Martiri ed inquisitori (Un gioco della società)

Forse è un aforisma che mi sono inventato io, ma non credo. Sono un pessimo aforista, come il mio Dizionario del diavolo dimostra, e la frase in questione è decisamente troppo brillante per i miei modesti mezzi.

In più, mi par di ricordare di averla letta da qualche parte, e che fosse associata ad un autore di cui non ho trattenuto il nome, che mi suggeriva tuttavia che non avrei condiviso nessun suo pensiero. Tranne, appunto, quello sintetizzato da questa frase, che recita, su per giù, quanto segue.

Non ho nessuna simpatia per i martiri perché, in una situazione diversa, sarebbero stati inquisitori.

Umberto Eco scriveva che il grado di verità contenuto in un aforisma si valuta provando a cancrizzarlo, cioè a “farlo andare a rovescio” invertendone i termini; se, dopo questo processo, l’aforisma perde in arguzia, o diviene banale, ciò significa che non solo è costruito bene, ma contiene anche un’affermazione verace (l’articolo di Eco, credo purtroppo con alcuni tagli ed alcune colpevoli aggiunte, può essere consultato qui).

Se applichiamo la cancrizzazione a quanto in oggetto, otteniamo, più o meno: non ho nessuna simpatia per gli inquisitori perché, in una situazione diversa, sarebbero stati martiri. Sentenza molto meno potente della sua generatrice, perché in essa non vi è il grado di sopresa che la prima evoca: chi ha scritto quella frase, infatti, da per scontato (correttamente) ed in certo modo si oppone al fatto che tutti provino fascinazione per i martiri (anche per i martiri che per colpa di idee che anche noi condividiamo sono stati condotti al martirio) e, viceversa, che a nessuno stiano simpatici gli inquisitori; o, per meglio dire, che nessuno ammetterebbe mai che gli inquisitori gli stiano simpatici. Neppure gli inquisitori medesimi, probabilmente.

Personalmente, trovo gli inquisitori per convinzione (e non quelli che a farlo ci si sono ritrovati per caso o per forza) una delle categorie più detestabili sulla faccia della Terra; non ho un’opinione molto più alta (con le medesime restrizioni di cui su) per chi, con tutte le proprie forze, passa la vita a trovare un modo per andare incontro ad una morte eroica. Non ho mai amato Leonida o Guglielmo Oberdan (a cui ho dedicato un racconto di cui molto poco mi glorio), per dire; tuttavia, prima di leggere quella frase, non avrei mai pensato che tra loro e Torquemada potesse esserci un’identità; che è poi il messaggio che i due aforismi (l’originale ed il cancrizzato) vogliono dare, e che il processo di cancrizzazione dimostra essere vero: le torture dell’Inquisizione ed il martirio del santo hanno, alla base, la stessa motivazione. Su questa motivazione, né l’uno né l’altro (e questo è ulteriore indizio della bontà della frase) dicono nulla. Ribadisco di essere pessimo aforista; ad ulteriore dimostrazione di ciò, sta questo post (che probabilmente sarà lungo le mie usuali mille parole), che sto scrivendo per esprimere le mie opinioni su di essa. Che, tuttavia, non sono né numerose, né originali.

Qualche tempo fa, infatti, scrissi, dedicandolo proprio alla memoria di Umberto Eco, da poco scomparso, un articolo che si intitolava Divergenze ed affinità tra imbecilli ed ignoranti. In esso, affrontavo un annoso problema etimologico nonché sociologico: e cioè, che differenza esiste tra un imbecille ed un ignorante? Concludevo (per farvela breve) che imbecille è chi alla comprensione “non ci arriva” per cause su cui non ha alcun controllo e che, viceversa, un ignorante è uno che, se rimane nel suo stato di insipienza, ci rimane per volontà. L’imbecille è uno che ha delle carenze, ma non sa di averle; l’ignorante non solo lo sa, ma spesso ne va fiero. Per usare le parole di uno famoso: l’ignorante è in uno stato di minorità imputabile solo a se stesso, avverte questa minorità ma la trasforma in un elemento del proprio essere di cui andare fiero.

Ecco, appunto: martiri ed inquisitori hanno proprio questo in comune. Una fiera ignoranza. Che mascherano abilmente dietro il nome di fede.

Pensateci, infatti: la definizione “persona che uccide in nome della propria fede religiosa, politica o sim.” va bene tanto per il crociato che va in Terra Santa a sgozzare infedeli, quanto per Santo Stefano che decide di farsi uccidere pur di non rinnegare il suo amore per Cristo; al limite (al limite in senso matematico), la definizione calza a pennello anche per Cristo stesso. A fronte di questa grande identità, vi sono poche differenze: volendo tacere del grado di disagio psicologico, secondo me maggiore nel martire che non nell’inquisitore, che frequentemente è “affetto” soltanto da “crudeltà semplice”, rimangono solo la numerosità degli uccisi e la loro identità (il martire finisce per uccidere, con la sua testardaggine ed il suo integralismo, solo se stesso; l’inquisitore, col suo zelo, potrebbe finire ad uccidere chiunque); oltre, naturalmente (e questa è la differenza più importante), alle possibilità.

L’inquisitore appartiene infatti alla “buona società” in cui si trova ad operare; è rispettato, per il suo ruolo, per la grandezza della sua fede, non di rado anche per la sua cultura. Nel Quattrocento e nel Cinquecento (che sono stati i periodi in cui l’Inquisizione ha lavorato più alacremente, al contrario di quanto dice la “leggenda nera” dell’Inquisizione), gli inquisitori provenivano dalle fila degli ordini monastici ed erano, cioè, tra gli uomini più acculturati dei loro tempi; ciò non impediva loro affatto (anzi) di essere ignoranti, se non altro nella misura in cui non riuscivano a comprendere le ragioni di quanti mandavano al rogo.

Il martire, invece, si trova molto spesso a dover abbracciare la propria cieca fede (una fede talmente cieca da non fargli vedere il pericolo di una morte tanto sciocca quanto imminente) perché non ha altra possibilità nella vita; non avendo altro mezzo per uscire dall’ignoranza, sceglie di farlo attraverso la fede, ma questa fede finisce per diventare tanto totalizzante da non fargli comprendere che non sta avanzando, nell’uscita da quel “grado di minorità” di cui abbiamo detto su. L’ignoranza genera altra ignoranza, ed alla fine uccide qualunque altra cosa esista nel martire. Compreso il suo corpo fisico.

Aleggiando già in forma indistinta nella mia mente queste riflessioni, era inevitabile che questa mattina, leggendo del movimento francese degli identitariani, mi trovassi a pensare che oggi alla figura del martire potrebbe corrispondere quella del terrorista, e a quella dell’inquisitore quella del razzista. L’uno sarebbe l’altro, trovandosi in una situazione di possibilità diversa.

Potrei, dunque, riscrivere come segue la frase con cui ho aperto questo articolo:

Non ho nessuna simpatia per i razzisti perché, in una situazione diversa, sarebbero stati terroristi.

Più la guardo, più penso che da nessun punto di vista abbia qualcosa da invidiare a quella che l’ha ispirata, anche se mi rendo conto che ai più ottimisti di voi piacerebbe dar per scontato che a nessuno dovrebbero star simpatici i razzisti.

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5 thoughts on “Martiri ed inquisitori (Un gioco della società)

  1. Sinceramente è tutta una questione di punti di vista: Oberdan (o chi per lui in tutta la storia universale) da un lato delle Alpi è un terrorista mentre dall’altro un patriota. E lo stesso avviene con i martiri/terroristi attuali…

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