Di cosa è nome un nome?

Come sa chi mi conosce o, anche, chi mi segue da un po’, uno degli argomenti che più mi affascinano è quello della finzione.

Uno dei miei scrittori prediletti, credo di averlo ripetuto fino alla nausea (degli ascoltatori ed anche mia), è Jorge Luis Borges, ed uno dei libri più famosi dell’autore argentino si intitola, appunto, Finzioni. Uno dei miei romanzi preferiti, d’altro canto, è Il pendolo di Foucault di Umberto Eco che, se dovessimo giocare a riassumere con una frase un intero libro, sarebbe una cosa tipo: “se racconti tante volte una storia, alla fine quella storia diventa vera”. Ho scritto un post che si intitola Realtà e statistica, ed ho raccontato una esperienza magica in un altro post che prendeva il titolo da questa frase di H.P. Lovecraft: gli uomini di più ampio intelletto sanno che non esiste una vera differenza tra il reale e l’irreale. Da quasi tre anni, a proposito di magia, studio e pratico assiduamente (anche se, vista la mia cronica pusillanimità, pochi hanno potuto apprezzare i miei progressi, se ve ne sono stati) l’illusionismo, che è l’arte basata sull’inganno e, quindi, sulla finzione per eccellenza.

Insomma: sono abbastanza appassionato della materia da sapere che, in un modo o nell’altro, di qualunque cosa ci si occupi, nella vita si avrà sempre a che fare con la finzione. Me ne sono accorto quando studiavo per diventare medico: ci saranno almeno una quindicina di malattie (col lupus in testa) che vengono chiamate nella letteratura anglosassone the great deciever, il grande ingannatore (che è pure uno degli attributi propri del diavolo), per l’aspecificità dei loro sintomi e per la loro “capricciosità” (possono essere presenti come no, presentarsi in un momento qualsiasi del decorso della patologia, giocare a nascondino comparendo all’improvviso ed andandosene lesti come sono venuti…).

In psicologia sociale esiste un paradosso (che, se non ricordo male, si chiama “paradosso dello specchio”) che spiega perché due uomini, lasciati a conversare per un tempo sufficientemente lungo, finiscono per litigare: partendo entrambi dalla presunzione (giusta) di avere ciascuno un cervello che funziona in modo simile, arrivano pure a ritenere (sbagliando) che anche la mente dell’interlocutore e la propria debbano funzionare allo stesso modo; quindi, se l’altro non la pensa come noi su quanto quella battuta faccia ridere, sull’opera pittorica di Picasso o su dove debba passare il confine tra Ciad e Sudan, allora lo sta facendo apposta per farci incazzare. È un paradosso figlio della presunzione, la presunzione di credere che tutti abbiano vissuto la stessa vita che abbiamo vissuto noi, che abbiano fatto le nostre stesse esperienze ed acquisito le nostre stesse conoscenze.

Sono conscio dell’esistenza di questo paradosso, e mi rendo conto che non tutti abbiano sviscerato l’opera di Borges o studiato il lupus eritematoso sistemico (la combinazione di queste cose, ovviamente, non mi conferisce alcun merito); eppure, non riesco a capacitarmi di come, essendo per me così evidente che essa è presente in ogni anfratto della vita, tante persone trovino così scandaloso che ci sia la finzione anche su Internet. Avete seguito, qualche mese fa, il dibattito sulla post-verità? Ecco, in quei giorni sembrava che quell’indignazione non avesse mai avuto tanto seguito.

Post-verità, per altro, è una parola che, a mio modesto parere, è battuta per bruttezza solo da femminicidio; e che, ovviamente, ha incontrato la piena approvazione di tutti, tanto che gli Oxford Dictionaries l’hanno nominata “parola dell’anno”. Non ho ben compreso cosa voglia esattamente dire: Rick DuFer ritiene che essa sia una “verità” che viene creduta solo perché rafforza certe nostre convinzioni sull’esistente, ed in questo caso non si capisce perché c’era bisogno di una parola nuova, visto che il confirmation bias lo conosciamo ormai da anni; gran parte della stampa italiana, invece, ha usato il termine come sinonimo di bufala. Qualcuno ha fatto notare come in tale atteggiamento dei giornalisti ci sia molta malafede, essendo spesso proprio i media tradizionali i maggiori diffusori di notizie false; non so se da parte della stampa italiana ci sia stato un tentativo di “scaricare la colpa” di un peccato con cui, a ben vedere, la stampa ha flirtato fin dalla sua nascita, soprattutto la stampa in qualche modo legata al potere: l’esempio di scuola è il fango rovesciato sistematicamente (tanto da aver fatto parlare il compianto Giuseppe D’Avanzo di “macchina del fango”) addosso agli oppositori del governo Berlusconi da parte dei giornali di famiglia del Cavaliere, ma secondo me si potrebbero avere sorprese andando a studiare gli articoli scritti da Repubblica quando era presidente del consiglio Matteo Renzi. D’altronde, non mi interessa nemmeno tanto scoprire se è davvero così oppure no: tra i giornali ed Internet è in corso una guerra senza quartiere fin dalla nascita del Web; essa è iniziata per un motivo “ideologico”, nel momento in cui i giornali si sono resi conto che Internet poteva essere davvero un mezzo di liberazione della conoscenza, è giunta ad una tregua quando anche la Rete è stata divorata dal turbocapitalismo di Facebook ed Apple e le testate giornalistiche si sono rese conto che potevano servirsene per aumentare i propri guadagni (a volte, anche propalando notizie false), ed è esplosa in un nuovo scontro (di cui la “post-verità” rappresenta una delle fasi), questa volta di carattere economico.

Quel che è certo è che confondere la “finzione su Internet” con le “bufale su Internet” significa essere incredibilmente, stupidamente superficiali, perché significa, semplicemente, non aver compreso che esiste un’enorme differenza tra mentire far finta; e, pure, che è connaturato ad un luogo che è la quintessenza della “realtà virtuale”, quello di essere un teatro in cui far finta.

Ai tempi in cui ho iniziato a servirmene io, andare su Internet come se stessi era qualcosa di raro; tutti davano per scontato che la persona con cui stavi parlando era una persona in senso etimologico: ossia una maschera, un’apparenza che ognuno calava su chi era nella vita quotidiana per chiacchierare due ore su una chatroom o per discutere di circuiti stampati su qualche forum geek. Il riserbo con cui si concedevano i propri dati privati aveva a che fare non solo con una più diffusa percezione dei pericoli, ma anche con la convinzione che agli altri poco interessasse sapere chi eravamo fuori da Internet, di vedere l’uomo dietro il personaggio. Ho conosciuto gente dai nickname fantastici, ai tempi in cui imperavano i forum; ma sono sicuro che Mario Rossi non sarebbe stato divertente quanto Son of Smaug.

Per me, questo è vero ancora oggi; stimo i miei lettori molto intelligenti, nonostante leggano le cose che scrivo, e per questo sarei davvero sorpreso, se scoprissi che qualcuno di loro crede davvero che Gabriele (che, per chi non lo sapesse, è il mio vero nome) è in tutto e per tutto Gaber Ricci (e viceversa). Potrebbe sembrare una sciocchezza, ma il fatto che una volta fosse praticamente obbligatorio scegliersi un nome per stare su Internet permetteva di rendersi conto con serenità (a meno di avere gravi psicopatologie, ovviamente) di dove finiva Internet ed iniziava la vita di tutti i giorni; la porta del teatro la si vedeva bene, e si sapeva che prima di entrare o uscire bisognava cambiarsi d’abito.

I nomi sono una cosa seria: gli egizi attribuivano alle persone due nomi, uno “pubblico” ed uno “reale”, che solo pochi intimi potevano conoscere; avendo accesso a questo nome, infatti, era possibile lanciare malefici contro il suo possessore (Borges, sempre lui, ritiene che a questa antica superstizione si debba il moderno reato di diffamazione). Roma aveva un nome segreto, e se uno dei pochi che ne erano a parte lo avesse rivelato, sarebbe stato punito con una morte infamante e crudele. Alla luce di questo, io credo che le cose hanno cominciato a confondersi, e siamo diventati incapaci di distinguere dove finiva il fare finta e dove iniziava la menzogna, nel momento in cui abbiamo cominciato ad utilizzare i nostri nomi “veri” su Internet. Nessun attore (con l’eccezione di Aldo, Giovanni e Giacomo, a quel che ne so) ha mai portato in scena, ininterrottamente, per ventiquattr’ore al giorno, lo stesso personaggio, che per altro ha il suo stesso nome; si finisce per ritrovarsi come un personaggio di Pirandello.

Ecco, se chiedessero a me qual è il problema della Rete oggi, risponderei questo: le persone non sono più capaci di vedere lo “strappo nel cielo di carta“.

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12 thoughts on “Di cosa è nome un nome?

  1. Sei stato molto generoso a riferirti dal mio al tuo blog che è davvero corposo e dal quale ho messo il mio like ripromettendomi di leggere con cura anche per i molti richiami ad altri post.
    Dunque tiri posso rinnovare i miei auguri di una Pasqua serena?
    🌺🌻🌼🌷⚘🌹🥀🏵💮🌸🌼🌻🌺🌹⚘🌷
    Sherabientot

  2. Ho aperto il blog anni fa nel tentativo di trovare soluzione ad alcuni miei problemi interiori. Devo dire che l’obiettivo è stato parzialmente raggiunto, anche grazie allla proficua interrelazione con gli altri bloggers (parola che aborro, by the way).
    Ho deciso sin da subito di non cadere nel tranello magico del web, ovvero quello della finzione, tentando sempre e comunque di essere me stesso, e raccontando la realtà della mia vita (e dintorni). Ed ecco che il nickname (kikkakonekka) ed il vero me stesso (Andrea) si fondono, per dar vita ad un blog che racconta me stesso.
    Ma io, come te, siamo gente vera, reale, tangibile. Non avrei mai pensato, all’inizio, che la barriera creata dal web potesse essere tanto fragile da potermi permettere di conoscere bene anche altri che, come me, trovano una dimensione nuova in questo spazio.
    Purtroppo ci si rende conto che il web suggerisce la finzione (ed anche la menzogna), ma credo che sia maggiormentre un’arma (o una vizio, o una cattiva abitudine) di chi ha interesse a propagare/propagandare informazioni non corrette. E’ questo al momento il rischio maggiore della informazione via web. Gli esempi sono numerosissimi, come per esempio il metodo Boffo che scoppiò anni fa via web e via carta stampata.
    A noi, nel web, resta un orticello che possiamo curare bene ed esserne soddisfatti, per noi stessi e per tutti coloro che posso ammirarne i colori ed i contenuti.
    Ciao Gabriele e Buona Pasqua

    K! / Andrea

  3. la dimensione che trovo più interessante in questo gioco di finzione è in realtà nella direzione opposta, se ho capito giusto il tuo ragionamento: il rispetto di un anonimato agevola il ridimensionare i contenuti virtuali che riguardano la sfera personale anche – o forse sopratttutto – per chi scrive. intendo dire, che io non sono certo in tutto e per tutto adp, ma non avrei creato adp se non avessi deisderato mantenere (più o meno) anonima la mia identità. detto per inciso, ti confesso che il mio nickname ha iniziato a starmi per il 50% discretamente sulle palle dopo poco tempo (il 50% “di pensiero”, mentre il 50% “ammennicoli” mi sta tuttora molto simpatico. l’uso dell’acronimo, che mi diverte molto con quel suo vago richiamo biologico, in ogni caso ha stemperato molto).
    p.s. ma il paradosso dello specchio non era quello… “perché destra e sinistra si invertono e alto e basso no?” XD 😛 😛 😛

    • Certo, è proprio quello che volevo dire. Facciamo una metafora: l’internet pre Facebook somigliava di più ad un teatro, quello attuale ad un reality show.

      P.S.: ce ne sono diversi :-).

  4. Dopo un patetico tentativo di usare il mio vero nome, forzatamente naufragato perché avevo un nome molto comune, diventai Murasaki con mia grande soddisfazione, è questa seconda identità mi ha portato a scoprire una finezza manierata e pure un tantino smancerosa che nella mia cosiddetta Real Life era piuttosto difficile riconoscere. E sì, quando entravo in rete per incontrare Elrond, il Grande Mazinger, Raflesia e Smaug era divertente: puliti i pavimenti, stirate le lenzuola, corretti i compiti e preparato la lezione di geografia finalmente si andava a prendere il té virtuale con Raflesia e Smaug e a discutere di cose serie! Tra l’altro spesso Raflesia e Smaug avevano la firma ornata di citazioni legate al tema dell’autenticità delle maschere, che indossiamo per permettere alla gente di conoscere come siamo davvero, e simili – tutte cose molto belle, e su cui non avevo mai riflettuto.
    Sono passati quasi vent’anni e sono attaccatissima alla mia identità hejan. Entrare su FB (dove pure giro sotto falso nome, ma mi han falciato il falso nome letterario e adesso ho un falso nome che potrebbe essere persino vero) dove quasi tutti hanno il loro vero nome mi fa una strana impressione. A volte, temo, mi sento un po’ un dinosauro. O una dama giapponese dei tempi andati.

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