Pasqua con chi vuoi

Già l’anno scorso, parlando di quella che probabilmente è la festività meno interessante del calendario, avevo decantato l’unica virtù che le si potesse attribuire, almeno nel mio pensiero: quella di stimolarmi a riflessioni utili. Utili, intendo, per torturare voi che ancora, pervicacemente, vi ostinate a leggere quello che scrivo.

Al contrario dello scorso anno, ed in accordo alla tradizione, quest’anno la Pasqua non l’ho trascorsa con i miei, ma con chi ho voluto (o, per quanto sia stata molto divertente, sarebbe meglio dire con chi ho potuto), ossia con dei miei colleghi che con me condividevano la iella di dover lavorare nel primo di una serie di weekend lunghi; pure, i discorsi post-agnello (#stacce, Silvio) sono stati motivo di ponderazione approfondita.

Una delle poche intervenute al sobrio pranzo che abbiamo messo insieme, infatti, partirà tra qualche mese per un viaggio in Giappone. Sì: se il trabocco d’invidia fosse (come prima o poi sicuramente sarà dichiarato) un’emergenza nazionale, senza dubbio nel momento in cui la notizia è stata annunciata la protezione civile si sarebbe messa in pre-allarme; ma lasciamo stare.

Il punto è che l’intervenuta in questione chiedeva ad un commensale, che nella Terra del Sol Levante c’è già stato, indicazioni a proposito dell’itinerario da seguire; e così, tra Tokyo, Kyoto, Nara ed il monte Fuji, in un certo momento (dovevano essere più o meno le quattro meno dieci) è spuntato il nome di Hiroshima. Dove il mio collega si trovava, per una di quelle coincidenze che secondo qualcuno non sono coincidenze, il 6 agosto del 2015. Nel settantesimo anniversario dello sgancio della bomba atomica che rase al suolo la città e mise il mondo intero di fronte alla dimostrazione che l’estinzione era una possibilità concreta. E che poteva essere causata non già dalla mano dell’onnipotente Dio, ma da quella dell’onnipotente uomo (o, forse sarebbe meglio dire, di un uomo praticamente onnipotente).

Dai tempi in cui ci si è resi conto che i giochi di Enrico Fermi con una fontana di pesci rossi e le teorie di Planck ed Heisenberg avevano applicazioni che riguardavano parecchie persone (praticamente tutte le persone), anche al di fuori dei laboratori di fisica, l’atomica è un argomento in grado di polarizzare le conversazioni; di questi tempi, in cui stiamo vivendo un revival ridicolmente grottesco della guerra fredda e del modo in cui veniva gestito il possesso (o il presunto possesso) delle armi atomiche prima che gli Stati Uniti quella guerra la stravincessero, ancor di più. La nostra conversazione, ovviamente, non ha fatto eccezione.

Ad un certo punto, siamo giunti a parlare delle molte crisi di coscienza e delle riflessioni che la bomba di Hiroshima aveva provocato in chi, in un modo o nell’altro, aveva contribuito alla sua realizzazione (si pensi, ad esempio, ad Einstein o ad Oppenheimer) e, anche, in quelle persone che, di lì a qualche anno, avrebbero iniziato a dichiarare la propria opposizione non solo a questa o a quella guerra, ma al concetto di guerra in generale. Qualcuno, allora, ha domandato: ma, oggi, una strage come quella di Hiroshima provocherebbe un sommovimento morale non dico pari, ma almeno simile a questo? La risposta, unanime, è stata un no. Il motivo, ho azzardato io, è che alla violenza siamo assuefatti fin dall’infanzia. Mi rendo conto che sia un luogo comune: ma non è detto che un luogo comune debba essere per forza falso. Sono cresciuto con la guerra dei Balcani, so quello che dico.

La persona che aveva avviato questa lunga conversazione, a quel punto, ha fatto una riflessione interessante: perché proprio noi, che in teoria siamo la generazione che più dovrebbe essere aperta al concetto di condivisione, siamo così poco capaci di empatia? I pareri sono stati discordanti. Io, da parte mia, ho detto che ritengo che la causa sia da ricercare nell’educazione che ci è stata data, e che ha puntato, innanzitutto, a renderci non solo indipendenti, ma anche egoisti. Non è un caso che la nostra generazione abbia generato il successo di Facebook (che essenzialmente è una piattaforma di auto-esposizione) e continui per la maggior parte (con me in testa) ad ignorare fenomeni che meriterebbero maggiore attenzione, come quello del crowdfounding.

Questa mia interpretazione è stata letta come un atto d’accusa (come in parte voleva essere) a quell’educazione che abbiamo acquisito da quella che potremmo chiamare la cultura diffusa del capitalismo; ma io non mi riferivo solo a questo: mi riferivo anche a ciò che ci è stato trasmesso dalla scuola e dai mezzi di comunicazione di massa. In fin dei conti, cos’è la minaccia di un brutto voto se si lascia copiare un compagno, se non un invito (neppure troppo celato) a pensare prima a se stessi e poi agli altri? E non parlatemi di meritocrazia, che è una parola apparentemente molto bella ma, a ben vedere, foriera di conseguenze catastrofiche.

I Wu Ming, a questo proposito, hanno detto più volte che è ridicolo parlare di una “egemonia della sinistra” per quel che riguarda il mondo della cultura dal secondo dopoguerra ad oggi. Sì, è vero che molti dei più famosi intellettuali del Novecento sono appartenuti, in qualche fase della loro vita ed in qualche modo, a quest’area politica; ma è vero anche che questi intellettuali non hanno contribuito a costruire la cultura diffusa di cui abbiamo parlato prima che in misura marginale: penso a Pierpaolo Pasolini ed al fatto che molti lo conoscano (al di là che per la sua omosessualità e per aver girato dei film con delle persone nude) per essersi messo dalla parte dei poliziotti che manganellavano gli studenti a Villa Giulia (in un intervento che molti non hanno letto, e che quelli che hanno letto non hanno capito) e per essersi detto contrario all’aborto (ma non per i motivi che oggi sbandiera Giuliano Ferrara, anche se nessuno lo immagina).

La parte maggioritaria di ciò che tutti noi pensiamo, per così dire, “in automatico”, deriva da ciò che scrive “Novella 2000” (o, oggi come oggi, “Leggo”) e da ciò che dicono i telegiornali della sera. Che, a ben vedere, appartengono più alla classe del “giornalismo popolare”, che a quella del “giornalismo d’inchiesta” o, addirittura, del “giornalismo letterario” tanto caro agli americani (che, pure, in termini di “giornalismo popolare” non vanno decisamente secondi a nessuno).

Ecco, per esempio, ciò che molti di noi pensano della guerra e di chi la fa al giorno d’oggi è figlio più di quello che hanno sentito al Tg1 durante gli anni della seconda guerra del Golfo, che dalla lettura di “Un anno sull’Altopiano” di Emilio Lussu. Lo dimostra il fatto che nella mia città esiste un sacrario, brutto quanto imponente, dedicato ad un militare (poco più che ventenne), che si chiamava come mio fratello e che è deceduto in Iraq durante un periodo di “missione all’estero”, contro la cui costruzione (presumo, pagata da qualche ente pubblico) nessuno ha mai protestato. Sia chiaro: non ho nulla, personalmente, contro quel ragazzo; ho molto, invece, contro l’immagine che ne è stata data. Da quando sappiamo che la guerra è fatta di sangue, budella e merda, e che in essa l’eroismo ha posto come un uomo vestito da pollo alla prima della Scala, una morte come la sua, che ci viene additata ad esempio, dovrebbe farci incazzare, e non commuovere. Eppure.

Uno dei libri più belli che abbia mai letto si intitola “Mattatoio n.5“. L’ha scritto Kurt Vonnegut, e racconta (anche) uno degli eventi più drammatici di tutti i tempi: il bombardamento alleato della città di Dresda, che fece il doppio dei morti di quello di Hiroshima, ed a cui Vonnegut, che all’epoca dei fatti aveva poco più di vent’anni, assistette. Nel primo capitolo di quel libro, Vonnegut ricorda che mentre, tra mille difficoltà, lo stava scrivendo, gli capitò di andare a trovare un suo ex commilitone, portando con sé i suoi figli, che avevano più o meno la stessa età del padrone di casa e che, come spesso accade, vennero messi insieme a giocare in una stanza, mentre i grandi parlavano dei (non tanto) bei tempi andati.

Vonnegut, durante la serata, si rese conto che la moglie del suo amico, Mary, provava una viva antipatia nei suoi confronti. Riuscito finalmente a rimanere solo con lei, gliene chiese il motivo; lei rispose: “Eravate solo dei bambini”, riferendosi ai tempi in cui lo scrittore ed il marito avevano fatto la guerra. Vonnegut non poté che assentire; ma Mary lo incalzò: “Ma lei sta scrivendo un libro su quella guerra, e questa cosa non la dirà; ed allora dal suo libro trarranno un film, e lo faranno interpretare da Frank Sinatra o da John Wayne o a un altro di quegli attori con la faccia da mascalzoni. Ed allora la guerra sembrerà una cosa bellissima, e ne faremo altre, ed a combatterle saranno dei bambini come quelli che ho mandato di sopra a giocare”.

La risposta di Vonnegut è una delle frasi più belle della storia della letteratura, e mi sono premurato di impararla a memoria (più o meno).

“Mary, io non so se riuscirò mai a finire questo libro. Ma le assicuro che, se lo finirò, non ci sarà posto né per John Wayne, nè per Frank Sinatra”.

Qui sta il problema, evidentemente. Cacciati dalle produzioni che lavoravano su storie belle come quella di Vonnegut, Wayne e Sinatra devono essere ridotti a prendere il posto di certi ragazzi morti ammazzati, in quei b-movie che chiamiamo “notiziari nazionali”.

Advertisements

6 thoughts on “Pasqua con chi vuoi

  1. Viviamo in un periodo storico e sociale in cui l’egocentrismo impera ovunque. Il mondo gira intorno a noi, ed i social media ne sono lo specchio.
    Ciò che avviene nel mondo reale viene percepito in maniera astratta, oppure come un ‘notizia’ tra le tante, assuefatti come siamo dal bombardamento di informazioni che ci arrivano da ogni dove.
    Guerra, malattie, drammi assumono importanza solamente se ci toccano da vicino, altrimenti ce ne possiamo dispiacere per 15 minuti o poco più.

  2. personalmente detesto questo tipo di feste in cui si debba per forza fare qualcosa anche se non ti va. Se le persone amano facebook e seguono questo social e non sanno nemmeno cosa sia il crowdfounding di chi è la colpa? Di chi crea questi social per addomesticare le menti o di chi ci sta appiccicato ogni giorno? Mi sono trovata durante le feste seduta a tavola con persone che mentre mangiavano stavano col cell in mano. Uno schifo! E sono persone che dicono che i social sono noiosi però poi postano tutta la loro vita lì dentro. Quindi se queste persone sono così stupide da fare queste cose io reputo stupide loro e non chi ha creato e speculato sui social. Se le persone sono stupide cosa ci si può fare? sono stupide, accettiamo la cosa.

    • Mattatoio n.5 lo cito spesso. Addirittura in un negozio di libri ho detto ad un ragazzo che non conoscevo e che stava soppesando il libro pensando di acquistarlo: compralo. È splendido.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s