Se puoi ascoltarmi, rispondimi

E voi,
dicono,
vi occupate di miracoli.

scriveva, qualche decina di decenni fa, Vladimir Majakovskij, rivolgendosi a Dio (o, per meglio dire, al “compagno Dio”).

Majakovskij è, a mio modesto parere, il poeta migliore del Novecento e, probabilmente, uno dei migliori di tutti i tempi (e lo credo, pur non avendo mai imparato come si scrive il suo nome e non avendo voglia di controllare); per questo, faccio mie le parole che aprono la poesia che ho citato, per descrivere il mio rapporto con Dio.

“È risaputo: tra me e Dio ci sono numerosissimi dissensi”.

Dovuti, mi sembra chiaro, anche se Majakovskij non l’ha scritto, al fatto che io non credo che lui esista.

Questo mio convincimento non ha alcuna base razionale. Anzi, da quando ho studiato le prove dell’esistenza di Dio proposte da Tommaso ed Anselmo, ritengo che cercare un argomento che convinca la ragione dell’esistenza o della non esistenza di Dio non possa che portare ad affermazioni assurde, contraddittorie e, quel che è peggio, inconcludenti. Non c’entra nemmeno il problema della teodicea: per me, il fatto che nel mondo esista il male non contraddice, in linea puramente teorica, la possibile esistenza di un Dio, e nemmeno l’esistenza di un Dio buono (posto che si possa attribuire alla divinità un attributo umano, come quello della bontà). Per carità: riconosco a Primo Levi il diritto di scrivere (come infatti scrisse) che “se c’è Dio non c’è Auschwitz, e se c’è Auschwitz non c’è Dio”, e riconosco il medesimo diritto a chi (come Brittany Maynard, ad esempio) sia colpito da un male che assomiglia di più a il Male; tuttavia, nella mia vita non c’è stato nulla di così drammatico da farmi entrare nel novero di quelli che si chiamano “ateisti tragici”.

Semplicemente, come ho detto una volta ad una persona che è una mia cara amica, ma che aveva il brutto vizio di tentare di convertirmi, la fede è un dono, ed un dono uno non è che può prenderselo: o lo riceve, o non lo riceve. E, sia detto per inciso, chi non lo riceve (ve lo dice uno il cui Babbo Natale si è sempre rifornito nei discount) potrebbe anche soffrirne.

Non è facile gettare il proprio cuore contro un muro di pazzi, cantavano i Pink Floyd; non è facile neppure non ricevere risposte, anzi, credere che non si riceveranno mai risposte, quando si lancia un messaggio verso l’infinito o, che è lo stesso, verso il vuoto. Specialmente se il messaggio lo si sta lanciando perché si ha bisogno di un miracolo.

Voi, dicono, vi occupate di miracoli.

Per qualcuno, i miracoli sono essi stessi la prova dell’esistenza di Dio. L’argomento ha la stessa forza dimostrativa della teodicea: e cioè, nessuna. I miracoli sono, semmai, la prova dell’esistenza della statistica o, viceversa, di quella della nostra sconfinata ignoranza (parlo dell’ignoranza di noi che, in un modo o nell’altro, apparteniamo alla classe degli scienziati): la fisica quantistica ci ha insegnato che, dato un tempo sufficientemente lungo ed un numero sufficientemente grande di casi, tutto può accadere. Ancor di più, se qualcosa che, alla luce delle nostre conoscenze, riteniamo impossibile (come, ad esempio, la lunga sopravvivenza di un paziente oncologico), in realtà non lo è davvero.

Per di più, se Dio veramente esiste, il miracolo è una prova del fatto che quella bontà che in tanti vogliono attribuirgli non gli appartiene davvero: ma cazzo, invece che fare il figo a farci credere che una cosa è impossibile, solo per poi farla accadere quando più ti va, perché non ci spieghi come si fa a farla capitare sempre? Dio del cielo, se ci vorrai amare, scendi dalle stelle e vienici a insegnare.

A questo punto, lo so, dovrei fare qualche esempio e, so anche questo, dovrei trarlo dal solito repertorio da cui si traggono tutti gli aneddoti sui miracoli: diari lacrimosi di diciassettenni impressionabili, osservazioni personali di medici basiti, pagine di cronaca nera. Documenti letterari tanto accattivanti, quanto noiosi; parliamo invece di qualcosa di più leggero. Parliamo della SPAL.

La SPAL è la squadra di calcio della città di Ferrara; due stagioni fa, prima di una straordinaria doppia promozione, militava ai confini del dilettantismo; l’anno prossimo andrà a giocare contro l’Inter a San Siro, contro la Roma all’Olimpico e contro la Juventus allo Juventus Stadium. Ora, secondo voi, i tifosi di questa squadra, tra i quali ce ne saranno alcuni che hanno vissuto questa storia, appunto, come un miracolo (che poi è il termine che gran parte della stampa ha usato per descrivere l’impresa della compagine ferrarese), cosa avrebbero preferito? Questa dimostrazione di onnipotenza, o il metodo per completare la scalata e divenire, l’anno prossimo, il Leicester italiano?

Che poi: qualcosa di più leggero. Nell’unica cosa che abbia mai scritto cui abbia riconosciuto delle qualità, e cioè “Il manuale dell’imperfetto sportivo”, Beppe Severgnini dichiarava lo sport, ed in particolare il gioco del calcio, come una delle cose più serie che esistano al mondo; e ciò è vero in particolare per gli italiani, abituati ormai da quasi cent’anni a proiettare su questo gioco le proprie frustrazioni, le proprie gioie, le proprie paure e le proprie speranze, a vivere ciò che accade nel rettangolo verde del campo come un’enorme metafora, un simbolo di ciò che accade fuori. Perché tutti ci siamo sentiti esaltati, quando il Leicester ha vinto la Premier League? Perché tutti tifiamo per Zdnenek Zeman, anche se teniamo la bandiera della Juve sul balcone? Perché come allenatore della nazionale ci è sempre stato più simpatico il perdente Trapattoni che l’invitto (oddio, insomma) Lippi?

E così, per alcuni, la promozione della SPAL è un evento la cui importanza è pari a quella di un matrimonio, di una laurea, della nascita di un figlio. Un figlio, già; come quello che ha voluto ricordare uno che, senza dubbio, a giudicare dal post che ha scritto domenica, ha preso la promozione della SPAL come un miracolo a cui guardare con la massima serietà possibile: Lino Giuliano Aldovrandi.

Il papà di Federico.

Molti, abituati al ritmo forsennato con cui le cose si succedono l’una all’altra, sull’Internet 2.0, potranno trovare stancante, questo interesse che alcune persone (tra cui io) continuano a provare per le storie come quella di Federico, e come quelle simili che in Italia accadono (presente gnomico: è un modo per dire che sono accadute, che probabilmente stanno accadendo, e che ancora accadranno); se volete saperlo, e sapendo di parlare solo per me, è un interesse dettato dal fatto che è una storia personale: perché (l’ho detto tante volte) Federico assomigliava a e si chiamava come uno dei migliori amici che abbia mai avuto, e perché chiunque dovrebbe trovare personale che un ragazzino di diciassette anni venga ammazzato (lo dice la verità processuale) mentre sta tornando a casa solo e disarmato. E perché è una storia esemplare (insieme a ciò che è accaduto dopo quella maledetta notte di settembre) di cosa è (presente gnomico, di nuovo: di cos’è stato, di cosa è ora, di cosa sarà domani) il potere in Italia: basta che tu tenga in mano un bastone o un distintivo e, stai sicuro, troverai qualcuno che continuerà a difenderti, anche quando difendibile non sei più.

Eppure, diceva Indro Montanelli, che pure ci aveva flirtato in modo non indifferente, gli italiani amano il manganello. Forse perché non si rendono conto che, lasciato a se stesso, il manganello prima o poi andrà ad abbattersi anche sulla loro testa, anche senza che loro facciano niente per meritarlo, come ci insegna, appunto, la storia di Federico. Eppure, in molti non si sono stancati di continuare ad infliggere dolore. Molti continuano a declinare la storia di Federico, quando la declinano, nei vecchi, noti termini del “se l’è cercata”, dell'”è stato lui ad iniziare”, del “sicuramente era strafatto”. Sia pure: una moralità pubblica che giudica una canna peggiore di un omicidio dovrebbe qualificarsi per ciò stesso per quello che è; pure, questo è il sentimento prevalente. Un sentimento che, Dio santo, sembra essere creduto davvero.

Voi, dicono, vi occupate di miracoli.

Verità e rispetto per Federico, compagno Dio. Ti chiedo questo. Dopo, forse, potrei addirittura credere in te.

Su Federico Aldovrandi ho realizzato questo; del suo caso ho parlato anche qui. Scusate, ma è un argomento a cui tengo davvero.

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13 thoughts on “Se puoi ascoltarmi, rispondimi

  1. Bellissimo post (ho letto anche quello su Federico e condivido tutto).
    A Dio io non credo, ma mi piace pensare che qualcosa ci sia.
    Forse perchè da sempre mi faccio le stesse domande di Gesualdo Bufalino: “Se Dio esiste, chi è? Se non esiste, chi siamo?” 🙂

  2. Io invece ci credo, non in modo passivo.
    Dio come creazione, come anima vitale, come natura, come amore.

    Per i miracoli… mah, sono scettico.
    Ma dopo la vittoria del Leicester tutto è ammissibile.

      • Mah, io sono credente. Un mio vecchio sacerdote mi diceva per esempio di non pregare per chiedere, ma eventualmente solo per ringraziare.
        Le risposte ai problemi: altre bella domanda. Io credo che la fede in certe persone (non in me, credente periferico) possa dare una forza interiore fuori dalla norma, e contribuisca in modo ‘motivazionale’ a rendere possibili azioni che altrimenti sarebbero difficilmente raggiungibili.
        Ma poi ognuno ha la sua fede.

  3. Reblogged this on ammennicolidipensiero and commented:
    È il secondo post di fila di Gaberricci che ribloggo sulle mie pagine. Se c’era un modo possibile per unire in unico pensiero la metafisica dell’esistenza di dio e la fede in questi, la Spal neopromossa in serie A e Federico Aldrovandi, ecco, Gaber l’ha trovato.

  4. Volendo riassumere, parafrasando Stefano Benni, se Dio esiste, non ci fa una bella figura. Detto questo, concordo con te sulla stragrande maggioranza di quanto espresso… in particolare concordo su Federico Aldovrandi e sul fatto che ciascuno dovrebbe sentirsi personalmente toccato da quanto lui accaduto. Non accetto il parlar facile e convenzionale su simili argomenti, tu – invece – ne parli con compiutezza, senso critico (oltre che civico) e avvalendoti di una logica stabile. Ottimo articolo.

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