Il mondo che lui vedeva

Stamattina, a Brescia, ho incontrato Philip Dick. Portava un trench beige ed un cappello di feltro, e sotto il braccio aveva un giornale. Il Corriere dello Sport o la Stampa, ora non ricordo.

Non c’è niente di strano nell’incontrare Philip Dick, che è morto più di trent’anni fa (nel 1982, ho scoperto a casa, quando ho potuto guardare su Wikipedia). Se si fosse trattato di Umberto Eco, avrei saputo di essere impazzito; se, invece, avessi visto William Shakespeare, ci sarebbe stato solo da ridere. Sarebbe stato fuori luogo anche incontrare Jorge Luis Borges o, addirittura, Isaac Asimov; ma no, da Philip Dick me l’aspettavo. E quindi, dopo che al semaforo ha girato a sinistra sul marciapiede mentre io dovevo andare dritto, l’ho chiamato.

“Ehi, Philip!”, ho detto. Lui si è girato; avevo indovinato. Era proprio lui, come in questa foto

philipdick

Barba e tutto. Solo che aveva un trench e un cappello di feltro.

“Ehi” mi ha risposto, senza scomporsi. Doveva essersi spruzzato abbastanza Ubik da sapere che non doveva assolutamente preoccuparsi, di star incontrando uno che era nato sette anni dopo la sua morte (lui non sapeva che io sono nato sette anni dopo la sua morte, perché Wikipedia non era stata ancora inventata, quando lui è morto. Ma questo non è un problema).

“Che ci fai qui?”, gli ho chiesto, non sapendo bene come avviare una conversazione. Lui è uno dei miei scrittori preferiti, ma mi sembrava ridicolo chiedergli un selfie. Ridicolo ed inquietante.

“Ci abito”.

“A Brescia?”.

“Sì, a Brescia. Perché?”.

“Non so. Pensavo vivessi a Santa Monica o a Berkley o, insomma, lì in California”. Ero confuso. Santa Monica si trova in California?

“Nah” mi ha detto lui. “È dal 1985 che non vivo più a Berkley. Sono venuto qui dopo essere stato un paio d’anni a Nimes, nel sud della Francia. Sì, doveva essere il 1991. Anche se non so quanto ti interessi. Magari vuoi solo un selfie”.

“Ma che scherzi, a me neanche mi piacciono i selfie”. Una cosa assolutamente vera. “Ma perché proprio a Brescia?”.

“C’è meno arsenico nell’acqua. Sai, quello che ci sciolgono dentro per avvelenarci”. Ha assentito con la testa alla sua stessa affermazione.

“Non è vero che sciolgono l’acqua nell’arsenico, e lo sai anche tu”.

“No, non lo so. Comunque, non penso tu mi abbia fermato per discutere di arsenico e piombo e Sostanza M nelle acque, giusto? Se hai sentito il bisogno di fare due chiacchiere con me ci sarà stato un motivo, no? E non dirmi che era per farmi i complimenti, perché non ci credo. Sono morto prima che qualcuno iniziasse a farmi i complimenti, e credo anzi che abbiano cominciato a farmi i complimenti perché sono morto. Tu avresti letto i miei romnanzi, se fossi stato ancora vivo?”.

“Sì”. Mi ha guardato con severità. “No. Non lo so”.

“Questa è una linea di dialogo da pessimo artista. Anzi, da artista di merda. E tu non sei abbastanza bravo da fare l’artista di merda”.

“Cristo, Philip” gli ho detto io, cominciando già a ridere “Non fare il Jerome Salinger”. Infatti, abbiamo riso. D’altronde, quello era Philip Dick, più o meno come me l’ero sempre immaginato. Perché non avrebbe dovuto ridere alle battute per cui avevo sempre immaginato che ridesse?

“Comunque sei un grande, Philip” ho continuato dopo un po’. “Tutti quei tuoi libri, tutta quella storia della labile differenza tra il reale e l’irreale, il fantastico ed il concreto, l’immaginato e l’accaduto, il vivo che pensa di essere morto ed il morto che ritiene di essere vivo… cazzo, ma sentimi, parlo come un critico di quelli che scrive le postfazioni. Come diavolo ti veniva in mente, questa roba? Dicono tutti che erano le droghe che ti calavi, ma io non ci credo”.

“E fai bene. Non ho scritto una riga dopo aver preso la droga. Ho sempre scritto romanzi realistici, e scrivere romanzi realistici è facile: basta copiare dalla realtà”.

“Romanzi realistici? Cazzo, Philip, ho capito che adesso tutti cercano di ficcarti dentro qualche casellina della storia della grande letteratura, post-moderno o avant-pop o Dio-solo-sa-quale-altro-nome-col-trattino… ma dai, tu eri uno scrittore di fantascienza! Uno scrittore di fantascienza non è realistico!”.

Lui ha sorriso sornione. Lo stesso sorriso, ovviamente, che ho sempre creduto che lui facesse. “Be’, anche questa conversazione è realistica, non ti pare? Eppure, io sono morto trentacinque anni fa o, almeno, così dice Wikipedia”. Siamo stati un poco in silenzio. “E comunque” ha continuato lui “un romanzo di fantascienza di adesso è un romanzo realistico del futuro. Non sei stato tu a scrivere qualcosa sul fatto che Fredric Brown poteva evocare una specie di vortice in cui ficcava la testa per vedere il futuro?”.

“Sì, d’accordo… dai, era un racconto”.

“Anche i miei lo erano”.

“Appunto! Non puoi davvero… ah, ma che cazzo ci parlo a fare con te. L’ho sempre immaginato, che fossi cocciuto”.

“Ovviamente, non potevi sbagliarti. Sei quasi un precog; e infatti, non vedo giornali. Io invece stamattina ne ho comprato uno, sai”. Ha toccato leggermente le pagine del quotidiano che aveva sotto il braccio. Forse parlava di come si prepara la Juventus alla finale di Champions League, o forse di come era andato il titolo della Juventus in borsa il giorno prima. Questo sì, non mi interessava molto.

Precog? L’unica cosa che posso prevedere è che se non ti scansi da lì” era sceso dal marciapiede. Una Polo grigio scuro per poco non lo prendeva sotto “finirai schiacciato, e secondo me stavolta morirai davvero”.

“Che è già qualcosa, per uno che ha letto i miei libri e sa che causa ed effetto a volte sono capricciosi”.

“Non sono mica libri di fisica, i tuoi”.

“Troppo giusto” ha concordato, compiaciuto. “Direi, piuttosto, libri di storia. Dal che, dovrai ammettere, ne deriva che sono realistici o, visto che li ho scritti qualche decennio prima che quella realtà divenisse reale (diciamo, reale con un buon 90% di probabilità), profetici. Ma tanto è lo stesso”.

“Adesso sei tu che giochi a fare il precog“.

“Io non gioco a fare il precog: io sono un precog. Ti sfido, e bada che mi porto in tasca una raccolta completa dei miei libri” ha toccato leggermente la sua tasca, senza la minima espressione di minaccia o sfida sul viso, come uno che sapesse che ormai esistono gli e-book reader “a trovare una sola cosa che io abbia scritto del futuro, che poi sarebbe il presente, ormai, e che non sia poi divenuta vera”. Stavo per intervenire, ma lui si è subito corretto: “O più o meno vera”.

“Oh, dai, posso farlo così a memoria e già solo dal libro tuo che sto leggendo in questo momento, Le tre stimmate di Palmer Eldritch: le macchine volanti a guida robotizzata, la colonizzazione del Sistema Solare, i viaggi spaziali, una droga chiamata Can-D ed un’altra chiamata Chew-Z, una rivoltante bambola di nome Perky Pat…”, ho contato, enumerando sulle dita. Su Perky Pat, è stato allora che Philip Dick è esploso.

“Oh, Cristo, ma se è così che hai letto i miei libri, lo credo bene che non li trovi realistici! Che, secondo te io potevo scrivere che nel ventunesimo secolo sareste ancora andati a spasso con le fottute macchine a combustione interna? Che avreste ancora guardato i film al cinema? Che non sareste stati capaci di andare nemmeno su Marte e che, comunque, non ve ne sarebbe fregato un cazzo? Che vi sareste fatti ancora di anfetamine, come facevo io, magari per passare un fottuto concorso che vi avrebbe permesso di avere una fottuta vita fottutamente e moderatamente felice? Chi vuoi che ci avrebbe creduto? Pretendevi davvero che scrivessi che avreste avuto le pubblicità di qualunque cosa, e ovunque, sulla televisione, sul giornale, sulle auto, sui cartelloni stradali, su quegli schermi da cui non vi staccate un minuto e, tra qualche anno, anche nei vostri sogni…”. Si è interrotto bruscamente, ed ha ritrovato la calma con la stessa rapidità con cui l’aveva persa. “Questo non dovevo dirlo” ha aggiunto, stringendo le spalle.

“Cristo” ha continuato “dici di trovare che ti piacciono le mie storie perché c’è tutta quella stronzata della differenza tra reale ed irreale e poi non capisci che… ma dai, cazzo, guardati intorno!”. Mi sono girato. Intorno a noi, c’erano solo gli studenti della vicina facoltà di ingegneria. “Ma no, ma no cazzo! Guardati intorno qui: la realtà, l’irrealtà, e stai raccontando questa nostra conversazione sul tuo blog! La realtà, l’irrealtà, è di questo che ho scritto! E tu lo stai dicendo su Internet!”.

L’ho stolidamente fissato, e poi ho detto: “Sei uno dei miei scrittori preferiti, Philip”.

“Lo so” ha risposto lui. “E infatti mi copi. Talmente tanto che poi, come me, finisci sempre per parlare delle stesse cose“.

Ci siamo guardati qualche secondo, in silenzio. Dovevo andare e lui, ovviamente, lo sapeva. Non ho ritenuto di salutarlo. Avremmo potuto incontrarci ancora, in futuro.

“Vuoi il giornale? Tanto non mi serve” mi ha detto lui.

“Sì, grazie” ho detto io. L’ho guardato allontanarsi tra gli studenti, il suo trench che ondeggiava ritmicamente. Poi, ho guardato il giornale.

Naturalmente, non era né Il Corriere dello Sport né La Stampa.

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