Un incontro metafisico

La pittura metafisica è nata nel 1916, in un ospedale psichiatrico vicino Ferrara, dove due giovani e, fino a quel momento, sconosciuti pittori di provincia erano emigrati per leccarsi le ferite provocate da una guerra cui avevano accettato di partecipare con lo stesso entusiasmo di chi viene invitato come ospite d’onore ad un’esecuzione capitale.

Quei pittori si chiamavano Giorgio De Chirico e Filippo De Pisis, ed oltre ai loro nomi ritengo ci sia ben poco da dire: molti di voi avranno visto le loro tele (o almeno quelle di De Chirico, di gran lunga il più famoso tra i due) sui libri di storia dell’arte, in qualche servizio televisivo sul prezzo record a cui una delle loro opere è stata acquistata durante un’asta, o durante qualche quiz a premi, dopo una domanda particolarmente difficile.

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Ho scoperto che De Chirico (che aveva già prodotto dei quadri, per così dire, “pre-metafisici”: “Le muse inquietanti”, che vedete qui sopra, è del 1910) e De Pisis si sono incontrati in manicomio leggendo “L’invisibile ovunque“, dei Wu Ming; tra i molti meriti di questo volume, dunque, c’è anche quello di smontare il vecchio mito patriottico dell’attrazione irresistibile e quasi magnetica tra due geni baciati dalle Muse e di ricondurre quell’incontro a quello che effettivamente fu: il casuale trovarsi nello stesso posto di due persone (forse geniali, nessuno lo nega) che nel migliore dei casi erano affetti da disturbo da stress post traumatico e, nel “peggiore”, erano imboscati che volevano sfuggire alla Grande Guerra (scrivo peggiore tra virgolette perché non vedo cosa ci sia di male, nel volersi salvare la pelle).

Pur sapendo molto poco della pittura metafisica, e limitandomi a quelle tre o quattro tele che conosco, ho trovato molto, come dire, sensato che essa sia nata dentro un manicomio. Lì dove, cioè, il confine tra realtà e fantasia, tra mondo reale e mondo del sogno (o, più spesso, dell’incubo) è così sfumato da divenire praticamente inesistente.

Chi vive a Ferrara e di arte si occupa professionalmente (mio fratello) mi garantisce, pure, che non sia un caso che quell’arte sia nata proprio in quella città, e non altrove; dopo aver visto, qualche mese fa, Ferrara durante una notte d’inverno, non posso che dargli ragione. Sarà la nebbia, sarà la scheletrica struttura a mattoncini di cotto degli edifici più antichi (frutto di una scriteriata spoliazione dei marmi che li ricoprivano, avvenuta tra Ottocento e Novecento), sarà il fatto che alle nove di sera tutti siano ormai chiusi in casa, sarà l’illuminazione elettrica che pare ancora quella a gasolio di una pagine di De Amicis: non lo so. Sta di fatto che, alle dieci di una sera di febbraio, a Ferrara mi sono sentito come dentro un racconto di Stephen King (parlo di “The mist”, ovviamente), ed ho avuto l’impressione che il selciato, oltre il muro di nebbia, dovesse andare a finire per forza in un baratro di nulla ed irrazionalità; o che presto dalla porta di quella casa sarebbe uscito fuori Ercole in persona, ma in ciabatte, che scendeva a pisciare il cane o a portare giù la plastica. Sono sicuro che se De Chirico avesse fatto il fumettista, avrebbe disegnato una striscia del genere.

A Ferrara sono tornato lo scorso weekend, per un festival del fumetto dove ho visto pochi fumetti e molti giovani con la voglia spassionata di far parte di una sottocultura di massa (che è una contraddizione in termini, come è facile capire). In estate (a giugno c’ero già stato una volta, per altro) mi è parsa più solare e, come dire, più banale; volendo azzardare un paragone che ai ferraresi non piacerà, l’ho trovata molto più simile alla Romagna, con cui riconosco che ha ben poco da spartire, che al Polesine o alla zona del Delta del Po, che sono posti talmente cupi ed oscuri (sono complimenti, sia chiaro) da aver spinto qualcuno a fare l’incredibile ipotesi che è ad essi, che Howard Philip Lovecraft si è ispirato per i suoi universi orrorifici e paradossali. Eppure, in questi due giorni in quel luogo mi è capitato di fare un incontro talmente metafisico, che, ne sono sicuro, non avrei potuto farlo in nessun altro posto al mondo.

Chiunque mi conosca anche solo da dieci minuti, e chiunque abbia letto almeno una volta il mio blog sa, perché ne parlo spesso, che sono un fan accanito della saga di “Ritorno al futuro”: parrà sciocco, ma a questa saga (come ho raccontato qui) sono legati alcuni dei ricordi più significativi della mia vita e, più precisamente, della mia infanzia; sono sicuro che quando, tra qualche secolo (spero), mio padre non ci sarà più, uno dei ricordi che più mi commuoveranno sarà quello di quando, per la prima volta, io e lui ci sedemmo sullo scalcagnato divano di casa nostra per guardare le avventure di Marty e Doc a spasso per lo spazio tempo. Era la prima volta per entrambi; in seguito, guardarlo insieme, e poi con mio fratello (che su quello stesso divano, una volta, rischiò di rompersi il mento) è diventata una specie di tradizione. Avremo visto i tre film della saga venti volte per ciascuno (per ciascuno dei film e per ciascuno di noi, voglio dire), ed ampi passi li sappiamo ormai a memoria; pure, nessuno di noi tre pare essersi ancora stancato.

Chiunque mi conosca anche solo da dieci minuti, e chiunque abbia letto almeno una volta il mio blog sa pure, perché ne parlo spesso, che sono un fan accanito di quelle storie e di quelle situazioni in cui, come ebbe a dire una volta proprio Lovecraft, la vera differenza tra reale ed irreale pare non esistere più: per questo sono un patito delle opere di Jorge Luis Borges, e per questo sono diventato un fedele adepto del magic experience design.

Mettete insieme le due cose, ed immaginate questo bambino di quasi ventotto anni che sono io, che cammina, insieme con la sua fida guida (ancora mio fratello), tra i vari stand di una delle più deludenti fiere del fumetto che ricordi; poi, esprimete un’opinione: quando vedrà quel piccolo tavolino su cui, apparentemente in libera vendita, sono esposte le riproduzioni esatte di tante delle “cose” che si vedono in “Ritorno al futuro”? Se pensate che la risposta giusta sia questa:

shut-up-and-take-my-money

non siete troppo lontani dalla realtà. Pure, ho sentito qualcosa di diverso, mentre chiacchieravo con quel magnifico bambino quarantenne che la lettera di Marty a Doc, l’almanacco sportivo attorno a cui ruota la trama del secondo film, il poster di incanto sotto il mare e quello per le elezioni del sindaco di Hill Valley li aveva tratti dal mondo della fantasia per portarli in quello reale (o irreale) in cui viviamo anche noi. Qualcosa di metafisico, appunto, come può esserlo la passione, in un mondo in cui pare che i rapporti umani debbano essere dominati soltanto dal desiderio di prevaricazione e guadagno.

Quel magnifico bambino quarantenne (a cui, preda dell’emozione, non ho pensato a chiedere il nome) mi raccontava, sognante, che sperava di fare di quella passione un lavoro; ed io pensavo che ogni giorno una certa propaganda cerca di farci inghiottire con la forza tutta una serie di narrazioni tossiche sui “grandi sogni” di questo o quel grande imprenditore, che non di rado servivano solo a mascherare un’avidità talmente smodata da non guardare in faccia a nessuno.

A Ferrara, sabato scorso, invece, ho sentito qualcosa di diverso; ed è per questo che, oggi, per la prima e probabilmente ultima volta, faccio qualcosa che pensavo fosse per me totalmente inconcepibile: faccio pubblicità. Questa è Paper props replica, ragazzi: comprate come dei dannati!

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