigeno c’è nell’aria, più le cellule faticano a mantenere in attività quei delicati motori molecolari (gli enzimi) ogni secondo tagliano, cuciono, riparano, modificano, sintetizzano, distruggono per mantenere quella delicata condizione di equilibrio (l’omeostasi) che ci consente di vivere e che consuma molta, molta energia: più di quanta possiamo produrne, senza la giusta dose di comburente per bruciare il combustibile che mangiamo. Come se non bastasse, c’è il freddo che strizza i vasi che portano il sangue ai tessuti, fa appiccicare tra loro i globuli rossi e congela l’acqua in cui le cellule svolgono tutte le loro funzioni; infine, se si è davvero sfortunati, specie se si arriva in quota troppo in fretta, si può andare incontro ad edema polmonare e cerebrale. A parecchie centinaia di chilometri dal più vicino ospedale.

Insomma, la “zona della morte” ha poco a che fare con la “zona morta” di un bel libro di Stephen King, se non che, come questa, potrebbe essere la protagonista di un film dell’orrore; un film dell’orrore che, a ben vedere, potrebbe avere solo un ristretto numero di set: quattordici in tutto il mondo; le quattordici montagne, con l’Everest in testa, che possono fregiarsi dell’onore di superare gli ottomila metri di altitudine sul livello del mare. Perché, allora, parlando di Trento, mi è venuta in mente la zona della morte? La colpa è di una fotografia, che è esposta in una delle sale del Museo delle Scienze di Trento.

La fotografia in questione racconta una storia ed immortala tredici uomini; sorridono tutti, ed almeno per un paio di loro si può dire che lo fanno perché non sanno cosa li aspetta (uno di loro sarebbe morto di lì a poco, proprio per edema polmonare). Indossano tutti dei pesanti cappotti, tranne il terzo in piedi da sinistra, che si accontenta di un maglione, e che è anche uno dei pochi che non porta un cappello. Ha barba e capelli fluenti (una cosa che non era così di moda quando la foto fu scattata, nel 1954), ed è un ragazzino di venticinque anni. Sarà meglio che vi ricordiate di lui perché, insieme ad altri due degli uomini che quella foto ha fissato nei secoli dei secoli (o, almeno, finché la carta su cui è stampata, la pellicola su cui fu scattata e tutti i supporti elettronici su cui viene condivisa non saranno dissolti dai secoli stessi) ed ad uno che, non per caso, in essa non compare, sono i protagonisti della nostra storia. Si chiamano Lino Lacedelli, Achille Compagnoni, Walter Bonatti (il ragazzino) ed Amir Mahdi. Che, come avrete capito dai nomi, è quello che non si meritava di essere eternato nella memoria dei posteri, anche se l’anno prima, su una montagna che si chiama Nanga Parbat (uno degli ottomila, quello col peggior rapporto tra numero di ascensioni tentate e morti), aveva salvato la pellaccia ad un austriaco, Herman Buhl, che era arrivato in cima ma non riusciva più a riscendere.

Forse i più di voi lo sanno ma, comunque, io lo dico lo stesso: per consenso quasi generale degli esperti (con in testa Reihold Messner), il K2 è l’ottomila più difficile da scalare; potrà quindi sembrare motivo di orgoglio nazionale il fatto che, a scalarla per la prima volta (o, per meglio dire, a scalarla per la prima volta per quello che ne sa la storiografia occidentale) siano stati degli italiani. Le cose, però, sono un po’ più complesse di così; e possono rappresentare un perfetto exemplum di quella che, con malcelato autolesionismo, potremmo chiamare “un’impresa italiana”.

Nel 1954, una spedizione italiana (quella che la foto ricorda), guidata da Ardito Desio parte alla conquista del K2; non parte affatto in pace. Almeno nell’ambiente specializzato, la scelta degli alpinisti desta più di qualche perplessità: viene infatti escluso uno dei migliori scalatori italiani del tempo,  Riccardo Cassin. Che, dicono delle malelingue, col suo carisma avrebbe potuto oscurare la figura di Desio, che i suoi compagni presero a chiamare, durante i difficili mesi che seguirono, ducetto.

La spedizione, ad ogni modo, raggiunse le pendici della seconda montagna più alta della Terra, reclutò qualche decina di abitanti del posto e fissò la sua base operativa intorno ai cinquemila metri; da lì, com’era usuale al tempo, si partì per fissare campi intermedi, a quote sempre più elevate. Tra i problemi e le tragedie che, spesso, funestano imprese come questa (tra cui la già citata morte di Mario Puchoz), si giunse, finalmente, alla sera del 30 luglio: quella precedente all’assalto della vetta. Per andare in cima, vennero scelti Compagnoni e Lacedelli, i quali partirono per fissare l’ultimo campo, accordandosi con i compagni sul fatto che lo avrebbero piantato alla quota di ottomila metri e cinquanta.

Come si vede, questa quota è all’interno della zona della morte. Il che, in effetti, non è un problema, per chi ha a disposizione delle bombole d’ossigeno; Compagnoni e Lacedelli ce l’avevano. E ce le avevano pure, anche se negli anni successivi lo negarono, quando la mattina dopo, il fatale 31 luglio del 1954, lasciarono l’ultimo campo e si diressero verso gli ottomila e seicento metri che il K2 mette tra se ed il mare più vicino. Ma quelle bombole non le avevano portate loro, lì sopra; no, a portarcele erano stati Bonatti e Mahdi. Gli altri due.

Molti dei componenti della spedizione, infatti, pur essendo alpinisti esperti, accusarono pesantemente le difficili condizioni cui le quote estreme le sottoponevano; era così capitato che, partiti per portare delle bombole a Compagnoni e Lacedelli, due di loro avessero dovuto desistere dal compito, abbandonare precipitosamente il prezioso carico e tornare ad un’altitudine più vivibile. Fu quindi deciso di inviare Bonatti e Mahdi, che erano i più in forma e che vennero convinti, forse, con la promessa di poter raggiungere la vetta insieme ai due designati, a recuperare le bombole ed a portarle all’ultimo campo. Bonatti e Mahdi compirono egregiamente il proprio compito; non lo stesso si può dire, invece, di Lacedelli e Compagnoni: che, invece che ad ottomila metri e cinquanta, avevano posto il campo cento metri più in alto.

Cento metri possono sembrare un’inezia, specialmente raffrontati ad ottomila; sono però la distanza tra la vita e la morte, quando si è in un ambiente estremamente ostile come quello che sta in cima al K2. Bonatti e Mahdi vennero sorpresi dalla notte che calava; impossibilitati tanto ad andare avanti, quanto a tornare indietro, più di una volta urlarono per chiedere l’aiuto di Lacedelli e Compagnoni. Che si limitarono a rispondere a voce, pare dicendo loro di tornare da dove erano venuti.

Bonatti una volta ha così laconicamente riassunto quell’avventura: “Io so solo che quella notte, sul K2, sarei dovuto morire, ed invece non sono morto”. Non si seppe mai perché Lacedelli e Compagnoni (che la mattina dopo riuscirono effettivamente a conquistare la cima) abbiano spostato il campo; alcuni dicono che era loro intenzione tentare l’impresa (o, almeno, lasciar pensare di averla tentata) senza fare ricorso alle bombole d’ossigeno, proprio come l’anno prima Buhl aveva fatto sul Nanga Parbat (la storia, se così è, non aveva loro insegnato nulla). Sta di fatto che Bonatti e Mahdi furono costretti a passare una notte all’addiaccio, a cinquanta sotto zero, in piena zona della morte, senza altro riparo che i vestiti che avevano addosso. Mahdi ne ricavò un delirio e l’amputazione di sette dita dei piedi; Bonatti, una inguaribile ferita nell’animo.

L’alpinista italiano si prenderà, col tempo, una lunga serie di soddisfazioni (quattro anni dopo gli eventi del K2, scalerà il Gasherbrum IV: che è poco meno di ottomila, ma da molti considerato ancora più difficile); pure, ci metterà degli anni (quasi cinquanta) a far riconoscere la sua verità (sua e di Mahdi, diciamola tutta). La versione ufficiale, infatti, fu per lungo tempo quella di Lacedelli e Compagnoni: ascesa in vetta senza bombole, Bonatti e Mahdi inviati soltanto a recuperare quelle abbandonate dall’infruttuoso tentativo precedente di portargliele, non dovessero mai servire, e poi imbarcatisi, di loro propria iniziativa ed accecati da un desiderio di gloria (ingiustificato perché non rispettoso della gerarchia, par di capire), in un’impresa che non erano stati capaci di portare a termine e che era loro quasi costata le penne. Ed è proprio in questo modo di raccontarla, in questo modo ripulito, privo di contrasti, in cui si finisce per far apparire un’impresa disperata figlia della necessità come una ragazzata, che sta l’esemplarità di questa storia.

Partire dall’Italia, con l’intento di conquistare una montagna che sta in un altro stato, servendosi di rappresentanti di tribù locali senza riconoscere loro il giusto riconoscimento e, per di più, quasi ammazzandone uno nel tentativo, è, per quanto si vogliano riconoscere altre motivazioni e la buona fede di quasi tutti i partecipanti, qualcosa che può essere indicato con un solo nome: colonialismo.

E la cornice narrativa in cui è stata inserita per tanto tempo fa il paio con quella degli italiani brava gente.

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9 thoughts on “Un articolo lungo quasi ottomila metri (che poi non significa che sia più facile)

  1. Italiani, popolo di marinai… e scalatori.
    A Trento ci sono stato per lavoro diverse volte, è una città gradevole anche se non grande come ci si possa aspettare. E’ sita in una conca, ed in effetti è impregnata d’afa d’estate ed umida d’inverno.
    Non l’ho trovata brutta, e poi si mangia in modo squisito.
    Preferisco tuttavia (a livello storico/monumentale/architettonico) la mia amata Padova.

  2. i fatti mi sono molto noti, da amante della montagna e delle sue storie, ma giusto riconoscerti, come sempre, la bella narrazione.
    p.s. pur non essendoci ovviamente mai stato e potendo affidarmi solo al vociare più o meno esperto di giornalisti, scalatori e compagnia cantante, ho sempre pensato fosse l’annapurna la montagna più “bastarda”, col peggior rapporto tra successi ed infauste spedizioni

    • Io ricordavo il Nanga Parbat, ma credo che si dividano quasi alla pari il titolo. Confesso che uno dei sogni della mia vita è scalare un ottomila (con l’Everest in cima, ovviamente).

      • lo sarebbe anche il mio, ma temo lo rimarrà per sopraggiunti limiti di età (pur consapevole dell’esistenza della seconda giovinezza ma, come dire…). per ora, riguardo ad altitudine, mi sono “accontentato” di scalare i 4500 e qualcosa del rosa; prossimo obiettivo (stagionale? forse) il bianco. si va insieme? 🙂

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