Tutto questo, per quanto corretto, non è il punto

Negli anni Cinquanta del Settecento, Jean Jacques Rousseau, rispondendo alla domanda: “da dove vengono le disuguaglianze tra gli uomini?”, elaborò il seguente pensiero:

Il primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire questo è mio e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quanti assassinii, quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano chi, strappando i pioli o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: guardate dal dare ascolto a questo impostore! Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno, siete perduti!

Nel corso del tempo, Rousseau è stato citato (e, sorprendentemente, più spesso a proposito che no) da molti movimenti di destra come proprio nume tutelare; sì, mi riferisco ovviamente anche al Movimento Cinque Stelle ed al fatto che il sistema operativo del partito che oggi esce sconfitto dalle elezioni si chiami Rousseau, ovviamente; ciò dimostra che cercare di ridurre il pensiero di un intellettuale ad una sola frase, per quanto incisiva, sia un errore.

Tutto questo, per quanto corretto, non è il punto (cit.).

Rousseau, lo sappiamo da ben prima del turbocapitalismo, aveva ragione: è l’istituto della cosiddetta “società civile”, che si basa su quello, complementare, della “proprietà privata”, a creare le disuguaglianze, che sono insite nel concetto stesso di società (sì, per chi non l’avesse capito, sono di sinistra). E, nelle parole di Rousseau, si intuisce anche quale sia uno dei mezzi più invincibili, del mantenimento di questo stato: lo stato (appunto, e scusate il gioco di parole); ancora di più, se mi è permesso di chiosare al suo pensiero, lo stato-nazione. In fin dei conti, stabilire dei confini e dichiarare “speciali” gli individui che ci vivono dentro è niente più che cintare un terreno, solo su scala molto più grande.

Bisogna tuttavia dire che, col tempo, e quando lo stato si è reso qualcosa di diverso dal comitato di difesa degli interessi della classe dominante, come diceva un altro tale di cui magari avete sentito parlare, questa istituzione ha prodotto anche cose buone. So che, secondo alcuni, sarebbe stato meglio se le leggi sulle otto ore di lavoro giornaliere, sul diritto al riposo e lo Statuto dei lavoratori non fossero mai state approvate, perché così facendo è stato allontanato il giorno della rivoluzione che avrebbe reso tutti gli uomini uguali; c’è pure da dire, però, che questi alcuni sono persone che di solito otto ore non le lavorano neppure in un mese, e che per intanto così facendo a taluni (che magari non avevano mai avuto l’intento di divenire dei martiri) è stata salvata la pelle.

Ma anche tutto questo, per quanto corretto, non è il punto (cit.).

Uno degli argomenti sui quali più può essere efficace quest’idea “di sinistra” dello stato, è quello dei diritti civili: perché lo stato, al contrario dei suoi singoli cittadini ed al contrario di quando legifera su altri argomenti, può in questo campo permettersi di agire per questioni di principio. Cosa intendo dire? Che se, per esempio, si afferma, come principio, appunto, che si deve garantire a tutti i cittadini una morte dignitosa, allora non ci si può tirare indietro quando questa morte degna la richiede anche un personaggio indegno come Totò Riina. Sì, lo so anche io che gli uomini che lui ha fatto morire non hanno fatto una morte dignitosa e, men che meno, per usare le parole di Piergiorgio Welby (uno che questo diritto dovette prenderselo da solo, sia detto per inciso), una morte opportuna; ma, l’ultima volta che ho controllato, Riina era a capo di un’associazione per delinquere che rispondeva al nome di mafia, e non si è mai occupato di politica a nessun livello. Non personalmente, almeno.

Ma, ancora una volta, tutto questo, per quanto corretto, non è il punto (cit.). Il punto è (finalmente ci sono arrivato), che, magari, prima di affrontare quel tema, bisognerebbe rispondere ad una domanda preliminare: e cioè, che cosa significa una morte dignitosa? È un tema che ho affrontato molte volte (qui e qui, ad esempio), senza mai giungere ad una risposta definitiva; ed è un tema che, anche ieri pomeriggio, sono stato costretto ad affrontare (ancora una volta, senza riuscire ad addivenire ad una conclusione) quando a farmi quella precisa domanda è stato un ragazzino di otto anni, biondo e molto sveglio. Perché, non so a voi, ma a me non era mai capitato che un ottenne facesse quella domanda; non mi era mai capitato che me la facesse neppure un adulto, se è per quello. Quel ragazzino, mi son detto (e non per la prima volta nello scorso weekend), doveva essere un ragazzino speciale; non per caso, è figlio del mio amico ammennicolidipensiero.

Mi è capitato di rado (solo tre volte) di incontrare dal vivo delle persone che avevo conosciuto on-line: una di quelle è poi diventata uno dei migliori amici che abbia mai avuto; un’altra è Francesco, di cui abbiamo parlato ai tempi della Gaberricci Planet; la terza è, appunto, ammennicolidipensiero (di qui in poi, adp). Con cui si erano fatte talmente tante volte battute su un possibile incontro, che ormai quelle battute facevano meno ridere di quelle che impreziosiscono mensilmente (si fa per dire) la rubrica più longeva di questo sito, e più amata da quelli che poi vanno a spulciare la categoria sadomaso estremo di Pornhub. E che facevano pensare che un tale incontro, alla fine, non ci sarebbe mai stato.

E invece, la settimana scorsa ho percorso i quasi duecento chilometri che separano casa mia da casa di adp, con l’unico risultato di trovarlo straordinariamente simile a quello che avevo conosciuto in quasi quattro anni di frequentazione on-line. L’unica, vera sorpresa è stata scoprire come era fatto realmente, che voce aveva; perché, per il resto, ogni volta che si sollevava un argomento, potevo facilmente prevedere cosa Luca (l’uomo che si nasconde dietro adp) avrebbe detto e fatto. Se volessimo giocare al gioco “Descrivi il tuo scorso weekend con un elenco di parole”, un gioco che minaccerebbe di piacermi tanto, e di farmi sforare quelle mille parole che ormai sono un mio marchio di fabbrica, la prima parola sarebbe coerenza. Merce rara e disprezzata; soprattutto in tempi in cui sembra che virtuale e finto siano sinonimi. Luca mi è parso tutto, fuorché finto; lo ascoltavo con attenzione, mentre mi parlava con infinito amore della sua bici, mentre spiegava ai suoi bambini (splendidi) concetti difficili come, appunto, quello della morte dignitosa, mentre sul balcone di casa sua mi raccontava che in quella casa, con la moglie (meravigliosa), è andato ad abitarci il 21 luglio del 2001, la notte maledetta di Bolzaneto, e capivo che tra Luca e adp non c’è la differenza che c’è tra Gabriele e gaberricci. Chi racconta di un mondo a misura di bici, è la stessa persona che quel mondo lo vive; chi parla di un mondo futuro migliore del nostro, è lo stesso che (con ottimi risultati) sta cercando di tirar su due persone che per quel mondo potranno e, soprattutto, vorranno lottare; chi sa che la rivoluzione parte da dentro di noi, è lo stesso che ha deciso di dare una svolta alla sua vita mentre, altrove, iniziava una prepotente reazione. E, aggiungerei, chi parla di accoglienza è lo stesso che, poi, quell’accoglienza sa poi metterla in pratica.

Perché la seconda parola per questo weekend è ospitalità: a casa di Luca, con la sua famiglia, mi sono sentito tanto io da farmi credere che quel curioso individuo con cui avevo corrisposto tanto a lungo e la sua famiglia fossero miei amici da molto, forse da sempre. Sono stato trattato come uno di famiglia; tutto ciò che Luca, sua moglie ed i suoi figli hanno fatto in questi due giorni, io l’ho fatto con loro. Sono stato messo nelle condizioni di essere comodo, sazio, fresco e soddisfatto come non mi capitava, credo, da quando ho lasciato L’Aquila. La città che, non per caso, sentivo essere la mia casa naturale.

Parte di questa soddisfazione (la maggior parte, probabilmente) è venuta dal sorriso che ho visto dipingersi sul volto del figlio di Luca quando, sabato sera, verso le undici e trenta, credo, ho tirato fuori un mazzo dal mio zaino e gli ho misteriosamente letto nel pensiero la carta su cui lui aveva voluto fermarsi; nonché, dall’insistenza con cui mi ha chiesto di fargli accadere, ancora una volta, davanti agli occhi quella magia. Magia, già: è decisamente questa la terza parola che voglio scegliere. Che non è, ovviamente, quella che ho fatto io; che ci vuole della gente intelligente e curiosa, per farla accadere, una magia.

E così, ho sforato di quasi cinquecento parole il limite oltre il quale anche il più paziente degli uomini smette di sopportarmi. Oh, be’, tanto nessuno sarà arrivato fin quaggiù.

Grazie, ragazzi.

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11 thoughts on “Tutto questo, per quanto corretto, non è il punto

    • Devi avere dentro il caos, per partorire una stella che danzi. È una frase di Nietzsche, ma sono certo di averlo letto da qualche parte dentro casa di Luca. E quindi!:-)

  1. eccomi, ritaglio dieci minuti alla pausa pranzo.
    dopo aver letto queste parole potrei risponderti “grazie”, ma non è questo il punto (cit.). 😉
    il punto è che la bella e principale sensazione scaturita dall’incontro con gabriele (che è anche, ma non solo, gaberricci) è state la medesima, ovvero quella di essere davvero amici da anni, complice forse anche la memoria – di entrambi – che non ha declassato le parole scritte in rete a meri “post” o “commenti” ma le ha elevate, in buona parte, a racconti di vita acquisiti e conservati con cura.
    a dirla tutta, e per fare outing – a questo punto della storia si può fare: l’attualmente ottenne fu già oggetto di riflessioni da parte di un discutibile collega, qui: https://discutibili.wordpress.com/2013/09/22/un-padre-zen/ (zen?!?… ti confesso che c’è sempre un nonsoché di sorprendente nel leggere come gli altri ti vedano e come tu, forse, non ti senta neppure più di tanto). sarà bello, un giorno, far rileggere loro queste parole.
    p.s. a proposito di capelli (quasi) biondi dell’ottenne (direi piuttosto sul castano, via…), una cosa che non ti ho detto a voce: ti immaginavo castano chiaro, e non so se perché mi avevano ingannato le leggere sfumature dell’iconcina di uozzap o perché gaberricci, nel mio immaginario, doveva essere castano chiaro. sui ricci, ovviamente, non sussistevano dubbi 😀

  2. Reblogged this on ammennicolidipensiero and commented:
    E venne il giorno in cui adp e gaberricci si incontrarono.
    A lui le parole, di cui lo ringrazio – anche se “non è questo il punto” (cit.), come ho potuto meglio argomentare in commento – mentre personalmente mi tengo lo spazio di una foto che, spero, possa fargli piacere come accompagnamento delle parole che raccontano questo nostro primo incontro non virtuale.
    Grazie, caro.

  3. Trovo che i punti più importanti siano quelli “non è questo il punto – Cit”.
    A parte questo mi fa piacere sapere che due amici virtuali abbiano convolato in una amicizia reale e leale.
    Buon cammino ad entrambi
    .marta

  4. Datossicché solitamente la fantasia tende ad arricchire e infiorettare, datossicché l’immaginazione galoppa e va lontano, eccoalloracché il vostro incontro senza delusioni sembra quanto di più rilassante ci possa essere, nel senso di amicizia 🙂

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