Solo un’altra storia

(Questo post è un esperimento.

Quando ho aperto questo blog – e quello, fallimentare, che lo ha preceduto – volevo, innanzitutto, un luogo dove riversare le robe narrative che scrivevo. Dico robe narrative perché per molte delle cose che scrivevo cinque anni fa – quando ho lanciato questo blog, con l’inarrestabile sicurezza del lemming che sta per tuffarsi giù dal dirupo* -, ed ancor di più per quelle che scrivevo due anni prima, il termine racconto suonerebbe improprio quanto il termine maitre-a-penser applicato a Salvini.

Forse per questo, la realtà è andata diversamente; molte delle mie robe narrative sono state ampiamente snobbate – giustamente, nella maggior parte dei casi, direi – da coloro che capitano qui per caso, così come molte delle robe non narrative, che spesso transitano per la mia mente e finiscono per terminare qui, sono state accolte da un plauso lusinghiero, soprattutto da parte di chi – e questo non smetterà mai di sorprendermi – capita su questi lidi perché vuole capitarci, e non per colpa di un errore di reindirizzamento da parte di Google – cui, come il caso donne veramente nude insegna, è comunque giusto attribuire la maggior parte del mio traffico -.

Molte di queste robe non narrative di successo (se così vogliamo chiamarle) rientrano in generi per cui io pensavo di non essere affatto portato, e che ho voluto provare a praticare per sfida, certo che, in breve tempo, i giudizi negativi o, peggio ancora, la generale indifferenza del mio uditorio mi avrebbe costretto ad abbandonarli. Cercavo una prova della mia inettitudine; ed invece, chi mi legge ha finito spesso per farmi complimenti che non credevo di meritare – e che probabilmente non merito davvero -. Ma, grazie a questi complimenti, l’anno scorso da queste parti si è scritta molta satira (e si è scritto molto della satira, soprattutto perché i tempi lo imponevano); sempre per lo stesso motivo, per un periodo non sono mancati articoli in cui mi cimentavo in un genere che mi ha sempre appassionato, ma per cui credevo di non avere nessun talento: la divulgazione scientifica.

Quando scrivo narrativa, uno dei problemi che accuso di più è quello di scrivere i dialoghi; così, come potete immaginare, la scrittura di una sceneggiatura risulterebbe, per le mie mani menomate, operazione lunga, perigliosa e coronata di sicuro insuccesso. Immaginate, dunque, con quale spirito io abbia accettato, circa un anno fa, l’invito, rivoltomi da un amico di mio fratello, a scrivere lo script per un cortometraggio: lo stesso spirito con cui ho deciso di lanciare Del peggio del nostro peggio qui tutti gli episodi -.

Alla fine, quel cortometraggio non si è più fatto; ma non per colpa mia… o, forse, il regista ha deciso di desistere dopo aver appurato che nulla di buono poteva trarre, da una sceneggiatura come la mia. Ad ogni modo, visto che in passato ho creduto che avreste accolto con fischi e lanci di motorini dagli spalti le mie salaci battute che castigavano, ridendo, i costumi, ed invece ho finito addirittura per beccarmi qualche applauso, voglio provare, anche, a farvi vedere quanto poco sono capace di scrivere dialoghi per il cinema. Proporrò qui le prime pagine di quella sceneggiatura che avevo scritto, una sorta di episodio pilota di una serie che potremmo chiamare Solo un’altra storia (ed infatti la chiamerò proprio così, e che diavolo). Se – come ancora una volta non credo – ci sarà non dico una risposta positiva, una qualche risposta – e se, soprattutto, ne riceverò il permesso dall’altra persona che con me si era lanciata in questa impresa – la pubblicherò tutta, ad una cadenza, come sempre, del tutto casuale ed imprevedibile.

Insomma, ho capito che il modo migliore per farmi dire bravo è far uscire dall’armadio le cose di cui più mi vergogno. Forse mi andrà bene anche questa volta.

*sì, lo so che in realtà i lemmings non hanno nessuna tendenza suicidaria).

SCENA I

Obitorio. Oscurità rischiarata unicamente dalla lampada appesa sul tavolo settorio, dove sta disteso un cadavere coperto da un lenzuolo. Rumore di passi: è BALLARD, in camice, che si avvicina fino ad arrivare dietro il tavolo settorio, dove rimane in penombra. Alla sua sinistra, un tavolino. BALLARD si gira da quel lato, prende qualcosa. Particolare: un registratore audio. Primo piano di BALLARD. Scuote la testa. Rumore di click. Di nuovo campo medio, BALLARD accanto al cadavere.

BALLARD: Dottor Harry Ballard. Autopsia numero 2331/25.

Allunga la mano verso il tavolino. Solleva qualcosa. Cambio di inquadratura: campo medio da sinistra. In primo piano, la mano di BALLARD che stringe un bisturi. Dietro, il suo volto. Sta fissando il bisturi che tiene in mano. Pochi secondi, poi buio.

SCENA II

Buio. Il suono di una sveglia. Un verso di disapprovazione. Il suono della sveglia cessa. Ma la scena rimane buia.

BALLARD (f.c.): Buongiorno.

MOGLIE BALLARD (f.c., assonnata): Buongiorno a te. Che ore sono?

BALLARD (f.c., dopo uno sbadiglio): Le sette e un quarto. Come tutte le mattine.

Nuovo verso di disapprovazione della MOGLIE. Ovattati, distanziati da alcuni secondi di silenzio, giungono i rumori di una comune mattina: fruscio di lenzuola, sciacquone del bagno, porta che sbatte, BALLARD che sbuffa. Poi, la porta di un armadio si apre cigolando. In quel momento: soggettiva della MOGLIE (che sta ancora sdraiata a letto). Sulla sinistra, è inquadrata una porzione di letto. Sulla destra, un armadio, aperto, con l’anta che chiude l’inquadratura sul fondo. BALLARD, in mutande e canottiera, in piedi davanti all’armadio.

MOGLIE BALLARD (f.c.): Buongiorno, bell’uomo.

BALLARD (sorridendo, ma senza girarsi a guardarla, tira fuori dall’armadio una camicia, la guarda, scuote la testa, la rimette a posto): Buongiorno di nuovo, bellezza.

Tira fuori un’altra camicia, accenna di sì, la poggia sul letto.

MOGLIE BALLARD (f.c.): Quella camicia ti sta troppo bene. Dovresti metterla solo quando non può vederti nessuno tranne me.

BALLARD (distratto): Ah, allora non dovrei metterla più (lancia un paio di pantaloni sul letto)

Controcampo sulla MOGLIE, ancora a letto (Soggettiva di BALLARD)

MOGLIE BALLARD (alzandosi dal letto): Posso dirti una cosa, Harry? Ti odio sinceramente, quando sei così distratto (si infila le ciabatte, si alza scocciata. BALLARD le si avvicina)

BALLARD (la prende per le spalle, poi P.P.): Ehi, ehi. Lo sai che la mattina è così. È sempre tardi. Queste cose dimmele la sera, ti faccio vedere che apprezzo di più (sorride)

MOGLIE BALLARD (controcampo; già rabbonita): Be’, comunque ti odio, la mattina.

BALLARD (la lascia e comincia a vestirsi): Guarda, pure io mi odio la mattina. Ed odio la mattina, porca troia! Sempre di corsa, cazzo!

MOGLIE BALLARD: Sì, lo so.

BALLARD (continuando a vestirsi): Saranno tre mesi che non trovo mai il bagno libero. Tre mesi, e non esagero! Eppure, che diavolo, lo sanno che mi sveglio a quest’ora!

MOGLIE BALLARD: Dai, non t’arrabbiare, vedrai che presto…

BALLARD: Me lo auguro. L’altro giorno ho parlato col professor Robbins, e mi ha assicurato che… (si annoda la cravatta) Che dici, può andare?

MOGLIE BALLARD: Bellissimo, come sempre.

BALLARD (dopo averla baciata sulla guancia): Bene, caffè e sono pronto ad affrontare una nuova giornata!

Chiude la porta dell’armadio; dietro, una coperta, appesa ad un filo da bucato. BALLARD la tira: l’inquadratura si allarga, ad abbracciare uno stanzone, diviso in piccoli lotti da coperte e fili da bucato simili. Da una di queste,sporge la testa un VICINO.

VICINO: Ehi, Harry, buongiorno!

BALLARD: Buongiorno a te, Seamus! Che si dice?

SEAMUS: Tutto bene, tutto bene!

BALLARD: Ho visto che hai cambiato la macchina! Il signor Trony vi tratta bene, eh?

SEAMUS: Ho dovuto, sai, quella vecchia ormai aveva già quasi due anni, tu capisci…

BALLARD (serio): Be’, sì, con due anni sul groppone doveva essere un macinino, ormai… e che mi dici di tuo figlio? Gli hai comprato quell’olovisore che voleva? (sorride)

SEAMUS (imbarazzato): Scusa, mi sa che l’altra sera abbiamo gridato… tu capisci, non è colpa nostra, è che con queste pareti… (prende la coperta e la agita)

BALLARD: Ma figurati, capisco! Ho avuto anch’io sedici anni. Ora però scusa, ma ho giusto il tempo per un caffè. Vado! (si avvia)

SEAMUS (urlandogli dietro mentre si allontana): E comunque sì, gliel’ho comprato! Sembro così, ma in fin dei conti sono un bravo cittadino!

SCENA III

Un minuscolo cucinino, ingombro di persone. Seduta ad un tavolo, stretta tra un ciccione alla sua destra ed una vecchia signora alla sua sinistra, la FIGLIA DI BALLARD sta leggendo un libro piuttosto rovinato.

FIGLIA BALLARD (legge con difficoltà, compitando): Or sono cinque lustri e tre anni, che su questo suolo venne…

BALLARD (entrando, passandole vicino e scompigliandole i capelli. La telecamera lo segue mentre si aggira per la cucina e declama, in tono aulico, scansando gli altri occupanti e preparandosi il caffè con una macchinetta a cialde): … costituita una nuova Nazione, concepita nella libertà e votata al principio che, nelle loro case, tutti gli uomini debbano essere sicuri. Per questo, ci impegnammo in una battaglia per sconfiggere crimine e indecenza. Usciti vittoriosi da questa battaglia, mentre ne piangiamo e sotterriamo i caduti, certi che sarebbero stati fieri di essere morti perché più non si dovesse udire di un assassinio, o di una violenza, o di un furto, tiriamo un sospiro di sollievo, nella sicurezza che, in questo nuovo stato, la nostra nazione potrà perdurare.

Prende il caffè, lo beve tutto d’un sorso, posa il bicchiere da qualche parte. Guarda sua figlia, sorridendo. Sua FIGLIA lo guarda ammirata.

BALLARD: Si studia storia, eh? Accidenti, il discorso di Gettysburg già in prima elementare?

FIGLIA BALLARD: Sì, la signorina Truck dice che è importante… ma tu quando l’hai fatto, papà?

BALLARD (le si avvicina): Vedi, bella di papà, quando io facevo le elementari quel discorso non era stato ancora… (interrompendosi) Oddio, e questo che cos’è? (particolare: il libro. Lo prende e lo solleva)

FIGLIA BALLARD (imbarazzata): Oh no, niente papà, è che ieri quel deficiente di Neal Stratus mi ci ha buttato sopra dell’acqua per farmi uno stupido scherzo, e così…

BALLARD: E perché non ci hai detto niente? Ti sembra possibile, andare a scuola con un libro così? Assolutamente! Per stamattina passi, ma oggi pomeriggio tu e la mamma andrete insieme giù in centro e ne comprerete uno nuovo. Mi sono spiegato?

FIGLIA BALLARD: Ma, papà…

BALLARD: Mi sono spiegato?

FIGLIA BALLARD (imbarazzata): Sì, papà.

SCENA IV

BALLARD, con una borsa a tracolla, e sua MOGLIE vicino ad una porta, uno di fronte all’altra. Parlano a bassa voce.

MOGLIE BALLARD: Non avresti dovuto trattarla così, Harry.

BALLARD: Forse sono stato un po’ duro. Ma è importante che impari.

MOGLIE BALLARD: Lo so. Però avresti potuto…

BALLARD (interrompendola): Ma tu l’hai visto quel libro? No, davvero. Ti rendi conto di che figura ci facciamo? Mi immagino se qualche bambino lo racconta a casa (imitando malamente un bambino)Mamma, mamma, la figlia dei Ballard ha un libro di storia che sembra uscito fuori da un cesso!

MOGLIE BALLARD: Dai, Harry, non esagerare.

BALLARD: Non sto esagerando affatto, Johanne. Oggi pomeriggio, dopo la scuola, tu e lei andate e comprate un libro di storia nuovo. No (allunga una mano per non farsi interrompere) non voglio sentire scuse, tanto quello che c’è scritto dentro è uguale anche se il libro ha tutte le pagine spiegazzate. Avrà un libro nuovo, ed è la mia ultima parola. Chiaro?

MOGLIE BALLARD (irritata): Non fare così con me, Harry.

BALLARD (sbuffa, poi) Dev’essere questo periodo. Odio questa casa, non c’è mai un secondo per stare soli. (P.P.) Quando avrò quella promozione…

MOGLIE BALLARD: Ma sì, ma sì, tutto andrà meglio.

BALLARD: Una casa monofamiliare tutta per noi, quaranta o cinquanta metri quadri senza doverli dividere con nessuno (p.p. Sta sorridendo). Ed una scuola seria per Alice, dove i libri vengano cambiati obbligatoriamente ogni trimestre e non ci sia nessun Neal Struts o come diavolo si chiama che le faccia degli scherzi imbecilli. (si avvicina alla moglie e la bacia) Devo andare, ora. Io prendo la Ford, tu quale macchina prendi?

MOGLIE BALLARD: Credo la Buick. Devo accompagnare Alice e poi andare a fare la spesa. Oggi tocca a me.

BALLARD (aprendo la porta): Ok, io vado, buona giornata. Ci vediamo stasera.

Inquadratura da fuori la porta. BALLARD sta scendendo i gradini.

MOGLIE BALLARD: Ok, ciao.

Chiude la porta.

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12 thoughts on “Solo un’altra storia

  1. Il mondo del blog è davvero strano.
    Scrivi un articolato dialogo di vago sapore “dubliners” (è un complimento) ed ottieni 5 like e 8 commenti.
    Poi vai in un altro blog e uno scrive “non c’è nulla di più caldo di un abbraccio” ed ottiene 87 like e 313 messaggi.

  2. Anch’io ho sempre avuto problemi con i dialoghi, a me comunque questo sembra interessante, lascia emergere molte possibilità su come potrebbe proseguire la storia, fa nascere domande e curiosità sui personaggi (poi sono tutto tranne che un’intenditrice, ma per quel che vale…)

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