Il più grande maestro d’Occitania

C’era una volta un maestro. E dov’era questo maestro?, vi chiederete voi. Lo dice anche il titolo: era in Occitania. Ma se volete sapere anche dov’è l’Occitania, mi dispiace, io non lo so, e vi toccherà chiederlo ad un maestro (non per forza ad uno d’Occitania, se non lo trovate).

So, invece, che era un maestro ben strano, quel maestro d’Occitania.

Insegnava in una quinta elementare dalle parti di Saint Paul de Fenouillet, proprio al centro dell’Occitania, o giù di lì, e, pensate un po’, sembrava che le interrogazioni ed i compiti in classe gli piacessero ancor meno che ai suoi ragazzi (insegnava in una quinta, gli sembrava sbagliato chiamarli bambini). Quando aveva interrogato Philippe la prima volta, si era dimenato talmente tanto che il ragazzo aveva finito per convincersi che non lo sapeva bene neppure lui, quale fosse la capitale della Cecoslovacchia, o che, forse, Madeleine, da tutti considerata la più grande esperta di scherzi della regione, gli avesse lasciato qualche puntina da disegno sulla sedia (Madeleine, da parte sua, spergiurò di non aver fatto nulla di simile, e che comunque le puntine da disegno erano ormai superate e nessuno le usava più).

Appena una settimana dopo essere arrivato, aveva chiesto loro, con poco convincimento, di provare a scrivere un tema, ed aveva dettato, leggendola da un vecchio libro consunto, una traccia che cominciava così: “Il buon Gesù…”. Erano passati, da quel giorno, ormai due mesi e due o tre settimane, senza che nessuno di quel tema sentisse più parlare; i più avveduti tra gli allievi, a quel punto, avevano messo in giro la voce che, in realtà, quel tema non era mai esistito, anche perché, il maestro, farci scrivere un tema su Gesù, ma va là!

Al contrario della signorina McEntire, che era venuta dall’Inghilterra apposta per cercare di cavare qualcosa di buono da quella classe di scapestrati (ed a cui Madeleine giurava di aver tirato un gavettone pieno della sua pipì), il nuovo maestro non aveva mai fatto coniugare neppure un verbo, né fatto completare alcuna frase con la preposizione giusta. Alcune mamme, preoccupate, iniziavano a chiedersi se i loro figliuoli, educati in modo tanto diverso da loro, non avrebbero finito per dimenticarsi come si parla l’occitano che, come di sicuro sapete, è una lingua molto difficile. Nessuno aveva mai fatto presenti queste preoccupazioni al maestro, anzi, allo strano maestro, che pareva passare tutto il tempo che stava in quella quinta (la peggior quinta dell’Occitania, a sentire qualcuno) a raccontare storie.

Quel giorno, dopo aver corretto con scarsa convinzione un’equivalenza che aveva chiamato a svolgere alla lavagna a Christiàn, ne stava appunto raccontando una che iniziava così: “C’era una volta un maestro…”

“E dov’era, questo maestro?” lo aveva subito interrotto Antoinette, che, a dispetto del nome, era una a cui non interessavano solo le brioches. “In Occitania, forse?”.

“Oh, assolutamente no!” aveva risposto il maestro, fingendo sincero stupore. “In Occitania, santo cielo, Antoinette, ma come ti salta in mente? No, questo maestro era… in Polinesia!”.

“In Polinesia?” aveva chiesto Dominique, guardando la cartina geografica. “Sembra lontano dall’Occitania. Ci sono maestri anche laggiù?”.

“Ma certo che sì, certo che sì, forse molto migliori di quelli che ci sono in Occitania. Ricordatevi, ragazzi, che in ogni posto in cui c’è un alunno c’è anche un maestro… o forse, il contrario”. Dominique, che aveva appena finito di calcolare (con buona approssimazione) la distanza che c’era tra l’Occitania e la Polinesia, avrebbe raccontato in seguito che, dopo quella frase, il maestro sembrava un po’ triste, e così aveva domandato: “E raccontava storie ai suoi ragazzi, questo maestro della Polinesia?”.

“Ovviamente!” aveva risposto il maestro, di nuovo allegro. “Ogni tanto gliene raccontava anche qualcuna riguardo certi ragazzi di quinta dell’Occitania… ma di questo magari parliamo un’altra volta. Oggi, invece, vi voglio raccontare di quella volta in cui tutti i ragazzi della sua quinta (vi ho detto che insegnava in una quinta?) tornarono a casa sporchi di… provate ad indovinare”.

“Di tempere!” aveva tentato Augustine.

“Di terra!” aveva detto Madeleine.

“Di cibo!” aveva urlato, dal fondo dell’aula, Etiènne. “Ah, quasi!” aveva risposto il maestro, indicandolo.

“Quasi? Come si fa ad essere quasi sporchi di cibo?” aveva chiesto Vivianne, a cui non piaceva non capire le cose.

“Diciamo che il nostro Etiènne ha indovinato il cosa, ma non il quando. Infatti, quei ragazzi, tornarono a casa sporchi non di cibo, ma di ciò che il cibo diventa dopo che i vostri denti l’hanno triturato, il vostro stomaco rimescolato, il vostro intestino tagliuzzato ed il vostro colon accolto con cura. Insomma, tutti quei ragazzi tornarono a casa sporchi di… cacca”. Un silenzio carico d’eccitazione accolse quella rivelazione (fa rima, ed è una bella rima). “Tutti, tranne uno”.

“C’era infatti in quella classe” continuò il maestro “un ragazzo che si chiamava Agilulfo – è un nome molto comune in Polinesia -. Ora, dovete sapere che i genitori di Agilulfo erano assolutamente convinti che l’intera Polinesia avrebbe preso ad odiarli, se Agilulfo avesse osato pronunciare, anche solo per sbaglio, la parola cacca… e tutti i suoi sinonimi, ovviamente. Fu così che una sera, a cena, gli fecero presente che quel comportamento gli era, in ogni circostanza e senza eccezione alcuna, proibito. Agilulfo, che era un ragazzo molto ubbidiente e, soprattutto, molto spaventato dalle punizioni che suo padre gli aveva promesso nel caso in cui non fosse stato abbastanza attento (si parlava, addirittura, di niente tv per un intero eone… vi ricordate che abbiamo già parlato di cosa è un eone?), osservava coscienziosamente quel divieto. Anzi, una volta che il maestro spiegò in classe il sistema produttivo della Patagonia e quella straordinaria invenzione che è l’accavallavacca…”.

“L’accavallavacca? E cos’è?” domandò Madeleine, con l’aria di chi lo sapeva benissimo.

“Oh, ma è ovviamente un mirabolante marchingegno meccanico che dalle parti della Patagonia si una per mettere le mucche l’una sopra l’altra, per risparmiare spazio! Pensate un po’ all’imbarazzo di Agilulfo quando si trovò a studiarlo e scoprì, con terrore, quanto era semplice chiamarlo, piuttosto, accaccavacca o, peggio ancora!, accavallacacca!”. Tutta la classe scoppiò a ridere.

“Agilulfo, che nonostante ascoltasse un po’ troppo i suoi genitori era, a suo modo, un ragazzo intelligente, finì, credo fosse una notte di aprile, per fare questa riflessione: ma se la cacca è una cosa talmente brutta che non si può nemmeno pronunciare il suo nome, allora che dire di quella che finisce nel gabinetto, e che poi va nella fogna, e da lì nel fiume, quindi nel mare e che, senza dubbio, forma delle grandissime isole di cacca in mezzo al mare? L’idea di queste isole, formate anche, forse soprattutto, dalla sua cacca, lo fece sentire un mostro. E così, Agilulfo decise che, da quel giorno, non si sarebbe più servito del gabinetto. Per nessun motivo”.

“Ma allora com’è possibile che i suoi compagni…” iniziò a domandare Jeanne, che fino a quel momento era rimasta zitta. Il maestro, che si aspettava la domanda (Jeanne faceva sempre la domanda giusta, al momento giusto), già aveva iniziato a darle la risposta: “Vedete, il fatto è che, non per questo, Agilulfo decise anche di smettere di mangiare. E fu così che un bel giorno, mentre spiegava le divisioni in colonna, il maestro della Polinesia sentì uno strano rumore provenire dal quarto banco, ultima fila a destra, proprio dove era seduto Agilulfo: sembrava una via di mezzo tra il miagolio di protesta del gatto quando gli pestate la coda ed il motore di un aereo da guerra in picchiata. Fece appena in tempo a voltarsi, e, kaboom!” battè una mano sulla cattedra “la pancia di Agilulfo si aprì, schizzando tutti quelli che erano attorno a lui di calda, fumante…”

“Merda!” scappò detto a Madeleine, che non avrebbe avuto vergogna di confessare dove aveva imparato quella parola.

La risata coprì la campanella, e la domanda che Jeanne avrebbe voluto fare: cosa insegna questa storia?

Una settimana dopo, di sua volontà, il maestro lasciò quella classe e l’insegnamento; si mise a scrivere storie per ragazzi e diventò il più grande scrittore di fiabe d’Occitania. Nessuno gli disse mai che quella storia avrebbe dovuto insegnargli, lo sanno tutti, che non si raccontano storie del genere, ai ragazzi di quinta.

Chiamerò “tabù” un certo numero di storie che personalmente trovo utile raccontare ai bambini, ma di fronte alle quali molti arricceranno il naso. Esse rappresentano un tentativo di discorrere col bambino di argomenti che lo interessano intimamente ma che l’educazione tradizionale relega in generale tra le cose di cui “non sta bene parlare” […] credo che non solo in famiglia, ma anche nelle scuole si dovrebbe poter parlare di queste cose in piena libertà e non solo in termini scientifici […] conosco anche i guai che toccano agli insegnanti […] i quali vogliano portare bambini e ragazzi a esprimere totalmente i loro contenuti, a liberarsi di tutte le paure, a sconfiggere ogni eventuale senso di colpa.

(da Gianni Rodari, “La grammatica della fantasia”. Libro edito da Einaudi per la prima volta nel 1973)

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