Come Kennedy

C’era una volta uno schizofrenico tossicodipendente. Anzi, non una volta: c’era proprio ieri, davanti ai miei occhi. Si chiamava ***.

Non voglio tediarvi sulle circostanze del nostro incontro; vi basti sapere che ad un certo punto ci siamo ritrovati a parlare di ciò che si è calato nella sua vita, e si trattava di un elenco capace di far vacillare il più smaliziato dei tossicologi: eroina, cocaina, marijuana, anfetamine, polvere d’angelo, ecstasy. Si è dimenticato dell’alcol e delle sigarette, ma bisogna capirlo: in Italia tenere in tasca uno spinello basta per mandarti in carcere, e mandare una cassa di vino alle persone giuste per farti prendere una Denominazione di Origine Controllata. *** sarà schizofrenico, ma non è scemo.

Ed infatti, si rendeva ben conto che, pur avendo ormai smesso (non con alcol e sigarette, ma tanto quelle non sono droghe), il tempo a sua disposizione non era molto; “Eppure, mi piacerebbe ci fosse un modo per far sì che le persone portino un bel ricordo di me”, mi ha infatti detto. A me o all’alieno cremisi invisibile che gli era seduto accanto, non ho capito bene.

Uno schizofrenico tossicodipendente. E sfortunato. Non tanto perché la droga lo sta ammazzando, ma soprattutto perché, se solo fosse riuscito, nella sua vita, a mettere le mani su una chitarra (anche senza saperla suonare; anzi, preferibilmente senza saperla suonare), oggi staremmo qui a discutere dell’influsso che ha avuto sulla storia della musica, o (più probabilmente) su quale sia il grado di umidore delle mutandine delle teenager nel sentire il suo nome. E invece, niente: allo stato attuale delle cose, uno come *** è capace di far bagnare le mutandine solo ai leghisti. Anzi, sono sicuro che se gli avessi parlato di lui, Matteo Salvini non avrebbe saputo trattenersi dal dire “Cazzo, ma non poteva essere negro?”.

Guadagnando così, all’istante, un milione o due di voti.

Lo so che penso troppo spesso a Salvini, ma ormai la domanda “cosa farebbe Salvini?” ha per me sostituito qualunque valore etico, morale, religioso o politico potessi avere. Ha sostituito anche Google Maps: ogni volta che arrivo ad un incrocio penso “cosa farebbe Salvini?”, e prendo la strada opposta. Non mi perdo da anni.

Ieri, anzi, mi chiedevo anche “cosa farebbe Salvini, se diventasse presidente del consiglio?”. E la risposta che mi sono dato ha sorpreso perfino me. Ve la riporto qui, proprio come l’ho pensata.

“Morirebbe mentre legge l’ormai abituale discorso di fine anno ai suoi concittadini”.

Mi rendo conto: una frase simile, pronunziata al di fuori del contesto Facebook, fa di me un assassino assetato di sangue, affiliato all’ISIS, alle Brigate Rosse, alla Massoneria ed al Fan Club di Hello Kitty; tuttavia, ho espresso una previsione, non un desiderio. Una previsione, per certi versi, anche lusinghiera: tanti grandi uomini politici sono stati uccisi, mentre erano presidenti del loro paese. Pensate a Kennedy. O a Hitler. Per dire.

Che poi, io non ho affatto detto che verrebbe ucciso mentre legge l’ormai abituale discorso di fine anno ai suoi concittadini. Questa sarebbe una delle ipotesi subito considerate, certo; e nei giorni concitati successivi all’evento, che culminerebbero con l’incarico di formare un nuovo governo affidato, a furor di popolo, a Josè Mario Bergoglio, ne circolerebbero diverse.

Una delle prime in ordine di comparsa, ovviamente, punterebbe il dito su alcuni arabi sospetti. Si interrogherebbero esperti di geopolitica e terrorismo sulla loro presenza nei dintorni di Roma nei giorni precedenti il drammatico decesso, e questi farebbero notare, carta geografica alla mano, che, in effetti, appena 3600 chilometri separano Roma dall’Arabia che, come si comprenderà, è piena di arabi. Grandi peana si leverebbero da tutto il paese e da più parti si richiederebbe di dichiarare guerra all’Arabia, magari attirando le sue navi in acque internazionali e poi perseguendole secondo quanto la giurisprudenza recente prescrive per i più gravi atti di pirateria e pesca a largo dell’India.

Gli inquirenti, tuttavia, non scarterebbero a priori nessuna ipotesi; neppure quella, incredibile, che l’intera faccenda sia stata orchestrata dallo stesso primo ministro, in una sorta di versione moderna del rituale giapponese dell’harakiri. Solo, con la pubblicità della Peroni tra il primo ed il secondo tempo.

Si citerebbe, a favore di quest’ipotesi, il forte stress derivante dai malumori interni alla maggioranza, le difficoltà incontrate nell’approvazione della legge di bilancio, alcuni problemi personali e, soprattutto, una mail di Salvini a Steven Spielberg, con la richiesta di assumere la regia dell’intero evento. Questa mail si rivelerebbe essere ovviamente un falso.

Infatti, il destinatario sarebbe Ridley Scott. Che comunque rifiuterebbe.

La morte di Salvini segnerebbe, ovviamente, la storia dell’Italia; volendo fare una classifica degli eventi capaci di fare da spartiacque, di segnare un’epoca, se la batterebbe per il primo posto soltanto con la morte di Poldo, il barboncino di Maria Vittoria Brambilla. Da esso scaturirebbe una crisi di governo molto difficile da risolvere, prima di ricorrere alla soluzione di cui si è detto; si penserebbe prima ad un Berlusconi V, poi ad un rivoluzionario governo in tandem familiare Letta-Letta (e Gianni Letta si direbbe disposto ad accettare, purché l’altro Letta fosse qualunque membro della sua famiglia, tranne il nipote Enrico), indi ad un Renzi II e, infine, addirittura ad un Andreotti VIII; forse politiche finora rimaste nell’ombra potrebbero forse sfruttare l’ondata dell’evento per giungere all’affermazione, e Possibile di Civati riuscirebbe forse a raggiungere il maggior successo della sua storia, la conquista di un ambito seggio nel consiglio comunale di Aliano, in provincia di Matera.

Farebbe dunque senza dubbio bene quell’analista politico che, sicuramente influenzato dalle emozioni della serata e dal pessimo Dom Pérignon bevuto al cenone, renderebbe quella famosa analisi: “La morte di Salvini è stata, probabilmente, la più intelligente scelta politica della sua carriera”. Farebbe bene, ma farebbero bene anche coloro che la contesterebbero e, probabilmente, anche quel ragioniere di Bussolengo che si ritroverebbe col fegato dell’analista nel suo frigo, senza sapere bene come ha fatto ad arrivare lì.

Salvini, d’altronde, va famoso per le sue scelte intelligenti. È riuscito a rilanciare la Lega in un momento difficile della sua storia, quando il partito era stato travolto da uno scandalo che ne aveva dimostrato la natura rapace, predatoria e arraffona, e la sostanziale distanza rispetto ai problemi reali dei cittadini che si proponeva di rappresentare; e lo ha fatto lanciando una coraggiosa campagna contro i partiti che dimostravano una natura rapace, predatoria e arraffona, e la sostanziale distanza rispetto ai problemi reali dei cittadini che si proponeva di rappresentare. E senza neppure cambiare la tappezzeria di via Bellerio. Una strategia geniale, per quanto rischiosa.

Perché, parliamoci chiaro: oggi come oggi (perché Salvini le elezioni, direi, le vincerebbe verso la fine di quest’anno che stiamo vivendo) amare coloro che sono contro i partiti che dimostrano una natura rapace, predatoria e arraffona, ed una sostanziale distanza rispetto ai problemi reali dei cittaidni che si propongono di rappresentare, è di moda quanto la Blue Whale Challenge, e probabilmente ha effetti più nefasti. Eppure, Salvini è talmente famoso ed apprezzato che potrebbe vincere le elezioni anche passando gran parte della campagna elettorale a bordo di uno yatch all’ancora a largo di Aruba, e mandando a tenere i comizi ad uno stagista cecoslovacco nano che non sa neppure parlare italiano. E che, più che a lui, assomiglia più che altro al famoso attore americano Steve Buscemi. Non prendere appunti, Salvini, se mi stai leggendo.

Ma insomma, in tutto ciò non vi ho ancora spiegato come sarà, secondo me, che Salvini, in quella notte di San Silvestro di tra qualche anno, incontrerà la morte. Ci si troverà, più o meno, a quel punto del suo discorso in cui Salvini avrà appena orgogliosamente rivendicato l’istituzione della tassa sulla ventilazione: è dimostrato, avrà appena detto il primo ministro, che ad ogni atto respiratorio viene immessa nell’atmosfera una quantità significativa di anidride carbonica e che, quindi, se si tassano le auto per le loro emissioni, allora non si vede perché non si dovrebbe fare lo stesso con le persone; sarà quindi passato ad un duro attacco contro coloro che lo accuseranno di non aver in effetti tassato le auto, e di aver anzi operato sempre una politica eccessivamente morbida nei confronti dei produttori di combustibili fossili.

Quello sarà il punto forte del suo discorso: “ho favorito i produttori di combustibili fossili? Sì, l’ho fatto. E sapete perché? Perché se non compriamo combustibili fossili, queste aziende falliranno. E, al di là delle migliaia di posti di lavoro persi, allora dovremo andare a comprare il nostro petrolio in Medio Oriente. Dall’ISIS. Lo stesso ISIS che ha ucciso…” e, qui, ci sarà una lunga serie di nomi. L’ultimo, su cui Salvini si fermerà, stupito, sarà quello del mio amico ***.

Come molti di noi, infatti, prima o poi anche lui comprenderà (perché è schizofrenico, ma non scemo), che esiste un metodo infallibile per divenire eroi: farsi sparare addosso da un commando dell’ISIS. Ha funzionato con degli autori satirici, figurarsi con uno schizofrenico tossicodipendente.

E così, *** partirà per il confine tra Turchia e Siria; si fingerà un missionario cristiano, si metterà addosso una bella maglietta con un bersaglio ed attenderà che qualcuno lo noti e gli faccia le penne. Da lì, finirà dritto dritto sulla lista di agnelli sacrificali di Matteo Salvini il quale, trovandoselo davanti così all’improvviso, non potrà che arretrare, come dopo essere stato colpito da un pugno. Poi, si renderà conto di quel che è successo: un emblema del degrado, divenuto martire dell’Occidente.

A quel punto, la sua testa esploderà.

Proprio come Kennedy. O Hitler. Per dire.

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3 thoughts on “Come Kennedy

  1. bello! 😀 imploso (anzi, esploso) a causa di sé stesso, un finale degno di kung fu panda 3 (giusto per azzardare un paragone, puoi intuire che la mia cinefilia da qualche tempo ha gioco-forza allargato gli orizzonti).
    a me, comunque, quel che fa più paura è uno dei mantra che sento più spesso associati a salvini: “uno di noi”. di loro, in ogni caso, ma quel che mi fa paura è che salvini, il savini che rutta, che sbadiglia, che si fa i selfie mezzo ignudo, che non ha filtro tra pensieri e parole, che ce l’ha più duro di bossi, che ammicca, etc etc etc, incarna sempre più quell’immagine di uomo comune forse un po’ tagliato giù col falcetto ma rassicurante e un po’ sfacciato che una gran quantità di persone, in fin dei conti, ammira, perché è quel che vorrebbe essere; quell’immagine di uomo in cui si riconoscono molto, molto di più rispetto ad esempio, che so, a quella di un comico genovese miliardario e allusivamente schizofrenico.

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